Docile

I Settimana T.O. –

Il profeta Samuele si fa interprete di quello che può ben essere compreso come un grande dolore per il cuore di Dio che ha guidato ed accompagnato il suo popolo nel lungo e impegnativo cammino di liberazione e a cui viene chiesto un re: <Agli occhi di Samuele la proposta dispiacque> (1Sam 8, 6). Sembra che invece il Signore non è dispiaciuto, ma si fa attento al desiderio espresso del popolo con la sola avvertenza di rispondere in modo adeguato e mettendo ciascuno di fronte alle conseguenze del proprio desiderio. Invece di amareggiarsi e magari di lamentarsi assecondando un atteggiamento vittimistico, attraverso il suo profeta chiarisce al popolo quali saranno le richieste di quel re così tanto desiderato per sentirsi come <tutti i popoli> (8, 5). La conclusione è assai semplice e pura da parte del Signore: <Ascoltali: lascia regnare un re su di loro> (8, 22).

Così pure nel Vangelo, possiamo contemplare il Signore Gesù che si lascia toccare dal gesto di questi uomini che calano dal tetto un loro amico malato, e nel contempo si lascia interpellare dal disagio malevolo e minaccioso degli scribi tanto da rimettere in piedi il paralitico dopo avergli perdonato <i peccati> (Mc 2, 5). L’evangelista Marco colloca a Cafarnao una serie di discussioni di Gesù con gli scribi e i farisei, ed è proprio la loro reazione intrisa di malevolo sospetto a rendere necessario che la parola di salvezza interiore si faccia gesto di guarigione esteriore. Questo paralitico così docile da farsi portare dai suoi amici fino davanti al Signore Gesù, è, infatti, solo un paralitico, ma non è un isolato! Per questo il Signore non può che dichiarare la sua condizione difficile, una situazione già salvata. Il paralitico non dice una sola parola, ma si mostra assolutamente docile, prima nelle mani dei suoi portatori che lo trasportano come si fa con un morto e così gli permettono di muoversi però come un vivo, ed è ancora più docile e ugualmente silenzioso davanti al comando: <prendi la tua barella e va’ a casa tua> (2, 11).

La condiscendenza con cui il Signore Dio cede alla richiesta del popolo che chiede un re, non senza avere chiarito in modo puntuale le conseguenze e gli effetti collaterali, di una simile scelta, si contrappone a quell’atteggiamento farisaico che rischia sempre di trasformare la possibile benevolenza in pregiudizievole insistenza. Dobbiamo imparare ogni giorno a giocarci nella fiducia persino quando intravediamo delle tristi conseguenze. Come quei quattro uomini che si coinvolgono profondamente e fattivamente nella storia di dolore di uno di loro e a differenza degli scribi, siamo chiamati a non smettere mai di sperare nel meglio e fare di tutto perché, nonostante tutto, esso si realizzi magari attraverso percorsi più lunghi e talora più dolorosi. Essere docili come il Signore, significa andare ben oltre i sentimenti di piacere o di dispiacere, di gradimento o di imbarazzo per intraprendere e accompagnare cammini reali di crescita che esigono anche delle tremende deviazioni che non necessariamente equivalgono a perdere completamente la rotta.

Idolatria

I Settimana T.O. –

Sembra che il Signore Gesù sia imbarazzato dalla potenza di guarigione che risiede in lui e che da lui si dona come acqua pura e abbondante che sgorga da una fonte inesauribile. Mentre lo stupore conquista lo spazio attorno <tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori in luoghi deserti> (Mc 1, 45), questi continuamente si ritira nell’umiltà, nel silenzio, nella coscienza della vulnerabilità e della creaturalità che è la memoria perenne scritta nel deserto come luogo di memoria e di rivelazione. Il Signore ricomincia e vuole ricominciare sempre dal nulla e forse proprio per questo e nonostante la sua riluttanza <venivano a lui da ogni parte> (1, 45). Non così il popolo che leva in alto – troppo in alto – la sua voce presumendo di Dio e per questo viene umiliato e resta sconfitto. Infatti, se l’eco <dell’urlo così forte> (1Sam 4, 6) atterrisce i Filistei, al contempo, li mette in grado di fare appello a tutte le loro forze pur di non essere resi <schiavi degli Ebrei> (4, 9). La conclusione è imprevista e assai dura: <Quindi i Filistei attaccarono battaglia, Israele fu sconfitto e ciascuno fuggì alla sua tenda> e l’annotazione grave: <La strage fu molto grande> (4, 10).

Nel Vangelo, il Signore si mostra di natura diversa e in certo modo assai riluttante davanti ad ogni manifestazione di potenza. I manoscritti antichi non sono concordi sulla lettura di ciò che nelle nostre traduzioni rendiamo con <ne ebbe compassione> (Mc 1, 41) che talora è reso con un secco <si indignò> che si potrebbe rendere ancora meglio con un <si arrabbiò>. Molto probabilmente il fatto che questo lebbroso <lo supplicava in ginocchio> (1, 40) invece di gratificare, mette in serio imbarazzo il Signore Gesù a motivo dell’ambiguità che questo modo di relazionarsi a lui può scatenare. Nella logica di Israele si venera e si adora solo Dio, e questo gesto estremo di supplica, assai comprensibile per la disperazione di quest’uomo rischia di assomigliare all’<urlo così forte> che si leva da Israele che si prepara alla battaglia e che ha troppe parentele con le sottili forme dell’idolatria. 

Tutto questo per il Signore Gesù non è accettabile e soprattutto mette in pericolo il suo modo di farsi manifestazione di una potenza di compassione spoglia di ogni avvenenza e di ogni straordinarietà e in tutto simile a quanto Isaia aveva profetato nella figura del servo umile e sofferente del Signore che si carica umilmente delle nostre sofferenze, prima di scacciarle potentemente. Le parole di Giovanni della Croce possono esprimere bene ciò che sta a cuore al Signore: <O soffio leggero, che sei così fine e delicato, dimmi: come puoi toccare così sottilmente e delicatamente, o Verbo, Figlio di Dio, pur essendo così terribile e potente? O felice, mille volte felice, Signor mio, l’anima che tocchi così delicatamente e dolcemente…>1. Per il Signore Gesù non basta avere pietà, non basta aprirsi alla compassione, ma è necessario farlo in modo che questo nutra la fede e faccia morire di fame ogni tentazione di idolatria.


1. GIOVANNI DELLA CROCE, Fiamma d’amore viva, strofa 2.

L’Ora Solare – Tv 2000: La vocazione contemplativa di Fra Michael Davide Semeraro nella tradizione benedettina

L’Abbazia di Novalesa e l’intervento di fr. MichaelDavide a 16:21 della puntata intera: https://www.tv2000.it/orasolare/2026/01/13/moreno-e-giulia-fernandez-fra-michael-elio-sironi/

Svegli e svelti

I Settimana T.O. –

La prima giornata pubblica di Gesù non è per l’evangelista Marco solo un resoconto, bensì una sorta di riassunto preparatorio di tutto il suo Vangelo. Alla fine di questa giornata possiamo portare dentro di noi tutti gli aspetti e gli elementi del mondo con cui il Signore Gesù ci rivela il volto misericordioso e pietoso del Padre. Così commenta Guigo il certosino: <Non bisogna passare sotto silenzio tale mistero che ci riguarda tutti. Lui, il Signore, il Salvatore del genere umano, offre nella sua persona un esempio vivo: solo, nel deserto, si dedica alla preghiera e agli esercizi della vita interiore – il digiuno, le veglie, e altri frutti di penitenza – superando così le tentazioni dell’Avversario con le armi dello Spirito>1. Laddove i discepoli sono presi dalla tentazione di pensare di essere loro a ricordare al Maestro i suoi doveri: <Tutti ti cercano> (Mc 1, 37), il Signore ci ricorda che da lui noi siamo chiamati ad imparare a farci carico delle sofferenze e dei bisogni degli altri senza dimenticare che la fonte di questa disponibilità, piena e intelligente, non può che fluire, come per il piccolo Samuele chiamato a divenire profeta in Israele, dall’umile e docile ascolto.

Se è vero che il Signore Gesù si rivela come taumaturgo e maestro, rimane ancora più vero che egli si pone nella linea dei profeti il cui primo aspetto caratteristico è quello di rimanere svegli ad ogni tocco e ad ogni appello senza presumere di sé; eppure, così capaci di archiviare i propri preconcetti e i propri programmi: <Parla, perché il tuo servo ti ascolta> (1Sam 3, 18). Il Vangelo ci ricorda che il Cristo è venuto per avvicinare la nostra umanità ferita, per sollevarla. Ma non dimentica Colui che lo ha inviato: continuamente guardiamo i nostri fratelli e sorelle in umanità, continuamente leviamo gli occhi del nostro cuore al Padre perché possiamo veramente vedere. Gesù si leva di buon mattino <quando era ancora buio> (1, 35) proprio come avverrà al mattino di Pasqua. Come all’aurora pasquale le donne cercano il Signore fino a trovarlo, così ciascuno di noi è chiamato a non smettere di cercare e di interpretare i piccoli segni – un po’ trasognati come quelli avvertiti dal giovane Samuele – per non assopirci nell’abitudine all’assenza di Dio e invece, continuamente, risvegliarci ed alzarsi – come Samuele e come la suocera di Simone – per ascoltare e per servire.

La prima giornata di Gesù così come ci viene presentata e raccontata da Marco è in realtà lo specchio di ogni nostra giornata chiamata a lasciarsi rischiarare dal passaggio del Signore. La notte in cui Samuele percepisce senza capire subito l’appello di qualcosa che richiede attenzione può ben significare ogni nostra notte di incertezza e di stanchezza in cui, nonostante tutto, <la lampada di Dio non era ancora spenta> (1Sam 3, 3). Ogni notte e ogni giorno possiamo e dobbiamo ricominciare a sperare senza lasciarci bloccare accettando l’<altrove> (Mc 1, 37) della notte che verrà e dal cui seno un altro giorno sorgerà.


1. GUIGO IL CERTOSINO, Meditazioni, 1, 49.

Non basta sapere

I Settimana T.O. –

Il Vangelo ci ricorda che la manifestazione di Cristo nel mondo e nella vita di ciascuno non può avvenire senza una resistenza e un combattimento: siamo ben lontani da un’immagine di vita spirituale irenica, gratificante e senza sofferenza. Se, infatti, incontriamo veramente la luce che è Cristo e accettiamo di esporre la nostra vita al suo raggio illuminante, allora questa non può che mettere a nudo, e in forte imbarazzo, le zone d’ombra della nostra vita interiore. Indubitabilmente molte zone della nostra vita sono refrattarie e impermeabili agli appelli di una vita vera e piena che comporta sempre l’apertura e la disponibilità a mettersi in gioco e a pagare di persona. Stranamente, ma assai comprensibilmente, il Maligno riconosce Gesù fino a ad acclamarlo: <Io so chi tu sei: il santo di Dio> (Mc 1, 24), eppure questo non cambia nulla nel suo modo di opporsi alla santità di Dio.

In modo sottile, l’evangelista Marco ricorda al lettore del suo Vangelo e quindi a ciascuno di noi che, in verità, non basta sapere e che il credere comporta la capacità di lasciarsi disturbare, fino a lasciare che la propria vita cambi radicalmente aprendosi ad una relazione che la rifondi fino a renderla a molti – e forse persino a se stessi – quasi irriconoscibile. La domanda del Maligno: <Sei venuto a rovinarci?>, in realtà non è così lontana da quel senso di fastidio che possiamo sentire noi stessi davanti alle esigenze di un cambiamento di vita che comincia sempre con un di più di libertà. Questo perché sempre la fede in Dio comporta sempre una dilatazione degli spazi della libertà che è il terreno di ogni umana fecondità. Il primo passo della libertà è il coraggio di assumere il proprio reale senza rassegnarsi come fa Anna che non esita a rivolgersi a Dio nella preghiera: <Signore degli eserciti, se vorrai considerare la miseria della tua schiava…> (1Sam 1, 11). Anna sa riconosce la grandezza di Dio e, al contempo, la sua piccolezza e povertà sapendo chiedere senza pretendere. In una parola Anna, a differenza del Maligno con cui il Signore non accetta di entrare in nessun modo in dialogo evitando persino lo scontro, è capace di una relazione giusta che permette alla storia di crescere e di cambiare.

Il Maligno sa tutto, ma in realtà non crede, mentre Anna sa di sapere poco eppure si apre ad una fede colma della fiducia propria dei poveri e degli umili e ciò è capace di dare una svolta alla sua esistenza. Infatti: <<La parola è efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio quando viene creduta e amata. Che cosa infatti è impossibile a chi crede, che cosa è impossibile a chi ama?>1. Forse il grande dramma del Maligno è non distinguere la potenza del sapere e quella dell’amare. Un cammino che si apre anche davanti a ciascuno di noi per imparare così, ad imitazione del nostro Maestro e Signore, ad assumere il dolore – ogni dolore – prendendo le distanze dal male – ogni male che faccia male evitando persino di contrapporci disarmandolo col silenzio di chi ama: <Taci> (Mc 1, 25).


1. BALDOVINO DI FORD, Trattati, 6.

Dietro

I Settimana T.O. –

Al cuore del vangelo secondo Marco è incastonata la parola rivolta dal Signore Gesù a Simon Pietro: <Va’ dietro a me, Satana> (Mc 8, 33). Pietro, che rappresenta la resistenza di ogni discepolo allo scandalo della Pasqua, riveste il ruolo di Satana quando tenta di distogliere il Maestro dal compimento della sua missione e del suo particolare modo di annunciare e rivelare il mistero del Regno di Dio, che invece di essere un’irruzione nella storia degli uomini attende di essere accolto esistenzialmente, liberamente e amorevolmente da ognuno. Dopo le feste del Natale, riprendiamo la lettura annuale del Vangelo secondo Marco che esordisce con questo solenne invito del Signore rivolto ai discepoli di ogni tempo e di ogni luogo, e che oggi è indirizzato direttamente a ciascuno di noi. Se il primo invito suona così: <convertitevi e credete nel Vangelo> (Mc 1, 15) questa apertura alla conversione, chiamata a farsi fattiva e concreta adesione, assume i caratteri di una disponibilità a seguire nel senso preciso di stare <dietro> (1, 17. 19) amando di rimanere dietro all’unico Maestro. 

Il nostro cammino di ascolto del Vangelo ricomincia con una sorta di esame di quella che è la nostra reale posizione riguardo al nostro Signore e Maestro: dove ci troviamo rispetto a Lui? Il nostro posto, quello che ci compete, e quello che ci può dare veramente speranza non è davanti, ma dietro. Se l’esperienza del Battista è quella di precedere nel senso di preparare e spianare la strada, come si fa con le persone importanti alle quali sempre bisogna aprire un varco sicuro perché siano accolti, quella del discepolo di Gesù è di lasciarsi continuamente e sempre precedere dal Vangelo per conformare alla sua logica ogni parola, ogni gesto, ogni tratto. Marco fa cominciare la vita pubblica del Signore Gesù con una nota assai significativa: <Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea> (Mc 1, 14). Se tutta la predicazione di Giovanni – secondo la tradizione di Marco – si riassume in una proclamazione solenne: <Viene dopo di me colui che è più forte di me> (1, 7), con il Signore Gesù tutto è uguale, eppure è tutto diverso: si tratta di stare dietro a lui non perché egli si fa più importante, ma perché è da lui che dobbiamo imparare ogni cosa.

Per i discepoli si tratta di rimanere <pescatori> (1, 16) e pertanto imparare a <diventare pescatori> (1, 17) e questo proprio attraverso un’intima comunione di vita con il Signore da cui non si eredita un programma, ma si apprende esistenzialmente uno stile. Degno di nota è il fatto che il Signore Gesù non chiede ai suoi discepoli di sedersi ai suoi piedi in umile ascolto, ma li chiama a camminare aprendosi a nuovi scenari di vita senza nessuna assicurazione sulla vita. Di questo stile testimonia quasi profeticamente la figura di Elkanà: quest’uomo dava <una parte speciale> (1Sam 1, 5) del sacrificio annuale ad Anna perché <amava> proprio di più colei che le aveva dato di meno – in quanto sterile – ma soffriva di più. Cominciando nuovamente il tempo ordinario e rimettendoci dietro a Gesù per imparare da Lui camminando dietro di lui, la Liturgia ci offre in Anna un’icona della nostra umanità afflitta, mortificata e che, spesso, non ha altra via che <piangere> 1, 7) e in Elkanà un’icona di Cristo Signore sensibile al dolore e alla sofferenza, desideroso di essere per noi consolazione. Possiamo porre sulle labbra del Signore Gesù la protesta amorosa del Sufita: <Perché è triste il tuo cuore? Non sono forse io per te meglio di dieci figli?> (1, 8). In altre parole: stai <dietro a me> e non temere perché io starò sempre con te. L’amore per la vita deve essere sempre più forte del bisogno di sicurezza per cui la domanda si fa esigente: <Perché il tuo cuore è triste?>.

24 gennaio H 15.30 – Il Chronicon Novaliciense tra memoria e profezia 

23 gennaio H: 16 – 18 | L’atto di fondazione di Novalesa, un evento che genera avvenimenti