Il tuo nome è “Se”, alleluia!
II settimana T.P. –
Il modo con cui rabbì Nicodemo si rivolge al Signore Gesù è emblematico: <Rabbì, sappiamo che sei venuto da Dio come maestro; nessuno infatti può compiere questi segni che tu compi, se Dio non è con lui> (Gv 3, 2). In queste parole possiamo leggere una grande ammirazione da parte di un membro autorevole del Sinedrio nei confronti di questo rabbì itinerante proveniente dalla Galilea. Ma possiamo anche indovinare come per Nicodemo il criterio di discernimento per valutare una persona è legato ai <segni> che egli compie piuttosto che – partendo dai segni esterni – cercare di capire il segno che egli è come persona. A questo il Signore Gesù reagisce prontamente e, per certi aspetti, brutalmente: <In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio> (3, 3).
Potremmo commentare questa risposta del Signore Gesù a Nicodemo riprendendo il testo del salmo responsoriale che la Liturgia ci offre: < Ride colui che sta nei cieli, il Signore si fa beffe di loro> (Sal 2, 4). Di certo il Signore Dio non ride di noi, ma come una madre che assiste ai primi passi del proprio bambino sostenendolo nelle sue innumerevoli cadute, vede e considera quanto facciamo fatica a guardare la realtà dall’interno e non solo dall’esterno come pure a valutare e incrementare la nostra stessa vita dal profondo del nostro cuore e non dall’esteriorità di gesti e parole talora più grandi di noi tanto da non esprimere nulla di quello che veramente desideriamo e di ciò che veramente siamo. Come spiega Teodoro di Mopsuestia parlando del Battesimo: <Quando si tratta della generazione naturale, il seno della madre è il luogo in cui si forma il bambino, ma questi si sviluppa fino al termine per la potenza di Dio che, sin dalle origini, lo ha creato. Così pure nel Vangelo l’acqua tiene il posto della madre, ma è lo Spirito ad essere il Creatore>1.
Laddove Nicodemo cerca di porsi con Gesù in una situazione di parità e persino con un briciolo di superiorità – <noi sappiamo> (Gv 3, 2) – il Signore lo richiama a se stesso e al suo personale cammino di crescita interiore che non si fa “in gruppo”, ma solo ed esclusivamente assumendo il peso della propria solitudine e della propria responsabilità personale. Attingere alla propria interiorità è il grande invito che il Signore Risorto fa a ciascuno di noi per poter, a nostra volta, vivere la stessa esperienza degli apostoli e della Chiesa nascente: un’apertura alla profondità di se stessi permette di essere fedeli a se stessi e di non temere nessuna minaccia esterna. Quando siamo capaci di vivere all’altezza della nostra interiorità allora è chiaro che lo Spirito non solo vive dentro di noi, ma ci rigenera così profondamente che la sua azione potente si rende percettibile: <Quand’ebbero terminato la preghiera, il luogo in cui erano radunati tremò e tutti furono colmati di Spirito Santo e proclamavano la parola di Dio con franchezza> (At 4, 31).
1. TEODORO DI MOPSUESTIA, Commento su Giovanni, II, 2.






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