Contro?
IX Settimana T.O. –
La conclusione del vangelo di oggi ci deve far molto pensare: <Allora cercavano di catturarlo, ma ebbero paura della folla; avevano capito infatti che aveva detto quella parabola contro di loro> (Mc 12, 12). Ma i farisei, e noi con coloro, abbiamo veramente <capito>? In realtà, il “contro” di cui parla questa parabola è analogo a quello usato dalla Genesi nel momento in cui narra della creazione della donna da parte del Signore Dio, il quale pone accanto all’uomo una creatura in cui possa riconoscersi <simile> e nello stesso tempo che gli permetta quel confronto indispensabile perché ci possa essere realmente una crescita. Ciò che noi traduciamo con <simile> (Gn 2, 18) ha nell’originale ebraico tutto il sapore di una sfida: incontrarsi per aiutarsi ad andare oltre se stessi. L’immagine dello <sposo che sarà loro tolto> (Mc 2, 20), con cui si apre il Vangelo di Marco in una delle prime discussioni tra i farisei e Gesù, può aiutarci a comprendere ciò che sta avvenendo alla fine: i farisei fanno fatica a digiunare da quelle che sono le proprie precomprensioni che generano un pregiudizio tale per cui, nonostante le ripetute e infinite elucubrazioni, non riescono ad incontrare il Signore, né a lasciarsi incontrare da Lui e questo genera un bisogno forte e altamente comprensibile di eliminarlo dalla loro vita.
Prima di stigmatizzare i farisei, è bene guardare con infinita attenzione nel nostro proprio cuore e avremo la triste sorpresa di quanta fatica facciamo ad accettare che qualcuno ci metta <contro> – proprio davanti al naso – quelle realtà che in noi non sono adeguate alle esigenze della vita e conformi alla generosità del vangelo. Possiamo trovare un valido aiuto in questo discernimento, sempre necessario, nella conclusione della prima lettura in cui l’apostolo Pietro ci offre dei criteri per mettere ordine e orientare la nostra esistenza interiore, tenendola, lealmente, aperta al confronto con gli altri: <Per questo mettete ogni impegno per aggiungere alla vostra fede la virtù, alla virtù la conoscenza, alla conoscenza la temperanza, alla temperanza la pazienza, alla pazienza la pietà, alla pietà l’amore fraterno, all’amore fraterno la carità> (2Pt 1, 5-6). Sono questi i criteri per verificare quanto il nostro cammino di persone e di discepoli si stia realmente volgendo a quello che è il fine – l’unico – della nostra vita e che viene espresso sempre dall’apostolo nel suo più alto grado di espressione e di possibilità come l’essere nientedimeno che <partecipi della natura divina> (1, 4).
Un Dio che ci rende partecipi della sua stessa natura di cui non è affatto geloso (cfr Fil 2), ma, al contrario, si mostra desideroso di donarci <i beni grandissimi e preziosi> (2Pt 1, 4) della sua stessa vita, non può di certo essere <contro> (Mc 12, 12) di noi a meno che siamo noi stessi i nemici della nostra vita come luogo di reale integrazione e di efficace crescita. Non possiamo e non dobbiamo sottovalutare gli inevitabili e necessari conflitti che accompagnano il cammino di ogni uomo e di ogni donna cercando di renderli occasioni di crescita interiore senza la quale rischiamo di essere persone rachitiche e alquanto infelici.





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