Il tuo nome Brilla, alleluia!

Domenica di Pentecoste 

Nella stessa Liturgia evochiamo due Pentecoste. La prima è quella vissuta dagli apostoli nell’intimità e nella quiete del Cenacolo <la sera di quel giorno, il primo della settimana> (Gv 20, 19); della seconda ci parla Luca negli Atti degli Apostoli nel contesto del mattino di una delle feste più care e gioiose della tradizione ebraica. In realtà portiamo oggi a compimento i giorni della Pasqua in cui in più modi e in diversi momenti non solo celebriamo, ma facciamo entrare in noi il vento e il fuoco della risurrezione di Cristo quale promessa di vita e fonte di speranza per ogni creatura. I simboli del vento e del fuoco rievocano le pagine più grandi della tradizione ebraica e rimandano al mistero della vita che esige il movimento e il dinamismo di una fiamma che si nutre di legna e di vento per regalare luce e calore. Questi due simboli, così cari a tutte le tradizioni e che fanno parte integrante della vita quotidiana, ci ricordano che il dono dello Spirito Santo non solo è il <primo dono ai credenti>, ma ne è la fonte perenne. Per questo l’apostolo Paolo enuncia con chiarezza che <se uno solo è lo Spirito> nondimeno <vi sono diversi ministeri> (1Cor 12, 4).

La parola dell’apostolo andrebbe intesa ancora più profondamente tanto da dire che “vi sono diversità di misteri”. Quando il Signore Gesù si presenta ai suoi apostoli la sera di Pasqua augura loro due cose: la <pace> (Gv 20, 19) come dono e la capacità di perdonare, dopo essere stati così profondamenti perdonati (20, 23). Ambedue le cose non sono possibili se non nella misura in cui ciascuno è reso capace, proprio per opera dello Spirito Santo, di accogliere se stesso come mistero e di riconoscere negli altri un mistero da venerare e mai giudicare. Per questo, se la sera di Pasqua il passaggio di Gesù tra i suoi discepoli è capace di riportare la pace come dono di riconciliazione profonda con tutto ciò che la Pasqua ha rivelato di ciascuno mettendolo in contatto con le proprie ombre, al mattino di Pentecoste sembra che ormai nulla e nessuno possa sentirsi o essere considerato estraneo: <A quel rumore la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua> (At 2, 6).

Al mattino di Pentecoste la Chiesa è in grado di uscire dal Cenacolo per farsi animatrice della speranza e sostenitrice della gioia di tutta l’umanità nella sua interezza, fatta di complessità che esige il passaggio per i discepoli dalla necessità di esprimersi al desiderio di essere capiti. La forza dinamica dello Spirito, che si manifesta in <lingue come di fuoco> (2, 3) le quali non possono in nessun modo restare ferme o rimanere immobili, obbliga i discepoli ad uscire e a fare della strada il luogo della vita e dell’annuncio pro-fanando così ogni tentazione religiosa che spinge a trincerarsi e al massimo ad invitare e ad aspettare. La gente accorre perché sente un <rumore> (2, 6) che rievoca quello udito da Ezechiele (37, 7) nella pianura colma di ossa inaridite. La casa della Chiesa non è misticamente silenziosa, ma vitalmente rumorosa e piena di vita come una casa piena di bambini che si aprono alla vita. Il fuoco che si manifesta e rimette in cammino i discepoli è la manifestazione piena di quello che i discepoli confessano di aver sentito come ardore nel loro cuore mentre il Signore Gesù fattosi loro compagno di strada interpretava per loro la vita. Ancora oggi il Signore Risorto ci dona pace interpretando la nostra vita e lasciando che essa si manifesti come luce, fuoco, vento… come qualcosa che brilla e per questo rallegra e attrae… almeno i bambini che dovremmo diventare alla scuola del Vangelo, alla sequela del Risorto che ha riaperto i giochi della vita.

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