Mentalizzare

VIII Settimana T.O. 

All’apostolo Pietro affidiamo il compito di rappresentarci e di reagire proprio come noi stessi avremmo voglia di fare: <Ecco noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito> (Mc 10, 28). Una possibile, forse la prima e la più istintuale delle reazioni, a questa apostolica presa di posizione potrebbe essere quella di ritenerla esagerata o perfino un poco falsificata. Eppure, la parola di Pietro, come pure quella sottile rivendicazione che portiamo segretamente in cuore e ci fa vacillare davanti alle conseguenze della nostra generosa adesione al mistero di Cristo sono vere: sì, abbiamo lasciato tutto… abbiamo talora persino lasciato tutti e cosa mai ne avremo in cambio? Questa presa di coscienza che può diventare giustificata rivolta davanti a quello che, come discepoli, ci ritroviamo tra le mani se è vera, al contempo, rivela ciò che abbiamo di più caro: noi stessi. Dopo avere lasciato ogni cosa e relativizzato molte delle nostre relazioni significative e confortanti ci ritroviamo ad accarezzare – forse inconsciamente – noi stessi da cui non riusciamo realmente a prendere quella distanza che creerebbe invece nuovi spazi di vita.

La parola esortativa dell’apostolo ci raggiunge e ci richiama profondamente: <Perciò, cingendo i fianchi della vostra mente e restando sobri, ponete tutta la vostra speranza in quella grazia che vi sarà data quando Gesù Cristo si manifesterà> (1Pt 1, 13). Abbiamo mai pensato che la nostra mente ha dei fianchi che bisogna avere il coraggio e la semplicità di cingere perché sia capace di mentalizzare la vita sempre di più come un servizio e meno come una pretesa? Non si tratta, come potrebbe sembrare a primo acchito, di tagliare delle relazioni rinunciando ad esse ma – piuttosto – di tessere delle nuove relazioni e di ritrovare quelle di sempre in un contesto. Il contesto è quello della novità che il Vangelo imprime alla nostra vita di sempre rendendola – completamente e radicalmente – trasfigurata. Forse per questo nel centuplo che ci viene promesso, manca proprio il <padre> (Mc 10, 29). Questa mancanza ci riporta al mistero del grande guadagno cui siamo chiamati: riconoscere nel Padre di tutti l’origine di ogni sicurezza e di ogni serenità.

Se impariamo a riconoscere con Gesù e in Gesù il volto amabilissimo del Padre che è nei cieli, allora potremo accogliere il vangelo come un invito non a lasciare tutto e tutti, ma a ritrovare tutto e tutti dopo aver avuto il coraggio di lasciare noi stessi con tutto il cumulo di pretese che ci rende così ingombranti da non poter più camminare agevolmente per le strade della vita <come il Santo che vi ha chiamati> (1Pt 1, 14). Il Signore oggi ci chiede di rompere lo specchio in cui continuamente rimiriamo le nostre azioni, le nostre parole, la nostra persona che diventa facilmente il nostro idolo più adorato per essere, finalmente, liberi di amare non in modo fusionale quello che Dio e gli altri dovrebbero confermare di noi stessi ma per quello che ci rivelano di così nuovo da essere considerato da una vita <impossibile> (Mc 10, 27).

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