Solito

XXII Settimana T.O.

Come ogni anno riprendiamo la lettura liturgica del Vangelo secondo Luca e siamo riportati ad un luogo che ci è molto caro: <Gesù venne a Nàzaret dove era cresciuto> e subito veniamo a sapere che <secondo il suo solito…> (Lc 4, 16) riprende a fare le cose di sempre. Con queste brevi note il Vangelo ci mette di fronte il mistero di Cristo Signore nella sua reale e totale incarnazione: vi è un luogo preciso dove egli è <cresciuto> e come ogni persona ha anche delle sue particolari abitudini. Nessuna meraviglia per gli abitanti di Nàzaret che Gesù – in giorno <di sabato> – si rechi come tutti e con tutti nella <sinagoga>, ciò che rende <meravigliati> (4, 22) prima e violenti dopo, è il modo con cui il Signore interpreta la Torah facendola passare direttamente e autorevolmente attraverso se stesso. La forza con cui il Signore Gesù si presenta a Nàzaret diventa la debolezza e il basso profilo, diremmo nel nostro linguaggio, con cui Paolo si presenta alla comunità di Corinto: <Mi presentai a voi nella debolezza e con molto timore e trepidazione> (1Cor 2, 3). La debolezza, il timore, la trepidazione, la delicatezza con cui l’apostolo si propone alla Chiesa è la coscienza chiara di essere portatore e testimone di un annuncio che può tremendamente turbare o profondamente consolare fino a salvare: <ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso> (2, 2).

Riprendiamo anche noi il cammino dalla nostra Nàzaret e ricominciamo a seguire il Signore Gesù che sale verso Gerusalemme per rivelarci nel mistero pasquale il volto di un Dio che fa <grazia> (Lc 4, 19). Anche noi rischiamo di essere assai simili agli abitanti di Nàzaret e di cedere al <solito> senza cogliere e accogliere il nuovo che la parola del Signore immette nella nostra vita. Il rischio è di passare troppo in fretta e quasi senza neppure accorgercene da un senso di meraviglia e di gratitudine per una parola che si fa compimento, al bisogno di ritornare ai nostri schemi e alle nostre abitudini per evitare di affrontare la fatica di quei cambiamenti che il Vangelo sempre e quotidianamente ci richiede: <Non è costui il figlio di Giuseppe?> (4, 22). Da parte nostra potremmo dire: “non è forse di Gesù che il Vangelo ci parla un’altra volta, conosciamo già la sua storia ce l’hanno raccontata così tante volte?!”. In questo modo vorremo che il Signore ci continui a parlare senza però osare dirci e chiederci nulla di vero e di esigente.

Il Signore non si lascia intimidire né dai suoi concittadini né tantomeno dai bravi cristiani che siamo. La parola di Gesù ci raggiunge nel nostro quotidiano, ma ci chiede di fare del nostro quotidiano un luogo reale di ascolto, di compimento, di trasformazione, di crescita. Non è possibile mai “rileggere” il Vangelo perché il Vangelo bisogna leggerlo sempre come se fosse la prima e l’ultima volta al fine di permettere alla potenza della parola di fecondare e rimodellare la nostra vita con la stessa bellezza e creatività del primo giorno. Riaprire il testo del Vangelo significa sempre esporsi al rischio di innamorarsi: niente può essere più come prima pur essendo tutto come prima.

Fuoco

XXII Domenica del T.O. –

Una delle cosiddette “confessioni di Geremia” ci prepara ad ascoltare cosa avviene come conseguenza della “confessione di Pietro” di cui abbiamo letto nel vangelo di domenica scorsa. Geremia, come ogni discepolo, è in lotta con se stesso e porta un combattimento nel più profondo del suo cuore in cui è continuamente spinto a tirarsi indietro e ad andare avanti nella sua fedeltà alla chiamata ricevuta: <Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, trattenuto nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo> (Gr 20, 9). Di questo medesimo fuoco e forse persino ancora più divampante, arde il cuore del Signore Gesù quando prende posizione davanti ai “buoni consigli” che Simon Pietro cerca di elargire con amorevole cura nei confronti del suo Maestro, in cui certamente c’è anche una buona dose di preoccupazione per la propria incolumità. Le parole sono infuocate: <Va’ dietro a me, Satana!>. La motivazione di questa parola dura esige una profonda attenzione: <Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini> (Mt 16, 23).

L’apostolo Paolo si fa interprete della parola del Signore Gesù e ne delinea con ulteriore chiarezza le conseguenze per la vita del discepolo: <vi esorto, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio> e aggiunge <è questo il vostro culto spirituale> (Rm 12, 1). Il culto spirituale cui fa riferimento l’apostolo Paolo è un culto che deve continuamente passare attraverso il crogiolo purificante di un impegno esistenziale che rende la vita di ogni giorno <secondo Dio>. Mentre Simon Pietro si mostra preoccupato per la sorte del Signore Gesù, questi sembra più preoccupato di quella che sarà la reazione dei discepoli dinanzi al mistero della sequela, dinanzi al mistero della vita e per questo non parla della sua croce che già si delinea sempre più chiaramente all’orizzonte, ma di quella con cui ciascuno di noi è chiamato a misurarsi: <Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua> (Mt 16, 24).

Per il Signore Gesù non si tratta mai di “una” croce qualunque e, soprattutto, mai nessuno può portare la croce di un altro proprio come nessuno può custodire nel cuore il fuoco di una passione e di un amore che non gli appartengano. Come discepoli siamo oggi chiamati a porre lo sguardo sul mistero di Cristo e di ri-scegliere ancora una volta di entrare e di rimanere in una logica di perdita che certamente è di scandalo a noi stessi come lo è per tutti coloro che entrano in contatto con la nostra vita: <Perché chi vuol salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà> (16, 25). Solo un fuoco che arde nel cuore potrà darci la forza, come Geremia e come Gesù, di non spegnere mai in noi la passione di una ricerca per la quale saremo disposti a perdere tutto pur di non perdere noi stessi.

Feu

XXII Dimanche du T.O.

L’une des soit-disant « confessions de Jérémie » nous prépare à écouter ce 

qui arrive comme conséquence de la « confession de Pierre » dont nous avons parlé dans l’évangile 

de dimanche dernier. Jérémie, comme tout disciple, est en lutte avec lui-même et vit un combat au 

plus profond de son coeur où il est continuellement poussé et tiré en arrière en avançant avec 

fidélité à l’appel reçu : « Mais, dans mon coeur, il y avait comme un feu ardent, contenu dans mes 

os ; je m’efforçais de le contenir, mais je n’y arrivais pas » ( Jr 20, 9). De ce même feu peut-être 

encore plus ardent, brûle le coeur du Seigneur Jésus quand il prend position face aux « bons 

conseils » que Simon Pierre cherche à divulguer amoureusement avec soin devant son Maître, avec 

sans doute une bonne dose de préoccupation pour sa propre sécurité. Les paroles sont enflammées : 

« Arrière, Satan ! ». La motivation de cette parole dure exige une profonde attention : « Tu es pour 

moi scandale, car tu ne penses pas selon Dieu, mais selon les hommes » (Mt 16, 2.).

L’apôtre Paul se fait interprète de la parole du Seigneur Jésus et en décline, avec plus de clarté, les 

conséquences pour la vie du disciple : « je vous exhorte, pour la miséricorde de Dieu, à offrir vos 

corps en sacrifice vivant, saint et agréable à Dieu » et il ajoute « c’est cela votre culte spirituel » 

(Rm 12,1). Le culte spirituel dont fait référence l’apôtre Paul est un culte qui doit continuellement 

passer à travers le creuset purifiant d’un travail existentiel qui rend la vie de chaque jour « selon 

Dieu ». Alors que Simon Pierre se montre préoccupé pour le sort du Seigneur Jésus, celui-ci semble 

plus préoccupé par la future réaction des disciples face au mystère de la suite, face au mystère de la 

vie et, pour cela, il ne parle pas de sa croix qui déjà se profile à l’horizon, mais de celle dont chacun 

de nous est appelé à se mesurer : « Si quelqu’un veut venir à ma suite, qu’il renonce à lui-même, 

qu’il prenne sa croix et me suive » (Mt 16, 24).

Pour le Seigneur Jésus il ne s’agit jamais d’« une » croix quelconque, et, surtout, personne ne peut 

jamais porter la croix d’un autre, comme personne ne peut abriter dans le coeur le feu d’une passion 

et d’un amour qui ne lui appartiennent pas. En tant que disciples, nous sommes appelés, aujourd’hui 

à poser le regard sur le mystère du Christ et de re-choisir, encore une fois, d’entrer et de rester dans 

une logique de perte qui, est certainement scandale pour nous comme pour tous ceux qui entrent en 

contact avec notre vie : « Car, qui veut sauver sa propre vie, la perdra ; mais, qui perdra sa propre 

vie à cause de moi, la trouvera » (16, 25). Seul un feu qui brûle dans le coeur pourra nous donner la 

force, comme à Jérémie et comme à Jésus, de ne jamais éteindre en nous la passion d’une recherche 

pour laquelle nous serons disposés à tout perdre et même à nous perdre nous-mêmes.

Monumento?

Martirio di Giovanni Battista

Il vangelo di quest’oggi termina con una parola <sepolcro> che nella traduzione latina suona come <monumentum>. La morte di un profeta – ce lo dice con una certa virulenza il Signore Gesù stigmatizzando il comportamento di scribi e farisei nei confronti dei profeti (Mt 23) – è sempre l’occasione di erigere un monumento che – in realtà – metta infine a tacere la sua <voce>.  Continuamente e sempre siamo chiamati a discernere tra un annuncio – il martirio ne rappresenta la forma più completa e più eloquente – monumentale e un annuncio testimoniale. Testimoniale è l’atteggiamento di Giovanni il Battista e questo viene comprovato dal fatto che il suo accento profetico mantiene sempre il colore e il calore del rapporto di <amico dello sposo> (Gv…). Nulla di ideologico ma tutto nella linea di una intimità capace di rischiare la testa senza mai montarsi la testa neanche a livello spirituale.

<I discepoli tornano e riferiscono al maestro ciò che il Salvatore li ha incaricati di annunciare. Questa risposta è per Giovanni un’arma per affrontare la lotta finale; egli muore rinfrancato e si lascia decapitare di gran cuore, rassicurato dalla parola stessa del Signore: colui nel quale aveva creduto era veramente il Figlio di Dio. Tale è stata la libertà di Giovanni Battista, tale è stata la follia di Erode che, a tanti crimini già commessi, ha aggiunto prima la detenzione, poi l’omicidio di Giovanni Battista>1. La testimonianza testimoniale e non monumentale del Precursore rappresenta per la Chiesa – sempre e dovunque – un luogo di inevitabile e imprescindibile discernimento: bando ai monumenti e ancora di più bando alle autocelebrazioni.

Non è difficile immaginare quanto la parola del profeta Geremia forse ha potuto accompagnare e sostenere Giovanni Battista nel momento – così imprevisto a motivo del giorno di grande festa a corte – in cui qualcuno è venuto per decapitarlo: <non spaventarti alla loro vista, altrimenti ti farò temere davanti a loro> (Gr 1, 17). Questa parola che accompagna e segna l’inizio del ministero profetico di Geremia coincidendo con la sua vocazione è ripresa, dalla liturgia, per accompagnare e leggere la fine della vita del Precursore. L’evangelista Marco, che solitamente è sempre più breve degli altri nel raccontare i fatti precedenti la Pasqua del Signore, si dilunga invece nel raccontarci la “pasqua” di Giovanni che prelude e prepara quella del Signore Gesù. Il Vangelo ci dice che Giovanni si trova <in prigione a causa di Erodiade> (Mc 6, 17). Sembra veramente un motivo assai futile soprattutto che mette in ombra il vero motivo per cui Giovanni doveva o poteva essere imprigionato. Con questa nota si mette in evidenza come il cammino dei profeti incrocia brutalmente le storie più banali – sono le più pericolose – della vita degli uomini. Mentre lo stesso evangelista annota che <Erode temeva Giovanni, sapendolo giusto e santo, e vigilava su di lui> (6, 20) ecco che <venne il giorno propizio> (6, 21). Con una raffinatissima capacità narrativa il vangelo ci mette di fronte all’intreccio e all’intrigo della storia cosicché, alla fine, non solo avvengono proprio le cose che non dovrebbero accadere ma esse accadono nel modo più imprevisto per tempi e modi. Sarebbe bello – per quanto può essere assai rischioso – poter fare nostre e in prima persone le parole del Signore: <Ti muoveranno guerra, ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti> (Gr 1, 19).

 

1. ORIGENE, Omelie sul Vangelo di Luca, 2-4.

Vergini spente

XXI Settimana T.O.

La parola di Paolo risuona ancora una volta ci trapassa da parte a parte: <E mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano la sapienza, noi invece annunciamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, e stoltezza per i pagani> (1Cor 1, 22). In questo versetto paolino tra i più famosi, citati e fondamentali di tutto il suo epistolario, è come se ci venisse offerta un’istantanea del tempo che viviamo per quello che ha in comune con tutti i tempi della storia dell’umanità: ancora oggi, come sempre, si cercano <miracoli> e si insegue una <sapienza> che, in realtà, non ci richiede nulla e che – invece – culla e nutre la nostra innata idolatria per noi stessi. Non si tratta di contrapporre Giudei e Greci bensì di cogliere nel nostro cuore questa terribile tendenza a cercare e a chiedere senza, in realtà, aprirci a ricevere. Questo mistero della nostra stoltezza conclude terribilmente la parabola evangelica: <e la porta fu chiusa> (Mt 25, 10). E sembra che quando una <porta> si chiude nonostante le suppliche <Signore, Signore, aprici> (25, 11) non sia possibile assolutamente riaprire uno spiraglio. E questo proprio perché – come viene raccontato nella prima parte del vangelo di Matteo – non basta dire <Signore, Signore…> (Mt 7, 21-22) per entrare <alle nozze> (Mt 25, 10) ma bisogna entrare <nel disegno sapiente di Dio> (1Cor 1, 21). Non si tratta di sapere una serie di cose su Dio mediante un <discorso sapiente> (1, 17) ma di sàpere – per usare un termine latino allusivo – secondo Dio.

Il sapere a cui siamo chiamati ad aprirci è quello della <croce di Cristo> (1, 17) nella cui luce e sotto la cui ombra si comincia a gustare e sentire la vita – questo il senso proprio del sàpere latino – in un modo nuovo, diverso, completamente e sempre più sganciato dalle proprie aspettative su Dio, su se stessi e sugli altri. Forse sta proprio qui la differenza tra i due gruppi di vergini che, alla fine, rivelano la loro saggezza e la loro stoltezza proprio per una capacità o meno di prepararsi al peggio e quindi essere in grado di accogliere e di vivere il meglio: <le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze> (Mt 25, 10). Le altre rivelano di essere assolutamente impreparate, proprio perché sono superficiali fino ad immaginare e a richiedere alle loro compagne di attesa di condividere il loro <olio> semplicemente perché <le nostre lampade si spengono> (Mt 25, 8). La domanda che potremmo porci è se sarebbe stato sufficiente dare loro un po’ di olio per non far morire del tutto la flebile luce?! E soprattutto perché mai queste vergini sono state così <stolte> da seguire il consiglio delle <sagge> tanto da andarsene <per comprare l’olio> (25, 10)?

In questo modo hanno dimostrato il fondamento della loro stoltezza che sta nella superficialità che cerca di fare miracoli> quando invece sarebbe stato più semplice e più vero attendere con le altre accettando di avere tra le mani una lampada spenta. La stoltezza è volere troppo e, soprattutto, volere dimostrare più di quello che si ha e di quello che si è rendendo così <vana la croce di Cristo> (1, 17) che è l’accettazione del fallimento senza mai indulgere a lasciare il proprio posto di attesa, di vigilanza, di amore per quanto povero e spento possa essere. Forse che lo <sposo> (Mt 25, 6) avrebbe lasciato fuori queste povere vergini spente? Forse che Cristo ci lascerà alla <porta> (25, 10) del suo amore?! Ma tutto ciò sarà possibile se sapremo sàpere la nostra povertà e fallimento in quella <debolezza di Dio> che è <più forte> (1Cor 1, 25) dei nostri espedienti e dei nostri commerci.

Comunione

XXI Settimana T.O.

Due immagini attraversano le due letture di quest’oggi richiamandosi e quasi rispecchiandosi a vicenda. Nell’inizio della prima lettera ai Corinzi Paolo si presenta come <apostolo di Gesù Cristo> ma non da solo bensì con <il fratello Sòstene> (1Cor 1, 1) quasi continuando a vivere della medesima logica con cui il Signore stesso inviò i suoi discepoli ad annunciare il vangelo non da soli ma <a due a due> (Lc 10, 1). Nella parabola che il Signore Gesù racconta per invitare i suoi discepoli ad essere <pronti> (Mt 24, 44) una delle note distintive del <servo malvagio> (24, 48) è proprio questa incapacità a trattare i suoi <compagni> (24, 49) con giustizia e amore invece che lasciarsi andare a <percuotere> gli altri e <mangiare e bere con gli ubriaconi>. Con queste due note siamo come condotti in due modi diversi ad aprirci in modo preciso e sereno al grande compito e alla grande sfida di fare di ogni giorno il tempo propizio e rinnovato per un’attesa sempre ardente delle visite del Verbo e del suo farsi costantemente presente nella nostra storia. Ma se possiamo confidare ed essere sicuri che il Signore ci visita, non dobbiamo mai dimenticare che non sappiamo <in quale giorno> e in quale modo <il Signore> nostro <verrà> (24, 42).

Eppure, questa “ignoranza” dei tempi e dei modi è proprio ciò che rappresenta la struttura portante e irrinunciabile della nostra vita di fede. Questo “ignorare” è un continuo appello a mantenerci aperti e disponibili e ci preclude ogni possibilità a lasciarci andare alla disperazione di chi non solo non attende più nulla ma se attende qualcuno-qualcosa non lo attende nella forma della novità. Invece la nota del Signore Gesù è molto umanizzante circa il nostro vivere che sarebbe impossibile se non custodisse una certa attesa che sarebbe inumana se conoscessimo già tutto: <Questo considerate: se il padrone di casa sapesse in quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa> (24, 42). I discepoli del Signore non vegliano semplicemente per non lasciarsi <scassinare la casa> bensì per dare <il cibo al tempo dovuto> (24, 45) ai <domestici> della casa! La nostra attesa non è evangelica semplicemente a motivo di Colui che attendiamo, ma diventa – ogni giorno più evangelica – a partire dal modo con cui attendiamo. Perché questa nota evangelica del nostro vivere possa crescere ed approfondirsi è necessario imparare sempre meglio quanto dice l’apostolo: <chiamati ad essere santi insieme a tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del nostro Signore Gesù Cristo> (1Cor 1, 2).

E ancora una volta i due testi si rispecchiano nel loro intento profondo! Se infatti alla fine del vangelo siamo condotti in quest’atmosfera di “compagnia” riuscita o fallita, la speranza e il desiderio di Paolo sono altrettanto netti: <vi confermerà sino alla fine… degno di fede è Dio, dal quale siete stati chiamati alla comunione del Figlio suo> (1, 8-9). E questa divina comunione la si attende e la si accoglie nella misura in cui si cresce nella coscienza che gli altri sono parte di noi stessi: da curare e da amare <come Cristo fa con la Chiesa> (Ef 5, 29). Il ritardo della parusia che tanto turbava i cristiani della prima ora dovrebbe turbare un poco noi cristiani della tarda ora… come attendiamo e prepariamo il suo ritorno?

Pane

XXI Settimana T.O.

Il salmo responsoriale trasforma quella che – comunemente – ricordiamo come una maledizione e punizione da parte di Dio dopo il primo gesto di rottura delle origini, in una vera e propria benedizione: <Beato l’uomo… della fatica delle tue mani nutrirai> (Sal 127, 1-2). A questa conclusione sembra giungere lo stesso apostolo quando, proprio terminando una delle sue lettere e offrendosi come esempio ai credenti, scrive: <chi non vuol lavorare neppure mangi> (2Ts 3, 10). Un testo quest’ultimo famosissimo e citatissimo, ma che non va mai disgiunto dal versetto che – la scelta liturgica – fa seguire immediatamente a questo “detto” il quale ha tutta l’aria di essere un proverbio popolare. Il seguito del testo così contestualizza e amplifica il “proverbio”: <Il Signore della pace vi dia egli stesso la pace sempre e in ogni modo> (3, 16). Laddove alle origini la necessità del lavorare con <sudore> (Gn 3, 19) sembra essere il segno e la conseguenza della rottura della pace tra Dio e l’umanità, qui sembra che in <Gesù Cristo> (2Ts 3, 6) sia invece il segno di una ritrovata sinergia tra il Creatore e la creatura chiamata a non vivere <oziosamente> (3, 7). Il legame tra il lavorare e l’essere in pace, l’essere in pace e il lavorare è una dimensione assai importante e, in certo modo, da rivalutazione in una cultura che rischia di esaltare così tanto il “tempo libero” da rendere insensibili all’esperienza di liberazione e di realizzazione personale e sociale che si può vivere proprio attraverso un lavoro umanizzato e umanizzante.

La persona che lavora mostra nel suo agire e nel suo essere creativo di essere vivo e di essere sensibile alla vita con tutte le sue dinamiche di perenne trasformazione e infinita creatività, di essere, in certo modo, “divino”. Una simile sensibilità per la creatività e per la vita non può che tenere il nostro cuore assolutamente lontano da tutto ciò che ha a che fare con i <sepolcri> (Mt 23, 27). Troppo spesso, infatti, vi è un’eccessiva familiarità tra le persone devote e tutto ciò che ha a che fare con la morte e le <tombe> (23, 29). Di fatto il Signore Gesù continua a stigmatizzare l’ipocrisia degli scribi e dei farisei e, nella pericope evangelica di oggi, in certo modo li identifica ai becchini o ad un’impresa di pompe funebri: tutti intenti ad adornare le tombe e a porre rimedio – senza riuscire a trasformarlo veramente – l’operato dei <padri> dimostrandosi infine come <figli di chi uccise i profeti> (23, 30-31). C’è in questo modo di vivere e di concepire la devozione e la religiosità qualcosa di profondamente malato e di terribilmente morti-fero da cui il Signore prende le distanze e ci chiede di tenerci debitamente a distanza.

Si tratta di quel senso di morte e di quell’odore cimiteriale che talora si può avvertire in taluni ambienti e situazioni della nostra vita quotidiana dove, invece di lavorare all’amplificazione e all’approfondimento della vita, ci si trasforma – magari senza neppure farci più tanto caso – in una sorta di <sepolcri imbiancati> (Mt 23, 27) da cui – e comprensibilmente – la gente si tiene alla larga per rispetto e per timore di esserne ammorbata. Come dimenticare e come non ricordare continuamente l’augurio del salmo che dopo avere detto <della fatica delle tue mani ti nutrirai> aggiunge <sarai felice e avrai ogni bene> (Sal 127, 2)?! Lavorare per essere felici! Essere felici per creare nuovi spazi di vita: <belli all’esterno> (Mt 23, 27) perché felici dentro per evitare di cadere nella palude dell’<ipocrisia> (23, 28)… maschera di tristezza.

Inganno

XXI Settimana T.O.

Siamo nuovamente condotti per mano dal Signore Gesù e forse pure con qualche bastonata al cuore stesso del discorso della montagna e alla logica delle Beatitudini. Queste si possono proprio riassumere con la stessa sintesi che il Signore Gesù ci propone al cuore di questo capitolo non certo facile da digerire: <la giustizia, la misericordia e la fedeltà> (Mt 23, 23). Nella logica e nella struttura del testo sono proprio questi gli elementi fondanti e fondamentali della vita secondo il regno di Dio e sono, per il Signore Gesù come per tutti i profeti, <le prescrizioni più gravi della legge>. Nelle sue parole così taglienti ma così vere, il Signore vuole aiutarci a evitare una sorta di trappola in cui ci imprigioniamo da noi stessi e, proprio per questo, da cui facciamo così tanta fatica a liberarci: l’autoinganno! Analoga è la preoccupazione di Paolo nei confronti dei Tessalonicesi che, come gli scribi e i farisei, rischiano di essere così totalmente presi dal desiderio della <venuta del Signore> (2Ts 2, 1) da dimenticarsi di prepararne le condizioni di reale accadimento <attraverso l’opera santificatrice dello Spirito e la fede nella verità> (2, 13). E l’apostolo, come lo stesso Signore Gesù, ci mette proprio in guardia dal grande pericolo di lasciarci <così facilmente confondere e turbare> e ripete <nessuno vi inganni in alcun modo> (2, 2-3).

Talora, in realtà, questo inganno non viene da fuori di noi ma viene direttamente da dentro di noi! Ogni volta, infatti, che cominciamo a concentrarci troppo su un aspetto e soprattutto se cominciamo a dare troppa importanza agli aspetti più visibili, più chiari, più verificabili della nostra vita di fede ecco che rischiamo di cadere nell’inganno della vuota esteriorità: <guai a voi… che pulite l’esterno del bicchiere e del piatto mentre all’interno sono pieni di rapina e di intemperanza> (Mt 23, 25). Il Signore non vuole assolutamente invitarci a presentarci “sporchi”, ma ci esorta a mantenere nella nostra vita l’ordine giusto: <pulisci prima l’interno del bicchiere, perché anche l’esterno diventi netto> (23, 26). Del resto a tutti è chiaro come la cosa più importante è che sia pulito l’interno del piatto e del bicchiere perché è da lì che si attingono il cibo e la bevanda. Come pure non sfugge a nessuno che un cibo delizioso presentato in un piatto lercio rischia di creare disgusto e repulsione. Per riprendere Paolo che parla de <il nostro vangelo> (2Ts 2, 14) potremmo dire che questi è proprio l’invito e la forma in cui dare un ordine adeguato alla nostra esistenza e che dovrebbe sempre seguire la via che va dall’interno verso l’esterno e tutto ciò <per il possesso> e la testimonianza <della gloria del Signore nostro Gesù Cristo> (2, 14).

Non possiamo accontentarci né tantomeno illudere noi stessi e gli altri che per essere nello spirito delle beatitudini sia sufficiente pagare <la decima della menta, dell’anèto e del cumino> (Mt 23, 23) ma pur <senza omettere> questi gesti, che aiutano ad orientare la nostra vita e a rammemorarne la direzione profonda, siamo chiamati a vivere di ciò che frère Roger diceva essere il midollo delle beatitudini: “gioia, semplicità, misericordia”. In caso contrario il rischio è terribile: <filtrate il moscerino e ingoiate il cammello!> (Mt 23, 24)… come ci sentiremmo con un “cammello” in gola? Come ci sentiamo quando <all’interno> (23, 25) del piatto della nostra vita c’è il vuoto di gioia, di semplicità e di misericordia? Siamo semplicemente infelici e senza alcuna <consolazione> e privi di <una buona speranza> (2Ts 2, 16).

Segreto

San Bartolomeo

Bartolomeo, come apostolo e come modello di discepolato, detiene due primati: quello di aver francamente espresso la sua perplessità sull’identità di Gesù come pure quello di avergli reso la prima grande e completa professione di fede: <Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele> (Gv 1, 49). In questo duplice e progressivo avvicinarsi di Natanaele al mistero di Cristo Signore, si inserisce quella parola di apprezzamento di fondo da parte del Maestro che permette al discepolo di fare un passo oltre le proprie precomprensioni e preconcetti: <Ecco davvero un’israelita in cui non c’è falsità> (1, 47). Il resto del dialogo tra il novello discepolo e il Maestro che viene da Nazaret e da cui non si spera molto, nonostante tutte le interpretazioni da parte degli esegeti di tutte le epoche e di tutte le scuole, rimane un segreto in cui nessuno può ardire di penetrare in modo esaustivo ed eccessivamente chiaro. Il segreto di cui Natanaele si meraviglia è per ciascun discepolo una via di comprensione del mistero della propria intima familiarità con il Signore che, sola, è capace di darci un’identità a partire non da noi stessi, ma dalla relazione a cui ci si apre nonostante le paure e le resistenze interiori.

Nella preghiera non solo possiamo assumere la domanda di Natanaele, ma possiamo persino andare oltre e portarla alle sue estreme conseguenze: <Come mi conosci?> (1, 48) in forma interrogativa può diventare una esclamazione assai più coinvolgente “Quanto mi conosci!”. Tutta la nostra vita è come sospesa tra un interrogativo su Dio che si trasforma, gradatamente, in un interrogativo posto, invece, su noi stessi. Questo processo non può che avvenire in segreto, in quell’ambito della nostra coscienza profonda ove siamo visitati dallo sguardo di Dio che non è uno sguardo inquisitivo, ma piuttosto ammirativo. In questo tempo in cui forse ancora non abbiamo ripreso a pieno il ritmo delle nostre attività e godiamo dell’atmosfera di riposo e di vacanza, sarebbe bello cercare di ritrovare il nostro personale e segreto <albero di fichi> (1, 50) sotto cui riprendere il dialogo con il Signore per lasciare che la nostra discepolanza ci permette di conoscere meglio noi stessi e di diventare oltre che discepoli anche un poco più fratelli.

Le parole pronunciate da <uno dei sette angeli> può essere applicata a ciascuno di noi: <Vieni, ti mostrerò la promessa sposa, la sposa dell’Agnello> (Ap 21, 9). Si tratta della nostra vita e della nostra anima chiamata ad entrare in un profondo contatto con la presenza del Signore che ci visita e ci permette di arrivare ad una conoscenza più vera di noi stessi che ci apre alla confessione di fede in Dio e ad una fraternità sempre più autentica. Infatti solo l’amore è conoscenza ed è la conoscenza propria dell’amore il segreto della nostra vita che ci permette di essere noi stessi senza ripiegarci.

Aprire e chiudere

XXI Domenica del T.O. –

A Simon Pietro viene chiesto di accettare di essere posto a fondamento della vita della Chiesa e questo perché la comprensione del mistero di Cristo ricevuta in dono non è certo un privilegio, ma un servizio per tutti i fratelli: <Beato sei tu, Simone figlio di Giovanni perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli> (Mt 16, 17). L’apostolo Paolo, nella seconda lettura, lo ricorda con grande intensità: <O profondità della ricchezza, della sapienza e della conoscenza di Dio> (Rm 11, 33). Eppure, non va dimenticato che la pietra di fondazione che è la fede ricevuta in dono da Pietro si fonda sulla roccia, unica, che è Cristo Signore. Ed è il Signore Gesù che si premura di ricordarci quanto dura e resistente è la pietra di scandalo che è il mistero pasquale contro il quale si infrangono tutte le nostre illusioni e le nostre superficialità, tanto da rendere necessaria l’ultima raccomandazione del Vangelo di questa domenica: <Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo> (Mt 16, 20). La verità sul Signore Gesù non è una notizia da divulgare, ma una realtà da testimoniare dopo averla incarnata nella nostra vita fino a soffrirla sulla nostra pelle.

A Simon Pietro che intuisce, per un profondo ascolto, la verità dell’identità di Gesù con cui da tempo ormai condivide la sua vita, il Signore Gesù chiede – assieme ai discepoli di tutti i tempi – un passo in più che è quello di una grande e attiva responsabilità nel farsi testimoni credibili del mistero intuito: <A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli> (16, 19). Questa parola non è una regalia, è un’investitura come quella di cui si parla drammaticamente nella prima lettura. Dapprima, infatti, si dice duramente riguardo a Sebna: <Ti toglierò la carica, ti rovescerò dal tuo posto> (Is 22, 19). Di Eliakìm riconosciuto come <servo> del Signore si dice: <Sarà un padre per gli abitanti di Gerusalemme…> tanto che <se egli apre, nessuno chiuderà; se egli chiude, nessuno potrà aprire> (22, 21-22).

Aprire e chiudere è il ruolo di Simon Pietro quale simbolo della coscienza credente: aprire è chiudere… chiudere è aprire! Ciò che è stato consegnato a Simon Pietro come compito particolare a servizio di tutti e per la gioia di tutti, è la missione di ogni discepolo chiamato a fare della sua stessa vita una porta attraverso cui la nostra realtà umana può comunicare fino a lasciarsi intimamente inondare dalla vita stessa di Dio. Guai a noi se invece di essere una porta aperta trasformiamo il nostro mistero di discepoli non in un ministero che apre, ma, piuttosto, in una sorta di confine da valicare faticosamente. La tentazione cui continuamente dobbiamo resistere è di dimenticare la sublimità del mistero di Dio che ci è affidato ma di cui non siamo padroni, come ci ricorda l’apostolo Paolo quando esclama: <Quanto insondabili sono i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie> (Rm 11, 33).