Fermezza

VIII Settimana T.O. 

Nella conclusione del romanzo di Gertrud von le Fort Il lino di Veronica, dopo la morte della nonna – donna agnostica di nobiltà e finezza rarissime – la nipote trova accanto alla sua poltrona un biglietto che era stato il punto di riferimento di questa donna – quasi un pro-memoria – durante la sua ultima malattia. Vi era scritto: “Fermezza e silenzio”. Ci sono dei silenzi che stanno solo a significare il vuoto, la codardia, l’incapacità o la viltà e vi sono dei silenzi invece che dicono inequivocabilmente il coraggio di mettersi in relazione con gli altri nella verità e senza paura alcuna: <Vi farò una sola domanda. Se mi rispondete, vi dirò con quale potere faccio questo> (Mc 11, 29). A differenza di Mosè che fugge davanti alla domanda dei suoi fratelli <Chi ti ha costituito su di noi?> (Es 2, 14), il Signore Gesù mette <i sommi sacerdoti, gli scribi e gli anziani> (Mc 11, 27) – abituati per il loro stesso ufficio a interrogare e a giudicare gli altri – dalla parte degli interrogati. Potremmo esultare con una certa soddisfazione perché finalmente anche costoro devono lasciarsi interrogare.

Davanti alla reazione del Signore Gesù ci troviamo di fronte a uomini che normalmente incutono timore e che invece – sorprendentemente – scopriamo <temevano la folla> (11, 32). Il Signore Gesù non rifiuta la risposta ai suoi interlocutori, ma la condiziona alla verità della loro domanda, alla loro capacità di non fare solo finta di domandare e di ascoltare – sicuri di avere già la risposta – ma di porsi veramente in relazione che esige la crescita e il cambiamento attraverso la reazione dell’altro. Ma – purtroppo – alla fine non possono che dire: <Non lo sappiamo> (11, 33). Risposta chiaramente falsa tanto quanto quel <Noi sappiamo> (Gv 3, 2) che troviamo in bocca a Nicodemo, il quale visita Gesù <di notte>… anche lui per paura che sembra quasi un vizio di casta. Sembra dirci il Signore Gesù – normalmente così aperto a rispondere a chiunque – che se non c’è un desiderio di farsi cambiare dall’incontro con lui – e non solo con lui ma con chiunque – allora bisogna fare ciò che raccomanda così impietosamente l’apostolo Giuda: <abbiate compassione con timore, stando lontano perfino dai vestiti, contaminati dal loro corpo> (Gd 23).

Quando le domande e l’apparente apertura al dialogo nascondono l’ipocrito bisogno di essere solo confermati e non trasformati, allora la via per costruire <sopra la vostra santissima fede> (Gd 20) è proprio quella della fermezza e del silenzio da cui si spera che la falsa domanda <con quale autorità fai queste cose?> (Mc 11, 28) possa convertirsi in un desiderio di comprensione della compassione: “Perché fai queste cose?”. La compassione non può essere degna di questo nome se non fa crescere per farci <comparire davanti alla sua gloria senza difetti e colmi di gioia> (Gd 24), in caso contrario merita il nome di complicità.

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