Aprire e chiudere

XXI Domenica del T.O. –

A Simon Pietro viene chiesto di accettare di essere posto a fondamento della vita della Chiesa e questo perché la comprensione del mistero di Cristo ricevuta in dono non è certo un privilegio, ma un servizio per tutti i fratelli: <Beato sei tu, Simone figlio di Giovanni perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli> (Mt 16, 17). L’apostolo Paolo, nella seconda lettura, lo ricorda con grande intensità: <O profondità della ricchezza, della sapienza e della conoscenza di Dio> (Rm 11, 33). Eppure, non va dimenticato che la pietra di fondazione che è la fede ricevuta in dono da Pietro si fonda sulla roccia, unica, che è Cristo Signore. Ed è il Signore Gesù che si premura di ricordarci quanto dura e resistente è la pietra di scandalo che è il mistero pasquale contro il quale si infrangono tutte le nostre illusioni e le nostre superficialità, tanto da rendere necessaria l’ultima raccomandazione del Vangelo di questa domenica: <Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo> (Mt 16, 20). La verità sul Signore Gesù non è una notizia da divulgare, ma una realtà da testimoniare dopo averla incarnata nella nostra vita fino a soffrirla sulla nostra pelle.

A Simon Pietro che intuisce, per un profondo ascolto, la verità dell’identità di Gesù con cui da tempo ormai condivide la sua vita, il Signore Gesù chiede – assieme ai discepoli di tutti i tempi – un passo in più che è quello di una grande e attiva responsabilità nel farsi testimoni credibili del mistero intuito: <A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli> (16, 19). Questa parola non è una regalia, è un’investitura come quella di cui si parla drammaticamente nella prima lettura. Dapprima, infatti, si dice duramente riguardo a Sebna: <Ti toglierò la carica, ti rovescerò dal tuo posto> (Is 22, 19). Di Eliakìm riconosciuto come <servo> del Signore si dice: <Sarà un padre per gli abitanti di Gerusalemme…> tanto che <se egli apre, nessuno chiuderà; se egli chiude, nessuno potrà aprire> (22, 21-22).

Aprire e chiudere è il ruolo di Simon Pietro quale simbolo della coscienza credente: aprire è chiudere… chiudere è aprire! Ciò che è stato consegnato a Simon Pietro come compito particolare a servizio di tutti e per la gioia di tutti, è la missione di ogni discepolo chiamato a fare della sua stessa vita una porta attraverso cui la nostra realtà umana può comunicare fino a lasciarsi intimamente inondare dalla vita stessa di Dio. Guai a noi se invece di essere una porta aperta trasformiamo il nostro mistero di discepoli non in un ministero che apre, ma, piuttosto, in una sorta di confine da valicare faticosamente. La tentazione cui continuamente dobbiamo resistere è di dimenticare la sublimità del mistero di Dio che ci è affidato ma di cui non siamo padroni, come ci ricorda l’apostolo Paolo quando esclama: <Quanto insondabili sono i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie> (Rm 11, 33).

Ouvrir et fermer

XXI Dimanche du T.O.

Il est demandé à Simon Pierre d’accepter d’être placé aux fondations de la vie de l’Église et cela parce que la compréhension du mystère du Christ reçu en don n’est certainement pas un privilège, mais un service pour tous les frères : «  Bienheureux es-tu Simon, fils de Jean car, ni la chair, ni le sang te l’ont révélé, mais mon Père qui est dans les cieux » (Mt 16, 17). L’apôtre Paul, dans la seconde lecture, nous le rappelle avec une grande intensité : «  Ô profondeur de la richesse, de la sagesse et de la connaissance de Dieu » (Rm 11, 33). Et pourtant, l’on n’oublie pas que la pierre de fondation qu’est la foi reçue en don à Pierre, se fonde sur la roche unique qui est le Christ Seigneur. Et c’est le Seigneur Jésus qui se hâte de nous rappeler combien dure et résistante est la pierre de scandale qu’est le mystère pascal contre lequel  butent toutes nos illusions et nos superficialités, jusqu’à rendre nécessaire la dernière recommandation de l’évangile de ce dimanche : «  Alors, il ordonna à ses disciples de ne dire à personne qu’il était le Christ » (Mt 16, 20). La vérité sur le Seigneur Jésus n’est pas une nouvelle à divulguer, mais une réalité à témoigner après l’avoir incarnée dans notre vie, jusqu’à la souffrir dans notre peau.

 A Simon Pierre qui devine, par une écoute profonde, la vérité de l’identité de Jésus avec qui il partage désormais depuis longtemps sa vie, le Seigneur Jésus demande – comme aux disciples de tous les temps – un pas supplémentaire qui est celui d’une grande et active responsabilité pour devenir des témoins crédibles dans le mystère deviné : «  A toi, je donnerai les clés du règne des cieux : tout ce que tu lieras sur la terre sera lié dans les cieux, et tout ce que tu délieras sur la terre sera délié dans les cieux » ( 16, 19). Cette parole n’est pas un privilège, mais une investiture comme celle dont on parle dramatiquement dans la première lecture. Tout d’abord, en effet, l’on dit durement a Sebna : «  Je t’enlèverai la charge et te changerai de place » (Is 22, 19). De Eliakim, reconnu comme «  serviteur » du Seigneur, l’on dit : «  Il sera un père pour les habitants de Jérusalem… » tellement que «  s’il ouvre, personne ne fermera ; s’il ferme, personne ne pourra ouvrir » (22, 21-22).

 Ouvrir et fermer est le rôle de Simon Pierre, celui de la conscience du croyant : ouvrir est fermer…fermer est ouvrir ! Ce qui a été confié à Simon Pierre comme devoir particulier au service de tous et pour la joie de tous, est la mission de tout disciple appelé à faire de sa propre vie une porte à travers laquelle notre réalité humaine peut communiquer jusqu’à se laisser inonder intimement de la vie même de Dieu. Gare à nous, si, au contraire d’être une porte ouverte, nous transformions notre mystère de disciples non pas en un ministère qui ouvre, mais plutôt en une sorte de frontière à traverser difficilement. La tentation à laquelle nous devons continuellement résister est d’oublier la sublimité du mystère de Dieu qui nous est confiée, mais dont nous ne sommes pas les maîtres, comme nous le rappelle l’apôtre Paul quand il s’exclame : «  Combien insondables sont ses jugements et inaccessibles ses voies » (Rm 11, 33).

Quale gioia?

XX Settimana T.O.

Sembra proprio essere completamente agli antipodi l’atteggiamento del profeta e quello stigmatizzato dal Signore Gesù. Il profeta Ezechiele davanti alla <gloria del Dio d’Israele> (Ez 43, 2) – come poi accadrà al veggente di Patmos (Ap 1, 17) – non può che cadere con la <faccia a terra> (Ez 43, 3) mentre gli <scribi e i farisei> (Mt 23, 2) passano la vita a cercare in tutti i modi di <essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filatteri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati “rabbi” dalla gente> (Mt 23, 5-6). Quasi in conclusione del suo vangelo, Matteo sembra riprendere il filo del discorso della Montagna con cui il suo libro si apre. Le non-beatitudini che Luca pone nello stesso testo con i suoi <guai> (Lc 6, 24-26), Matteo sembra riservarle per la fine dove, naturalmente, il loro impatto è ancora più forte. Si tratta infatti di tirare un po’ le fila di tutto il cammino percorso dietro a Gesù fino a questo punto. Una delle conseguenze di un autentico ascolto della parola e dei gesti del Signore dovrebbe essere proprio una accresciuta e approfondita consapevolezza di quanto e di come siamo <tutti fratelli> (Mt 23, 8).

Ma per sentirsi ed essere tali nelle reciproche relazioni è necessario rinunciare ad ogni tentazione ed illusione di essere all’origine della vita degli altri sentendosi in diritto, e persino talora in dovere, di legare la vita dei nostri simili e compagni di strada con <fardelli pesanti> che noi non vogliamo muovere <neppure con un dito> (Mt 23, 4). Il Signore Gesù non mette per nulla in crisi il sistema del “magistero farisaico” anzi raccomanda alla <folla e ai suoi discepoli> (23, 1) in modo sorprendente e chiaro: <Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere> (23, 3). Non raramente siamo inclini a rendere meno esigente la nostra vita di sequela, poiché coloro che dovrebbero dare l’esempio non lo danno o perché siamo stati testimoni di incoerenze molto forti da parte dei pastori. Un simile atteggiamento oltre ad essere un alibi assai debole è anche un segno di immaturità umana e spirituale che si traduce, spesso, in questa sorta di caccia al <”rabbi”> (23, 8) e in una spasmodica ed eterna ricerca di un <”padre” sulla terra>. Invece il discepolo viene invitato a intessere relazioni tra <fratelli> che sono tali proprio in quanto si riconoscono in una stessa origine e in una stessa matrice.

Un simile modo di sentirsi interiormente e di porsi reciprocamente, non può che tagliare alla radice ogni altro desiderio che non sia quello di essere <servo> (23, 11) senza nessuna indulgenza verso speranze di carrierismo spirituale. Nella misura in cui abbiamo imparato a riconoscere in Gesù il Signore allora non avremo altro desiderio che quello di stare ai suoi <piedi> (Ez 43, 7) e di <adorarlo> (Mt 28, 9). E scopriremo che questi piedi di gloria sono quelli sporchi e infangati di ogni nostro fratello e sorella in umanità a cui non abbiamo, in realtà, niente da insegnare, nulla da dare e tutto – invece – da condividere <a terra> (Ez 43, 3). Del resto, il salmo è chiaro: <i cieli sono i cieli del Signore, ma la terra l’ha data ai figli dell’uomo> (113B, 16).

Sepolcri

XX Settimana T.O.

La risposta del profeta Ezechiele sembra essere la più adeguata tutte le volte in cui dobbiamo andare all’essenza delle cose: <Signore Dio, tu lo sai> (Ez 37, 3). Eppure, ogni volta che abbiamo il coraggio di porre una domanda al Signore non solo dobbiamo lasciare che sia lui a risponderci, ma anche essere veramente e profondamente disposti ad uscire dalle nostre <tombe> (37, 12) per farci ravvivare e condurre più in là delle nostre morti. Anche noi rischiamo – anche senza avvedercene – di essere animati dallo stesso spirito di quei <farisei> (Mt 22, 34) che attraverso uno di loro – <dottore della Legge> (22, 35) – interrogano il Signore Gesù ma semplicemente per <metterlo alla prova> nella speranza di farlo cadere in uno dei loro <sepolcri> (Ez 37, 13). Eppure il Signore non si lascia prendere da questa rete che rende la vita come una pianura <piena di ossa> e che sono <tutte inaridite> (37, 2). Al contrario, Gesù risponde alla domanda che le viene posta con grande esattezza e fino in fondo rivelando – attraverso la sua parola – lo <spirito> (37, 14) che è capace di trasformare la morte in vita e i sepolcri in crisalidi proprio secondo la promessa e la visione di Ezechiele: <Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi farò riposare nella vostra terra; saprete che io sono il Signore. L’ho detto e lo farò> (37, 14).

Questo “elisir” non è altro che il cuore stesso della <legge> (Mt 22, 36) che il Signore riassume in una sola parola ripetuta due volte: <Amerai> (22, 37.39). Il raddoppiamento di questo <amerai> – prima riferito a <Dio> e poi al <prossimo> – è il grande insegnamento e la via propria del Vangelo: Dio e l’uomo, il Signore e il fratello non possono mai essere disgiunti, poiché si rimandano l’un l’altro autenticandosi, in certo modo, l’un l’altro. Con questa risposta, che in realtà è in tutto conforme alla tradizione rabbinica del tempo, il Signore mette in chiaro la novità del suo insegnamento che si esprime in un atteggiamento completamente nuovo. Non c’è più posto per <il più grande comandamento della legge> (22, 36) che naturalmente riguarderebbe Dio, perché questi richiama subito, immediatamente e ineludibilmente quel <secondo simile al primo> (22, 39).

In questo gioco apparentemente scolastico ci viene manifestato lo <spirito> (Ez 37, 9) che viene potentemente invocato dal profeta sulle ossa che si <accostavano l’uno all’altro, ciascuno al suo corrispondente> (37, 7). Non basta che si corrisponda alla legge di Dio bisogna che questa legge di Dio crei una relazione talmente profonda e vera da permettere di tornare <in vita> e di stare <in piedi> (37, 10). La conclusione “magistrale” del Signore: <da questi due comandamenti dipende tutta la Legge e i Profeti> (Mt 22, 40) rivela ai <farisei> il grande segreto a cui forse non sono pronti perché ancora troppo chiusi nelle loro tombe mentali e nei loro cuori sepolcrali. Ma noi siamo forse tanto diversi?! Non abbiamo forse la tendenza a evitare la fatica di vivere i <due comandamenti> deviando continuamente da una parte o dall’altra magari con l’illusione di radicalizzare la nostra vita rendendola, in realtà, inaridita? Si tratta di imparare ad accostare gli elementi della nostra vita come le ossa della visione profetica lasciando libero il vuoto necessario allo spirito per dare vita alla cor-relazione senza la quale la vita è un sepolcro.

Purificherò

XX Settimana T.O.

Le parole del profeta Ezechiele prefigurano la purificazione battesimale e l’effusione dello Spirito nei nostri cuori, come pure quell’<abito nuziale> di cui è sprovvisto quel tale cui il padrone di casa della parabola si rivolge con tono assai duro e severo: <Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?> (Mt 22, 12). Come rispondere a questa domanda e, soprattutto, in che cosa realmente questo tale è mancante? Nella logica della parabola, infatti, è lo stesso padrone di casa che, davanti al rifiuto dei suoi invitati, manda i suoi servi <ai crocicchi delle strade>. Il testo ci dice che i servi <radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala di nozze si riempì di commensali> (22, 10). È chiaro che c’è un rischio da assumere quando si spalanca la porta di casa a delle persone assolutamente diverse e lontane. Forse che il padrone non ha messo in conto che questa massa di poveri avrebbe, almeno in parte, potuto approfittare di così tanta benevolenza imprevista e assolutamente gratuita?

Ciò che manca ai primi invitati, che preferiscono dedicarsi alle loro occupazioni, piuttosto che rispondere all’invito nuziale, non è tanto l’ingratitudine per l’onore che viene loro fatto nell’essere invitati alle nozze, quanto la difficoltà a comprendere che la loro presenza è necessaria ed è richiesta perché la festa nuziale si possa vivere con un livello di gioia all’altezza del desiderio che questo padre ha di preparare il giorno memorabile delle nozze del suo figlio. I primi invitati declinano l’invito adducendo delle ragioni più o meno condivisibili e accettabili. In realtà, ciò che loro sfugge è che l’invito è sempre un riconoscimento della propria povertà e del bisogno che si ha degli altri perché la gioia sia piena. Ciò che, invece, rischia di mancare a quanti vengono spinti dai servi nella sala di nozze, è non rendersi conto che sono lì non per se stessi, ma per dare gioia e quindi tutta l’attenzione deve essere portata sul come questa gioia possa essere all’altezza del desiderio e del bisogno di questo <re che fece una festa di nozze per suo figlio> (22, 2).

L’evangelista annota in apertura che il Signore Gesù <riprese a parlare con parabole ai capi dei sacerdoti e dei farisei> (Mt 22, 1) ed è facile capire quale possa essere il messaggio che viene loro rivolto: loro che per primi sono stati chiamati a rallegrarsi per la presenza tra loro del Figlio, non l’hanno accolto e, anzi, lo stanno per eliminare. Eppure, nel corso della parabola il re si rivolge direttamente a quel tale che viene sorpreso senza l’abito richiesto per una festa di nozze… è a noi che si rivolge. Noi che siamo stati spinti ad entrare nella festa delle nozze rischiamo di essere talmente presi dall’opportunità che si presenta per noi da dimenticare che il re ha bisogno di noi per la sua festa. Le parole del profeta Ezechiele sono per i primi e sono per i secondi, sono per noi quando siamo tra coloro che hanno da fare le proprie cose e non hanno tempo per il Signore e anche quando l’invito del Signore si presenta come un’opportunità: <vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne> (Es 36, 26). Questo cuore nuovo che Dio stesso ci dona dovrebbe farci sentire la sua stessa passione per le <nozze> tra il Verbo e l’umanità così da non poter nemmeno immaginare di declinare l’invito né tantomeno di non rivestirci di tutto ciò che è all’altezza della povertà di Dio che ha bisogno di noi per la sua gioia.

Non presumere

XX Settimana T.O.

La parabola che riascoltiamo nella liturgia odierna ci introduce nel mistero del cuore del Padre che si rivela pienamente e inconfondibilmente nelle parole e nei gesti del Signore Gesù. Al cuore della parabola vi è un invito profondo a rispettare il mistero della relazione di ciascuna creatura con il suo Creatore. A nessuno è concesso di farsi “giustizia” o di pretendere “giustizia” perché a nessuno è concesso presumere di sapere che cosa stia al cuore del desiderio di Dio e che cosa ha prodotto il ritardo di alcuni nel rispondere alla sua chiamata. Il rischio è sempre quello di voler <pascere> (Ez 34, 2) Dio volendo dirigere e limitare la sua misericordia commisurandola al nostro cuore terribilmente e talora incorreggibilmente <invidioso> (Mt 20, 15). Il profeta si scaglia con forza contro i pastori di Israele i quali, contrariamente al modello di buon pastore che è il Signore Gesù, in realtà <pascono se stessi> (Ez 34, 2).

Spesso ci comportiamo nei confronti dei nostri fratelli e sorelle proprio in quel modo che viene oggi aspramente condannato dal profeta Ezechiele: facciamo finta di prenderci cura e di avere a cuore la giustizia mentre, in realtà, abbiamo a cuore semplicemente noi stessi e la nostra supremazia sugli altri. In una sua omelia Giovanni Crisostomo afferma che, in realtà, il Signore chiama tutti fin dalla prima ora ma che accetta la lentezza della risposta e ripropone il suo appello – come fece con Saulo – sulla strada di Damasco a più riprese perché ciascuno possa corrispondere con convinzione e vera generosità. Se ciascuno di noi arriva ad una certa ora a lavorare nella vigna del Signore, per ciascuno di noi il Signore lavora prima della nostra <alba> (Mt 20, 1) e spera pazientemente che il nostro cuore si faccia lavorare e convertire dal suo essere <buono> (20, 15). Giovanni Crisostomo così conclude: <la parabola ci fa vedere che gli uomini si danno a Dio in età molto diverse. E Dio vuole impedire ad ogni costo che quelli che sono stati chiamati per primi disprezzino gli altri>1.

Per non disprezzare gli altri, secondo l’esortazione del Patriarca di Costantinopoli, è necessario custodire un cuore <buono> conscio del fatto che, per quanto noi cominciamo a lavorare prima degli altri, il Signore ha cominciato ben prima di noi. Se entriamo in questa consapevolezza e in questa logica, allora ci faremo imitatori e compagni del nostro Signore e Dio andando a cercare i nostri fratelli e sorelle ad ogni ora del giorno e della notte per farli nostri compagni di lavoro, non per risparmiarci un poco di fatica, ma per la gioia di collaborare insieme alla fecondità e bellezza di quell’unica vigna di cui siamo parte. Non è facile non presumere di essere più meritevoli degli altri per il fatto di aver faticato più di tutti, ma se guardiamo e accogliamo la vita come un dono da condividere, allora, saremo felici anche di chi arriva all’ultimo momento poiché l’amore del nostro Signore e Dio è quello di un padre <buono> che non ha bisogno di sottrarre a nessuno pur dando abbondantemente a tutti: <io stesso cercherò le mie pecore e le passerò in rassegna> (Ez 34, 11).


1. GIOVANNI CRISOSTOMO, Omelie, 64, 3.

Corda

XX Settimana T.O.

Forse per una svista dell’amanuense troviamo sulla bocca del Signore Gesù un riferimento al cammello che, in realtà, vorrebbe dire corda. Infatti, in greco troviamo una parola molto simile a quella tradotta con <cammello> (Mt 19, 24), ma che significa “corda gomena”. La svista del traduttore ci permette comunque di accogliere in modo ancora più chiaro l’intento del Signore: le ricchezze possono essere ingombranti come un cammello e possono essere come una corda gomena che impedisce alla nave della nostra discepolanza di prendere il largo sulla parola del Signore Gesù. Lo stesso Gregorio Magno si fa interprete del nostro disappunto davanti alla domanda di Pietro e la esplicita: <Forse qualcuno dirà dentro di sé: per obbedire alla chiamata del Signore, cosa hanno abbandonato, questi due pescatori che non possedevano niente?>. E come fine psicologo, il papa spiega che non bisogna dimenticare che a fare la differenza non sono le cose che si lasciano bensì la disposizione del cuore e aggiunge: <Noi, ciò che possediamo lo conserviamo con passione, e ciò che non abbiamo lo perseguiamo con i nostri desideri>1.

È proprio al cuore, sorgente delle nostre passioni e delle nostre cupidigie che sempre esprimono il nostro attaccamento a noi stessi che ci porta a esagerare su noi stessi che punta – come una lama tagliente – la parola del profeta Ezechiele contro la superbia de re di Tiro. Quest’uomo ha confuso il suo statuto regale con la sua essenza creaturale e perciò sembra far fatica ad essere e rimanere <uomo> tanto da dimenticare il suo stato creaturale fino a fare <il suo cuore come quello di Dio> (Ez 28, 2). Il principe di Tiro ripropone il grande dramma vissuto dall’umanità sin dai primordi della sua esistenza, e la sua è una caduta di tono come quella dei progenitori suggestionati dalla parola del serpente astuto (Gn 3). Ogni volta, infatti, che il nostro cuore si insuperbisce ecco che la nostra splendida creaturalità si altera diventando così una caricatura di Dio e non quel riflesso sereno fatto <a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza> (Gn 1, 26). È come se il raggio di luce entrasse in competizione con il sole che lo genera!

La superbia è come un cammello che rischia di schiacciarci – prima o poi – con il suo ingombrante peso ed è come una corda, impigliandoci nella quale, la nostra libertà rischia di strangolarsi da sola a forza di strattoni uccidendo così la nostra generosità. La domanda del Signore Dio tocca profondamente anche noi: <Ripeterai ancora: “Io sono un dio”> (Ez 28, 9) o impareremo ad amare di essere quello che siamo: uomini e donne, creature amate? Ci sono delle domande come pure dei desideri che <saranno ultimi> e degli aneliti invece che <saranno primi> (Mt 19, 30). A noi è chiesto di mollare le corde che ci trattengono come una nave che non prendesse mai il largo e restasse perpetuamente in un porto: non rischierebbe nulla se non il fatto di non essere se stessa. Il Signore ci rasserena radicalmente: <Questo è impossibile agli uomini> e aggiunge <ma a Dio tutto è possibile> (19, 26). Non ci resta che lasciarci fare, lasciarci andare, smettendo di quantificare.


1. GREGORIO MAGNO, Omelie sui Vangeli, 5.

Segno

XX Settimana T.O.

Il profeta Ezechiele viene chiamato da Dio a diventare un <segno> (Ez 24, 24)) per i suoi fratelli. Si tratta di “fare segno” per ricordare che non c’è nulla che sia più importante della relazione con il Signore Dio alla luce della cui presenza tutto il resto, che pure partecipa e rende gustosa la nostra vita, deve esserne illuminato e trasformato. Al sacerdote Ezechiele viene chiesto di <non versare una lacrima> (Ez 24, 16) sulla morte della donna che Dio sa essere <la delizia dei tuoi occhi>. Per il profeta si tratta di una chiamata a fare segno e ad essere segno dell’urgenza non solo di amare ma di andare alla radice di ogni amore. A differenza di quel <tale> (Mt 19, 16) che si accosta a Gesù con tutta la sua certezza morale che lo induce a fare l’elogio di se stesso con una fierezza quasi bambina e comunque troppo <giovane> (19, 20), il profeta entra e aiuta il popolo ad entrare in una relazione di grande umiltà e consapevolezza.

L’interlocutore di Gesù afferma con troppo pensare <tutte queste cose le ho osservate> (19,19). E di certo dice il vero questo giovane che si aspetta dal Maestro un’accoglienza trionfale nel seno della piccola comunità che lo attornia. Ma non basta una “buona morale” e una scrupolosa osservanza per essere discepoli del Signore Gesù e talora proprio questa coscienza – tra l’altro retta – di essere “a posto” può essere un impedimento ad entrare nella gioia propria del Regno di Dio che viene e che è l’esultanza del peccatore perdonato il quale – proprio nella consapevolezza del dono – accetta di non avere pretese. Così spiega un moralista dei nostri giorni: <Anche quando avessimo osservato tutta la morale, c’è ancora un appello singolare da parte di Dio per noi. Ciò che è interessante è che il questo giovane uomo rifiuta di seguire Gesù e con ciò stesso perde il frutto di tutta la sua morale, che è la gioia di vivere. Per questo se ne andò triste>1.

La tristezza di quel giovane è molto diversa dal tormento che vive il profeta Ezechiele per la morte di colei che è la delizia non solo dei suoi occhi, ma ancora più profondamente, la gioia del suo cuore. Mentre Ezechiele vive il dramma della separazione come uno strappo capace di diventare il <segno> dello strappo continuo che il cuore di Dio sente davanti all’infedeltà del suo popolo, la tristezza del giovane è una ferita al suo orgoglio spirituale. Mentre il profeta accetta lo strappo senza fare il lutto ma cercando di cogliere il segno, il giovane fa un grande lutto senza essere capace di cogliere nella parola del Signore , composta di cinque verbi che indicano le tappe per completare il cammino, un segno che lo invita ad andare oltre tutto <queste cose osservate> (Mt 19, 20). Possiamo fare oggi una sorta di esame di coscienza su ciò che realmente ci fa soffrire: lo strappo di un amore fallito e mancato oppure lo strappo per il crollo della nostra immagine? Non c’è bisogno di avere fretta… prendiamo tutto il tempo per rispondere con calma e senza precipitazione. La nostra stessa vita è chiamata a diventare <un segno> (Ez 24, 24).


1. X. THEVENOT, La souffrance, Ed. don Bosco, p. 34.

Gli altri

XX Domenica del T.O. –

Quello di Paolo sembra un grido di protesta contro ogni chiusura che, sottilmente, eliminando gli altri nella loro diversità fondamentale, in realtà uccide ciò che in noi è apertura alla vita: <a voi, genti, ecco che cosa dico: come apostolo delle genti, io faccio onore al mio ministero, nella speranza di suscitare la gelosia di quelli del mio sangue e di salvarne alcuni> (Rm 11, 14). Il profeta Isaia da parte sua sembra sognare e non si accontenta di farlo per se stesso, ma sembra bruciare dal desiderio di condividere il suo desiderio di un modo allargato di sentirsi popolo di Dio: <Gli stranieri hanno aderito al Signore per servirlo e per amare il nome del Signore, e per essere suoi servi> (Is 56, 6). Il sogno di Isaia e il grido di Paolo ci permettono di entrare nella reazione del Signore Gesù davanti a quella donna che sembra sbarrargli la strada e con cui sembra ingaggiarsi una lotta profonda. Questa lotta comincia con una nota assai strana – <non gli rivolse neppure una parola> (Mt 15, 23) – e si conclude con un moto irrefrenabile di ammirazione: <Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri> (15, 29). Tra queste due reazioni del Signore troviamo il modo di pensare dei discepoli: <Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!> (15, 23).

La motivazione che anima i discepoli – quella di liberarsi da un fastidio – non è degna del Signore e non sarebbe stata rispettosa del dolore e della preghiera di questa donna senza nome che rischia di rappresentare così bene la nostra umanità bisognosa non solo di aiuto ma anche di ritrovare la propria dignità senza pretenderla: <E’ vero, Signore – disse la donna -, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni> (15, 27). Proprio mentre il Signore – per l’unica volta nella sua vita adulta – varca i confini di Israele ecco che questa donna lo mette di fronte alla fatica non solo di andare verso i lontani, ma di accettare che gli altri ci vengano incontro chiedendoci una disponibilità che forse non avevamo messo in conto. Così il mondo degli altri e il modo degli altri sono uno stimolo per prendere coscienza di quello che abbiamo ricevuto come dono di grazia e di cui non possiamo semplicemente gloriarci, ma da cui siamo chiamati a farci interiormente formare con gli altri e mai in modo isolato e autoreferenziale.

Il Signore Gesù onora in modo unico e totale il suo ministero di compassione proprio nella misura in cui, quasi esasperando la situazione, può rivelare ancora più profondamente quanto grande è la fede di quella donna che vive oltre i confini visibili della fedeltà del popolo di Israele. Nel suo estremo bisogno la donna chiede semplicemente di essere tollerata. Il Signore, attraverso la sua dura pedagogia di iniziazione alla logica del Regno, la offre a tutti – e prima di ogni altro ai suoi discepoli – come modello di fede e di <preghiera per tutti i popoli> (Is 56, 7). In questi giorni estivi in cui abbiamo forse non solo un po’ più di tempo ma anche una maggiore disponibilità interiore possiamo cercare di fare un passo in più perché gli altri si possano sentire non tollerati, ma accolti e riconosciuti, stimati e onorati in tutta verità.

Les autres

XX Dimanche du T.O.

Celui de Paul ressemble à un cri de protestation contre toute fermeture qui, délicatement, tout en éliminant les autres dans leur diversité fondamentale, détruit, en réalité, ce qui est en nous ouverture à la vie : «  Voici ce que je vous dis : en tant qu’apôtre, je fais honneur à mon ministère, dans l’espoir de susciter la jalousie de mes concitoyens et d’en sauver certains » (Rm 11, 14). Le prophète Isaïe de son côté, semble songeur et ne se contente pas de l’être pour lui-même, mais il brûle du désir de partager son désir d’une façon élargie, se sentant peuple de Dieu : «  Les étrangers ont adhéré au Seigneur pour le servir et pour aimer le nom du Seigneur, pour devenir ses serviteurs » (Is 56, 6). Le rêve d’Isaïe et le cri de Paul nous permettent d’entrer dans la réaction du Seigneur Jésus face à cette femme qui semble lui barrer la route et avec qui s’engage une lutte profonde. Cette lutte commence par une note assez étrange – «  il ne lui adressa même pas une parole » (Mt 15, 23) – et elle se conclut par un élan incontrôlable d’admiration : «  Femme, grande est ta foi ! Qu’il advienne selon ton désir » (15, 20). Entre ces deux réactions du Seigneur, nous trouvons la façon de penser des disciples : « exauce-là car elle nous suit en criant ! » (15, 23).

La motivation qui anime les disciples – celle de se libérer d’une difficulté – n’est pas digne du Seigneur et ne serait pas respectueuse de la douleur et de la prière de cette femme sans nom qui risque de si bien représenter notre humanité désireuse, non seulement d’aide, mais aussi de retrouver sa propre dignité sans prétention : «  C’est vrai, Seigneur – répondit la femme -, mais les petits chiens mangent les miettes qui tombent de la table de leurs maîtres » (15, 27). Juste au moment où le Seigneur – pour l’unique fois dans sa vie d’adulte – traverse les frontières d’Israël, voici que cette femme le met face à la difficulté, non seulement, d’aller vers le lointain, mais aussi d’accepter que les autres viennent à notre rencontre en nous demandant une disponibilité que, sans doute, nous n’avions pas prise en compte. Ainsi, le monde des autres, et la façon d’être des autres sont une stimulation pour prendre conscience de ce que nous avons reçu comme don de grâce et dont nous ne pouvons pas simplement nous glorifier, mais dont nous sommes appelés à nous laisser transformer intérieurement par les autres, jamais de manière isolée et autoréférentielle.

 Le Seigneur Jésus honore de façon unique et totale son ministère de compassion dans la mesure où, en dramatisant presque la situation, peut se révéler plus profondément encore combien grande est la foi de cette femme qui vit au-delà des frontières visibles de la fidélité du peuple d’Israël. Dans son extrême besoin, la femme demande tout simplement d’être tolérée. Le Seigneur, par sa dure pédagogie d’initiation à la logique du Règne, offre à tous – et avant tout à ses disciples –  ce modèle de foi et de «  prière pour tous les peuples » (Is 56,7). En ces jours d’été où nous avons sans doute un peu plus de temps, mais aussi une plus grande disponibilité intérieure, nous pouvons essayer de faire un pas supplémentaire pour que les autres puissent se sentir, non pas tolérés, mais accueillis et reconnus, estimés et honorés en toute vérité.