Uno stile

XVIII Settimana T.O.

In tutta verità si potrebbe applicare proprio al Signore Gesù la parola del profeta Naum: <Ecco sui monti i passi di un messaggero, un araldo di pace!> (Naum 1, 15). E cosa mai annuncia questo araldo pace se non il massimo che ci si possa aspettare come promessa e come possibile orizzonte di speranza: <In verità vi dico: vi sono alcuni tra i presenti che non morranno finché non vedranno il Figlio dell’uomo venire nel suo regno> (Mt 16, 28). Una proclamazione solenne che il Signore rivolge oggi alla Chiesa, all’Umanità a ciascuno dei suoi discepoli, a ciascuno di noi. Ora tocca a noi di desiderare dal profondo del nostro cuore di essere nel numero di questi <alcuni> e di fare tutto ciò che ci è possibile e che si richiede da noi perché questa parola possa compiersi, nella concretezza e nei limiti propri della nostra vita, per la salvezza e la gioia di tutto il mondo. La parola del Signore e la profezia di Naum è come se si rincorressero e si baciassero: <Celebra le tue feste, Giuda, sciogli i tuoi voti, poiché non ti attraverserà più il malvagio: egli è del tutto annientato> (Naum 2, 1).

Ma quale festa più grande si può immaginare di quella che si scatena nel cuore di chi sa dare tutto di sé per entrare nel regno e vivere, già in terra e nel tempo presente, della sua logica e del suo respiro. Naturalmente nel contesto della solenne promessa che si trasforma in un’esigente sfida per il discepolo la parola così forte del vangelo di oggi si carica di una forza di speranza ineguagliabile: <Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua> (Mt 16, 24). Del resto, come potremmo mai immaginarci con il Signore Gesù a spalle vuote?! È più che naturale che quando si entra in relazione con una persona si cerchi di entrare nel suo mondo, nel suo linguaggio, nel suo stile. Entrare nello stile del Signore Gesù significa proprio avere grandi sogni e orizzonti immensi perseguiti con tutto se stessi a rischio della stessa vita… portando in spalla la <croce> di se stessi senza frignare e senza patetiche lamentele.

La parola del Signore è chiara: <Qual vantaggio infatti avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima?> (16, 26). La parola del profeta è altrettanto chiara nel caso in cui si scendesse a patti con la propria coscienza fino a perdere la propria anima: <Dove cercherò chi la consoli?> (Naum 3, 7). La consolazione dell’anima, infatti, non può affatto venire da fuori ma solo dalle sue stesse profondità ed è una realtà che può avere come autore e testimone solo e soltanto <il Figlio dell’uomo nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli> (Mt 16, 27). Solo questo sguardo sull’intimo di noi stessi a partire dalla stessa vita di Dio potrà salvarci dal pericolo di impantanarci nella realtà <sanguinaria, piena di menzogne, colma di rapine…> (Naum 3, 1) che tenta in mille modi di toglierci la speranza di far parte di coloro <che non morranno finché non vedranno il Figlio>… con gli occhi dell’<anima>. Ecco perché non possiamo rischiare di perdere la nostra <anima> (Mt 16, 26), di smarrire il nostro stile la cui “griffe” è proprio la <croce> quale cifra di un amore veramente capace di essere se stesso e di renderci pienamente noi stessi all’altezza della nostra umanità.

Così presente

Trasfigurazione del Signore

La festa della Trasfigurazione – che accende un bagliore nel già soleggiato tempo estivo – ci propone di volgere lo sguardo alla persona di Gesù in un momento speciale della sua vita terrena, nel giorno in cui «su un alto monte» egli «fu trasfigurato» davanti a «Pietro, Giacomo e Giovanni» (Mt 17,1.2) ed essi diventarono «testimoni oculari della sua grandezza» (2Pt 1,16). La tradizione ha da sempre interpretato questo episodio soprattutto in chiave pedagogica, come un segno offerto ai discepoli per sostenere l’impatto con la realtà e la logica della croce. Scrive un grande dottore della Chiesa come san Leone Magno: «Lo scopo principale della Trasfigurazione era di rimuovere dal cuore degli apostoli lo scandalo della croce, affinché l’umiltà della passione da lui voluta non turbasse la loro fede, essendo stata rivelata ad essi in anticipo l’eccellenza della sua dignità nascosta>. Indubbiamente si tratta di un significato che appartiene alla verità di questo mistero della vita di Cristo. Il Signore Gesù desiderava annunciare con chiarezza che nella sua imminente passione d’amore egli non stava perdendo la vita, ma la stava donando. I discepoli, da parte loro, avevano certamente bisogno di «conoscere la potenza e la venuta del Signore» (2Pt 1,16) per continuare a sostenere il peso della sequela, senza accordare troppa importanza alle incomprensioni e ai fallimenti.

Il vangelo, da parte sua, suggerisce anche un’altra chiave di lettura. La «voce» del Padre che si leva «dalla nube» (Mt 17,5) vuole far capire ai discepoli non solo che il «Figlio dell’uomo» (17,9) è veramente il Figlio di Dio, «l’amato» (17,5), ma anche che la vera gloria consiste nell’accogliere la vita come missione e come servizio. Solo chi pone la scelta della solidarietà e della condivisione con gli altri – fratelli e sorelle in umanità – acquisisce «un potere eterno, che non finirà mai, e il suo regno non sarà mai distrutto» (Dn 7,14). Infatti, proprio in questo momento altamente estetico, il Padre ribadisce il carattere etico della vita di Gesù, pronunciando le stesse parole udite da tutti quando il falegname di Nazaret si era immerso nel Giordano, manifestando la decisione di una incondizionata fratellanza con l’uomo immerso nella paralisi del peccato. Inoltre, la raccomandazione finale del Signore Gesù ai tre discepoli – «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti» (Mt 17,9) – rivela che il senso della trasfigurazione può essere pienamente inteso non tanto in relazione alla morte, ma alla risurrezione, quando è possibile comprendere dove va a finire la parabola di una vita donata per amore.

La luce della trasfigurazione non è pertanto solo un balsamo, ma anche invito: «Ascoltatelo» (17,5). Coloro che nel Figlio si sentono chiamati a diventare figli non possono che abbracciare la stessa logica di obbedienza in cui sta tutto il «compiacimento» del Padre, per venire poi «trasformati in quella medesima immagine di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore» (2Cor 3,18). Davanti a un mistero così attraente, non ci resta che ascoltare la raccomandazione di un luminoso testimone del vangelo, che può risuonare in noi come un dolce invito: «Grande miseria sarebbe, e miseranda meschinità se, avendo lui così presente, vi curaste di qualunque altra cosa che esista in tutto il mondo»1.


1. FRANCESCO D’ASSISI, Lettera a tutto l’Ordine, 25.

Per tutti!

XVIII Settimana T.O.

C’è una dichiarazione solenne con cui si apre il testo tratto dal profeta Geremia e che sembra lavorare segretamente anche il cuore del Signore Gesù: <Io sarò Dio per tutte le famiglie di Israele ed esse saranno il mio popolo> (Ger 31, 1). In un contesto in cui il popolo dell’Alleanza è attraversato dal dramma della divisione e contrapposizione interna tra le tribù che lo compongono, la speranza del profeta – che si fa interprete del desiderio di Dio stesso – non può che andare nella linea dell’integrazione più ampia possibile. Lo stesso movimento possiamo contemplarlo nel brano del vangelo in cui il Signore Gesù ci viene presentato non solo in viaggio ma – diremmo nel nostro linguaggio – all’estero. Si trova infatti <verso la zona di Tiro e Sidone> (Mt 15, 21) nella parte in cui vivono i pagani e dove una <donna Cananea> (15, 22) non esita farsi incontro al Signore per chiedere di intervenire a favore di sua figlia <molto tormentata da un demonio>. Il seguito del testo è uno dei passaggi più difficili da spiegare e da accogliere di tutto il vangelo: <Ma egli non le rivolse neppure una parola> (15, 23).

Questa nota così dura fa da inclusione ad una delle parole più belle e dolci uscite dalla bocca del Signore e che si trova proprio alla fine di questo testo: <Donna, davvero grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri> (15, 28). Tra queste due parole – una così amara e una così dolce – si svolge il dramma del dialogo tra Gesù e questa donna che è come la risposta all’intercessione – ambigua – ma comunque presente dei discepoli: <Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!> (15, 23). Non sappiamo se e fino a che punto i discepoli hanno compassione di questa donna oppure semplicemente vogliono liberarsene… in ogni modo questa donna permette ai discepoli di entrare più profondamente nella logica della moltiplicazione del pane dell’amore e del superamento della paura che hanno appena sperimentato sul monte e in mezzo al mare. Veramente non solo c’è cibo per tutti, ma persino le <briciole> (15, 27) del pane della compassione possono servire a guarire e incoraggiare e rafforzare la vita ben oltre il numero dei <cinquemila> (14, 21). Veramente c’è salvezza per tutti coloro che arrischiano di <gridare> (15, 22) verso il Signore chiedendo pietà e non solo per Pietro vacillante sulle acque turbate del mare. In questo senso – in pieno territorio dei pagani – si compie una delle parole più belle delle Scritture Ebraiche: <Ti ho amato di amore eterno, per questo continuo ad esserti fedele> (Ger 31, 3).

Questa parola che il profeta non rivolge solo a Giuda ma a tutto Israele, nel Signore Gesù diventa ancora più inclusiva e veramente universale. Eppure, nella sua infinita dolcezza e attenta pedagogia è come se il Signore Gesù desse il tempo ai discepoli non solo di abituarsi gradualmente a questa logica del <nuovo> (31, 4) ma a farsene promotori e interpreti. Non è forse quello che il Signore si aspetta pure da noi – da ciascuno di noi – perché il suo Corpo che è la Chiesa possa essere sempre di più, sempre meglio e sempre più credibilmente sacramento di salvezza per l’umanità intera – non solo a livello geografico – ma pure a livello esistenziale.

Compassione

XVIII Settimana T.O.

La parola e i gesti della <compassione> (Mt 14, 14) che hanno come dominato il racconto evangelico di ieri, possiamo oggi vederli come ancora più radicati nel gesto e nelle parole con cui il Signore Gesù si fa vicino ai suoi discepoli <sul finire della notte> (14, 25). Tra i due racconti, l’evangelista pone una sorta di intermezzo di solitudine vissuta dal Signore Gesù che si ritira <sul monte, in disparte, a pregare> (14, 23). La preghiera di Gesù è solitaria, ma non è affatto isolata; la preghiera del Signore è intima, ma non è intimistica. Sembra proprio che, nel mistero della sua relazione col Padre, il Signore Gesù continui a farsi compagno dei nostri cammini. Nel cuore di Cristo ardeva ancora il fuoco della compassione che lo aveva spinto a moltiplicare il pane per la folla così bisognosa di essere soccorsa e compresa nel suo bisogno, e già risplende quella lampada di presenza amorevole che sta per portare ai suoi discepoli smarriti nella notte <agitata dalle onde> (14, 24).

I due “racconti di compassione” intervallati da un momento di profonda meditazione ci rivelano come e quanto il Signore Gesù sia capace di farsi carico di tutti i nostri differenti bisogni: la folla ha bisogno di nutrimento, i discepoli hanno estremo bisogno di incoraggiamenti; la folla è affamata, i discepoli sono angosciati e impauriti; la differenza dei bisogni cambia il modo, ma non la sostanza del farsi presente del Signore che, nemmeno l’estasi della preghiera più pura, tiene lontano da noi. Le parole che il Signore Dio rivolge al suo popolo per mezzo del profeta Geremia potrebbero essere poste sulle labbra di Gesù che, dalla solitudine serena del monte, scende verso il <mare> (14, 25) delle nostre paure e delle nostre angosce: <La tua ferita è incurabile, la tua piaga è molto grave> (Gr 30, 12). La ferita e la piaga che il Signore cerca di guarire nella nostra vita è quella che si mostra in tutta la sua gravità nel desiderio, prima, e nella reazione impaurita, dopo, di Simon Pietro vacillante sulle acque: <Uomo di poca fede, perché hai dubitato?> (Mt 14, 31).

Esperto pescatore, Simon Pietro sa prendere il rischio della navigazione, ma si trova davanti al suo Signore che cammina sulle acque con una serenità che rappresenta una vera e propria sfida, una vera chiamata. Il desiderio di imitare è forte, ma la paura di affondare senza più poter confidare sulla propria barca, con i suoi poveri eppure utili strumenti, sembra essere più grande. Non si tratta di voler camminare sulle acque come Gesù, ma come la folla ciò che ci salva è <toccare almeno il lembo del suo mantello> (14, 36): La nostra è legata al fatto di poterci e volerci attaccare, come farebbe del tutto naturalmente un bambino alla gonna di sua madre, alla mano del Signore. La sua stretta ci permette di sentirci al riparo dalla nostra angoscia, non perché si smetta di aver paura, ma perché si crea uno spazio alla fiducia.

Giogo

XVIII Settimana T.O.

Nella prima lettura assistiamo ad una sorta di singolar tenzone tra il profeta Geremia e il sedicente profeta <Ananìa figlio di Azzur> (Gr 28, 1). Nel corso del testo si fa riferimento, per ben sette volte, al <giogo> (28, 2.4.10.11.12.13.14.) che il falso profeta dice sarà presto spezzato e Geremia, invece, ritiene sia ancora da portare e da assumere per compiere quel cammino di purificazione e di conversione senza il quale non si può ritrovare l’amicizia con Dio e ristabilire l’Alleanza. I sette riferimenti al <giogo> con la durissima replica del profeta Geremia portano ad un’amara conclusione: <Il quello stesso anno, nel settimo mese, il profeta Ananìa morì> (28, 17). Questo epilogo non ci può e non ci deve lasciare indifferenti: cosa significa questa morte che il profeta Ananìa deve subire come rivelazione del suo non essere stato <mandato> (28, 15) dal Signore?

Certamente ci sono delle questioni di genere letterario e di contesto culturale da cui non è esente la stessa sensibilità religiosa, nondimeno questo testo ha un messaggio che vale per ciascuno di noi e per la nostra comunità di fede, per la Chiesa. Il discernimento degli spiriti esige la capacità di non lasciarsi ammaliare da annunci troppo facili e un segno della loro provenienza, divina o umana, è il grado e la qualità del coinvolgimento in quello che si annuncia e che si tende a promettere in nome di Dio. Alla fine, Ananìa muore – nel tempo indicato dal profeta Geremia – in questo modo – sub contrario – viene rivelato un dato di fondamentale importanza: la predicazione del <profeta di Gabaon> (28, 1) era falsa perché, in realtà, non gli costava il prezzo di un coinvolgimento reale. In ogni tempo, anche nel nostro, e ciascuno di noi può cadere nella trappola di essere troppo sensibile ad annunci di facili e “provvidenzialiste” soluzioni, ma che in realtà non richiedono nulla in termini di dedizione e di perdita personali. La Parola di Dio si realizza sempre attraverso la nostra capacità di entrare in prima persona nel disegno di Dio. Per essere autenticamente profeti del Signore non basta essere dei semplici banditori, ma bisogna che la salvezza si offra attraverso il dono – talora assai oneroso – della nostra vita fatta in prima persona.

Il Signore Gesù si rivela come profeta nella stessa linea di Geremia che è la medesima nella quale si colloca la testimonianza di Giovanni il Battista. Dopo la <morte> del Precursore, il Signore Gesù <si ritirò in un luogo deserto> (Mt 14, 13). Possiamo ben immaginare la tentazione a “ritirarsi” dalla scena per evitare di condividere la stessa sorte del Battista, ma il ritiro di Gesù porta un frutto di un ulteriore approfondimento del suo coinvolgimento attraverso un approfondimento ed una radicalizzazione della sua <compassione> (14, 14). I discepoli hanno la tendenza a non coinvolgersi troppo per non rischiare di dover rinunciare ai loro <cinque pani e due pesci> (14, 17), ma il Signore chiede loro di fare, in brevissimo tempo, un lungo cammino interiore: <voi stessi date loro da mangiare> (14, 16). Questa parola del Signore è percuotente come quella che Dio rivolge al suo popolo per mezzo del profeta Geremia: bisogna portare il peso e il giogo della sofferenza e dell’umiliazione condividendolo e non propinando false e gratuite speranze: non basta rimandare a Dio se non accettiamo di farci volto concreto della sua <compassione>, accettando di legare la nostra alla vita del fratello per portare insieme il <giogo>.

A pezzi!

XVIII Domenica del T.O. –

La domanda che Paolo pone nelle nostre orecchie e nei nostri cuori risuona profondamente: <Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, il pericolo, la spada?> (Rm 8, 35). Tutte queste realtà dure e difficili della vita che rischiano di isolarci e di impoverirci sempre di più possono, invece, diventare l’occasione per un’imprevista pienezza. La parola del profeta risuona dalle profondità dei secoli e interroga soprattutto coloro – e noi siamo tra costoro – che pensano di non avere bisogno di niente e di nessuno: <Perché spendete denaro per ciò che non è pane, il vostro guadagno per ciò che non sazia?> (Is 55, 2). Alla domanda con cui il profeta smaschera la nostra pretesa di autosufficienza e l’illusione di poter comprare ogni cosa, segue un invito: <Su, ascoltatemi e mangerete cose buone e gusterete cibi succulenti>, e ancora: <Porgete l’orecchio…> (55, 2-3).

Questa parola di Isaia si compie sotto i nostri occhi nel racconto del vangelo che si conclude con una nota da non sottovalutare e da comprendere in tutta la sua profondità di messaggio e di appello per la nostra stessa vita: <Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezziavanzati: dodici ceste piene> (Mt 14, 20). La differenza che fa il miracolo è il miracolo della differenza tra l’istinto dei discepoli che consigliano al Signore Gesù di congedare la folla: <perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare> (14, 15) e la decisione invece di partire da quello che c’è e di credere che possa bastare per tutti: <spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla> (14, 19). Di certo in una mentalità consumistica, che continuamente cerca di far crescere il potere d’acquisto, questo gesto di Gesù rappresenta una rivoluzione. Non è difficile immaginare il danno che questa decisione ha rappresentato per le panetterie del circondario.

La sfida del Vangelo è passare dal “potere d’acquisto” alla “gioia del dono” e questo a tutti i livelli della nostra vita di relazione, di cui il nutrimento è simbolo forte ed espressivo. Nei cesti non rimangono dei pani interi appena sfornati o appena comprati, bensì dei <pezzi> (14, 20) e questo per dire che ciò che nutre non è il pane che compriamo o vendiamo, bensì il pane della vita che siamo capaci di spezzare e di condividere. Ciò che sazia la fame di senso che portiamo dentro di noi non è un crescente potere d’acquisto il cui simbolo sono le sporte sempre più colorate e avvincenti dei nostri negozi, ma ciò che di noi e attraverso di noi viene messo a disposizione della vita degli altri e da cui noi stessi possiamo ricevere un di più di senso e di gioia per la nostra vita. L’Eucaristia che celebriamo è ben più di un gesto cultuale e sacrale per lasciare le nostre coscienze in pace, è, invece un gesto esistenziale. Siamo così chiamati a convertire il nostro cuore dall’attitudine a rimandare gli altri ai negozi in cui comprare per trattenerli, invece, presso di noi per mettere insieme i pezzi e condividerli. La <sazietà> (Mt 14, 20) non può che essere il frutto e il segno della <compassione> (14, 14) che ci rende compagni. Il contesto di questo episodio del Vangelo è quello <della morte di Giovanni Battista> (14, 13), i gesti che compiamo durante l’Eucaristia sono memoria del dono pasquale di Cristo Signore, la sfida che Gesù lancia agli apostoli è per noi: <Non occorre che vadano: voi stessi date loro da mangiare> (14, 16).

En morceaux !

XVIII Dimanche du T.O.

La question que Paul dépose dans nos oreilles et dans nos coeurs » résonne profondément : «  Peut-être la tribulation, l’angoisse, la persécution, la faim, le danger, l’épée ? » (Rm 8, 35). Toutes ces dures et difficiles réalités de la vie qui risquent de nous isoler et de nous appauvrir toujours d’avantage, peuvent, au contraire, devenir l’occasion pour une plénitude imprévue. La parole du prophète résonne de la profondeur des siècles et interroge surtout ceux – et nous en faisons partie – qui pensent n’avoir besoin de rien et de personne : «  Pourquoi dépensez-vous votre argent pour ce qui n’est pas du pain, votre gain pour ce qui ne rassasie pas ? » (Is 55, 2). A la question par laquelle le prophète démasquera notre prétention d’autosuffisance et l’illusion de pouvoir tout acheter, suit une invitation : « Allez, écoutez- moi et vous mangerez de bonnes choses et dégusterez des mets succulents », et encore «  tendez l’oreille… » (55,2-3).

 Ces paroles d’Isaïe s’accomplissent sous nos yeux dans la narration de l’évangile qui se conclut par une remarque à ne pas sous-estimée et à comprendre dans toute la compréhension d’un message et d’un appel pour notre propre vie : « Tous mangerons à satiété et emporter les morceaux restants : douze paniers pleins » (Mt 14, 20). La différence qui fait le miracle est le miracle de la différence entre l’instinct des disciples qui conseillent au Seigneur Jésus de congédier la foule : «  qu’elle aille dans les villages s’acheter à manger » (14, 15)  et la décision contraire de partir de ce qui est et de croire que cela pourrait suffire pour tous : «  Il rompit les pains, les donna aux disciples et les disciples à la foule » (14, 19). Il est certain que pour une mentalité de consommation, qui cherche continuellement d’accroître le pouvoir d’acquisition, ce geste de Jésus représente une révolution. Il n’est pas difficile d’imaginer les dégâts que cette décision a représenté pour les boulangeries alentours.

 Le défi de l’Evangile est de passer du «  pouvoir d’acquisition » à la «  joie du don » et cela à tous les niveaux de notre vie relationnelle dont la nourriture est un symbole fort et expressif. Il ne reste pas  dans les paniers des pains entiers, à peine sortis du four ou à peine achetés mais bien des «  morceaux » (14, 20) et ceci pour dire que ce qui nourrit n’est pas le pain que nous achetons ou vendons, mais bien le pain de la vie que nous sommes capables de rompre et de partager. Ce qui rassasie la faim de sens que nous portons en nous, n’est pas un pouvoir d’acquisition croissant dont les symboles sont les sacs de course toujours plus colorés et avenants de nos magasins, mais ce qui de nous et à travers nous est mis à disposition de la vie des autres et dont nous pouvons aussi recevoir un surplus de sens et de joie pour notre vie. L’Eucharistie que nous célébrons est plus plus qu’un geste cultuel et sacré pour être en paix avec notre conscience, c’est, au contraire, un geste existentiel. Nous sommes ainsi appelés à convertir notre coeur de l’attitude d’envoyer les autres dans les magasins pour acheter, afin de les garder près de nous pour mettre ensemble les morceaux et les partager. La «  satiété » (Mt 14, 20) ne peut qu’être le fruit et le signe de la «  compassion » (14, 14) qui nous rend compagnons. Le contexte de cet épisode évangélique est celui «  de la mort de Jean Baptiste » (14, 13), les gestes que nous accomplissons pendant l’Eucharistie sont mémoire du don pascal du Christ Seigneur, le défi que Jésus lance aux apôtres est pour nous : « Il n’est pas nécessaire qu’ils y aillent, donnez-leur vous-mêmes à manger » (14, 16).

Fantasmi

XVII Settimana T.O.

Si potrebbe dire che Erode viva ormai nel terrore e come perseguitato dal fantasma di Giovanni Battista che <aveva fatto incatenare e gettare in prigione per causa di Erodiade> (Mt 14, 3). Dovunque si scorga ormai qualcosa di forte e di autentico – come la <potenza dei miracoli> (14, 2) che operava in Gesù unitamente alla sua <fama> (14, 1) – Erode vi scorge la presenza incombente del Battista che lui stesso ha fatto decapitare. La cattiva coscienza non può che continuare a ingrandire, come ombre proiettate dalla luce su una parete, la propria iniquità. Così ciò che sembra essere la soluzione finale ad un problema e ad un fastidio – la morte di colui che impedisce il comodo e l’arbitrio – diventa l’inizio di un vero e proprio incubo: Erode viene come corroso dal rimorso e dal rammarico ma forse, ancora più profondamente, da una sorta di senso di fallimento per aver fatto – su istigazione delle sue donne e per una inconfessabile paura dei suoi cortigiani – qualcosa che non avrebbe voluto mai fare.

Davanti ad un altro profeta molto scomodo come Geremia il popolo si mostra più saggio dei <sacerdoti e profeti> (Ger 26, 11). Infatti, il popolo reagisce diversamente e, rendendosi conto del fatto che la profezia autentica non viene stroncata ma amplificata dalla violenza, dice: <Non ci deve essere sentenza di morte per quest’uomo, perché ci ha parlato nel nome del Signore> (26, 16). Si può ben immaginare la grande gioia di Geremia nel fatto di essere – nonostante tutto – riconosciuto come uno che parla in nome del Signore per quanto dica cose scomode e imbarazzanti in quanto <ha profetizzato contro questa città> (26, 11). Si può ancora meglio immaginare il combattimento interiore di Geremia, di Giovanni il Battista, del Signore Gesù come di ogni profeta in tutti i tempi e in tutti i luoghi: “vengo da Dio o da me stesso?”, “parlo in nome di Dio o di me stesso?”.

La risposta a questa domanda che macera il cuore del profeta non può che essere racchiusa in un crescendo di violenza che può arrivare fino all’eliminazione fisica ma che, in ogni modo e in modo misterioso, non fa che dare compimento a ciò che si è annunciato con la parola e che esige sempre – quale sigillo di autenticità – la testimonianza della vita. Né Geremia si difende, né del Battista ci viene tramandata una sola parola davanti alla spada e il Signore Gesù non farà che tacere durante il suo processo. Strano che i profeti i quali rischiano tutto per continuare a parlare in nome di Dio fino a sgolarsi, ammutoliscano quando si tratterebbe di difendere se stessi e la propria vita. Ma non è forse questo che li rende testimoni perenni trovando subito qualcuno che raccolga il loro testimone per continuare l’opera di Dio nella storia: <andarono a prendere il cadavere, lo seppellirono e andarono a informarne Gesù> (Mt 14, 12). La tomba sembra essere il luogo della verità: là i profeti diventano o fantasmi (Lc 24, 37) o aurora d vita e di gioia piena (Gv 20, 11-18).