Un battito

Annunciazione del Signore

La devozione dei fedeli ha creato attorno al sublime momento in cui Maria di Nazareth diede il suo assenso all’incarnazione del Verbo una fioritura di immagine e di racconti. Tra questi possiamo annoverare il magnifico sermone di san Bernardo che supplica la Vergine di dire il suo “sì”, mentre tutta la creazione e la storia sono come sospesi al cenno delle sue labbra… al cenno del suo cuore. Ma lo stupore davanti al mistero dell’incarnazione è talmente grande che la devozione popolare immagina ci sia stato in <Gabriele mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret> (Lc 1, 26) – il suo nome significa “Dio è forte” – un attimo, impercettibile ma eterno, di esitazione nel momento in cui si <partì da lei> (1, 38). È l’esitazione degli angeli che ormai <desiderano fissare lo sguardo> (1Pt 1, 12), ammaliati dalla sorprendente capacità della nostra umanità di farsi luogo di <offerta del corpo di Gesù Cristo fatta una volta per sempre> (Eb 10, 10). La liturgia bizantina così canta colma di stupore: <Una lingua sconosciuta udì la Madre di Dio: le parlava l’arcangelo, con le parole della buona novella. Ecco, si manifesta ora per noi la nostra riconciliazione: oltre ogni comprensione Dio si unisce agli uomini> (Anthologhion, II, 1409). Con e come Maria, anche per noi non sarebbe possibile manifestare questo profondo assenso di tutta la nostra persona all’intervento della <grazia> che è <con te> (Lc 1, 28), se non fossimo capaci di accorgerci di qualcosa di più grande e di precedente al nostro assenso: l’<Eccomi> (Is 58, 9) di Dio. Egli si fa presente in modo talmente forte ed intimo alla nostra vita da assumere il tessuto della nostra stessa carne e del nostro stesso sangue, per divenire corpo della nostra anima e poter essere così anima del nostro corpo. Nel racconto evangelico tutto ciò sembra avvenire in un battito d’ali, quello che porta l’angelo da Maria e fa riportare dall’angelo il suo <Eccomi> (Lc 1, 38) nel seno stesso della silenziosa deliberazione trinitaria circa la nostra salvezza. Potremmo chiederci quanto dura il battito d’ali di un angelo? Per rispondere dovremmo immaginare la durata infinita del primo battito del cuore di carne del Verbo eterno del Padre: quale silenzio per l’incontenibile gioia di quell’attimo che ha cambiato la nostra vita, facendo della nostra storia la lunga e dorata tessitura del suo <corpo> (Eb 10, 5) così profumato da farsi, per noi, mangiabile come pane. Una poesia di Emily Dickinson ci può aiutare a comprendere il mistero di questo battito così simile all’incantevole momento dello schiudersi di un fiore: <Fiorire – è il fine… non deludere la natura grande che l’attende proprio quel giorno: essere un fiore, è profonda responsabilità>. <Nazaret> (Lc 1, 26) proprio questo significa: <casa del fiore>, e ora tocca al nostro cuore schiudersi all’annuncio facendo delle nostre inferriate (Ct 2, 9) le porte regali attraverso cui il Verbo prenda dimora in noi come rugiada luminosa e feconda.

Convertire… e sol-levare

V settimana T.Q.

Mentre la Pasqua si avvicina pure la discussione si fa sempre più serrata. Il Vangelo di Giovanni che leggiamo in questi giorni ci mostra un Gesù sempre più circondato dalle domande e dai sospetti dei Giudei. Eppure il Signore Gesù è sempre più libero perché, proprio la cattiveria che lo circonda, gli permette di dire se stesso fino in fondo: <colui che mi ha mandato è veritiero, ed io dico al mondo le cose che ho udito da lui> (Gv 8, 26). Davanti al Signore Gesù e al suo modo di essere e di parlare i Giudei sono costretti a mettere a nudo tutta la loro insicurezza e la loro paura che nasce semplicemente dal fatto di non poter controllare, catalogare e dirigere non tanto e non prima di tutto l’operato di Gesù ma, ancora più profondamente, inclinare la sua coscienza e la sua autoconsapevolezza. I Giudei – e noi con loro! -pensano di sapere tutto di tutti – visto che sanno anche tutto di Dio – e per questo fanno molta fatica a porsi delle domande e a sentirsi come costretti ad interrogare qualcuno confessando così la loro ignoranza: <Tu chi sei?> (Gv 8, 25). Una domanda che non è vera in quanto costoro ritengono di avere già la risposta ma che dice soltanto il loro sconcerto davanti a qualcosa che sfugge loro di mano e che – cosa impensabile – li supera!

I Giudei del tempo di Gesù non sono diversi da quelli che camminavano nel deserto con Mosè verso la Terra e noi non siamo diversi da loro: <il popolo non sopportò il viaggio> (Nm 21, 4). E quando il viaggio, il cammino, la fatica dell’andare avanti ci diventa pesante ecco che il nostro sguardo si appiattisce su quel prossimo passo che dovremmo fare e che non vogliamo fare più. Allora non c’è altra via per farci riprendere la marcia se non le maniere forti: <il Signore mandò fra il popolo serpenti velenosi, i quali mordevano la gente e un gran numero di Israeliti morì> (Nm 21, 6).

Sempre tra di noi ci sono dei serpenti velenosissimi che ci uccidono con il veleno dell’immobilità e della paralisi. I serpenti sono animali pericolosissimi che ci obbligano a guardare sempre per terra, a tenere lo sguardo fisso al piede, al passo impedendoci di guardare in alto, di guardare lontano, di vivere all’altezza della meta e non prigionieri del passo che stiamo or ora compiendo. Il veleno del serpente è la paura di ogni passo ad ogni passo: il viaggio diventa così estenuante e, diciamolo pure, impossibile: <Fatti un serpente e mettilo sopra un’asta; chiunque dopo essere stato morso, lo guarderà, resterà in vita> (Nm 21, 8).

La vita è possibile solo per coloro che osano sol-levare lo sguardo verso l’alto, sempre più in alto, sempre più in là e questo proprio quando il veleno della morte – che arresta il cammino – è già in circolo dentro di noi. Il Signore Gesù è chiaro: <Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete> (Gv 8, 28) perché <voi siete di quaggiù, io sono di lassù> (Gv 8, 23) ed è sempre lassù che dobbiamo guardare per vivere e non lasciarci andare al veleno del terrore del prossimo passo. Camminiamo e facciamo rumore col nostro passo deciso e svelto: il serpente fuggirà!

Convertire… all’unità

V settimana T.Q.

È abbastanza normale che il castigo abbia una relazione con la colpa, per questo non possiamo lasciarci sfuggire il particolare castigo che il giovane Daniele annuncia, da parte di Dio, ai due vecchiacci che dopo aver tentato di sedurre Susanna, cercano di eliminarla. Il giovane e forte Daniele – capace di intimorire persino i leoni con cui viene sepolto vivo – dice senza mezzi termini: <ti spaccherà in due> (Dn 13, 55. 59).

Gli anziani che si fanno seduttori e accusatori in realtà sono solo due uomini <invecchiati nel male> (Dn 13, 52) ma non hanno di certo <il dono dell’anzianità> (Dn 13, 50) che viene da Dio e che il popolo riconosce nel giovanetto Daniele e nella sua capacità di dissociarsi. Il dono dell’anzianità è proprio nella capacità di unità interiore, di adesione alla propria realtà – non ultimo alle esigenze e alle responsabilità della propria età e canizie – mentre questi due <invecchiati>, in realtà, non accolgono il proprio stato di vita e, in certo modo, sono frustrati per una giovinezza che non hanno ormai più ed ecco che la inventano e inavvertitamente la condannano perché, interiormente, la temono. La paura che genera l’invidia rende patetici e rende spietati: <quindi è entrato da lei un giovane che era nascosto, e si è unito a lei> (Dn 13, 37).

Noi sappiamo che nessun giovane è entrato nel giardino della casta Susanna, ma dobbiamo al contempo riconoscere che due vecchi si erano nascosti lì nell’intento di far finta di essere giovani nell’intimità come fanno finta di essere anziani davanti al popolo: <così facevate con le donne di Israele ed esse per paura si univano a voi> (Dn 13, 57). E, con queste parole di Daniele, ci viene svelato il nome proprio della castità: il non avere paura nemmeno della morte. Infatti, Susanna non teme la morte ma teme il Signore a cui si rivolge con forza e con altrettanta libertà e dignità: <Dio eterno, che conosci i segreti, che conosci le cose prima che accadano, tu lo sai…> (Dn 13, 42-43).

Susanna non chiede a Dio di intervenire, ma si limita a ricordare a Dio che, come egli è l’Unico, il suo cuore è uno. Il Signore Gesù lo ricorda ai Giudei: <nella vostra Legge sta scritto che la testimonianza di due persone è vera> (Gv 8, 17), ma Daniele mette in chiaro che non basta essere in due per testimoniare il vero perché in due si può ancor più terribilmente perdere <il lume della ragione> (Dn 13, 9) e incoraggiarsi e sostenersi nel <non vedere il Cielo> (Dn 13, 14). La con-cordia e l’un-animità non possono che darsi a partire da cuori unificati e anime in-divise, altrimenti è più facile che si arrivi alla perversione della <passione> (Dn 13, 8) che acceca e che, inevitabilmente, non può placarsi fino quando l’oggetto della brama -non posseduto- sia annientato.

Noi tutti siamo “spaccati” almeno in due; ciascuno ha davanti a sé un cammino di castità da compiere verso la libertà e la verità del proprio cuore: ci liberi il Signore dalla tentazione di invecchiare nella divisione interiore e ci conceda il dono di quell’anzianità che tutto vede non con i due occhi della carne – come dice Climaco – ma con l’occhio uno e puro del cuore (Scala 26°).

Convertire… andare

V Domenica T.Q. 

Ormai i profumi della Pasqua si fanno sempre più vicini tanto da sentirli dentro di noi e attorno a noi e, con Gesù, oggi siamo a Betania, un luogo amato perché pieno di segni e ricordi profondamente segnati dai vari gradi e dalle diverse espressioni dell’amore. Il lungo capitolo di Giovanni ne sigilla solennemente la prima parte aprendo, ormai, ai giorni della Passione e della Risurrezione. Il testo si apre con due note profondamente affettive: la memoria anticipata del gesto di Maria <che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli> e l’evocazione di Lazzaro, misteriosamente e disperatamente malato, che viene ricordato a Gesù come <colui che tu ami> (Gv 11, 2-3). Al cuore del dramma della terribile perdita di un fratello e di un amico, si staglia la figura di Marta cui, il Signore Gesù, fa percorrere un cammino ancora più arduo di quello fatto vivere alla Samaritana. Se a quest’ultima il Signore Gesù si rivela come il Messia e il Salvatore, sul bordo del pozzo di Giacobbe, in cui si riflettono e si riconoscono i loro due volti, per Marta si tratta del baratro spaventevole della morte – e della morte che tocca da vicino – tanto da farne sentire il morso nel punto più sensibile dell’anima.

Si conclude quasi il nostro itinerario quaresimale che, come ogni anno, ci rende spiritualmente dei piccoli catecumeni che riscoprono le sorgenti della grazia battesimale. Se siamo come Marta, abbiamo bisogno di passare dalla pretesa su Gesù: <se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto> (11, 21), ad un modo nuovo di intendere e confessare non solo Gesù, ma anche di vivere in relazione al proprio fratello. Di Gesù Marta arriverà finalmente a dire: <io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo> (11, 27). Se siamo in lacrime come Maria, ci è chiesto di fare un piccolo pezzo di strada per passare da un’eccessiva concentrazione sui nostri sentimenti per purificarli e unificarli con quelli di Cristo. Le sorelle di Lazzaro, il quale non dice una sola parola né prima né dopo la morte, dovranno imparare a rispettare una nuova identità profonda che è racchiusa nella parola con cui il Signore Gesù sigilla la sua chiamata alla vita, quasi contro la volontà di Marta, che sembra ormai essersi rassegnata alla sua morte: <Liberatelo e lasciatelo andare> (11, 44). A chi sono rivolte queste parole? E se fossero proprio rivolte a queste due sorelle le cui parole e le cui lacrime sembrano soffocare Lazzaro nella morte, forse come lo era stato in vita?

Diverso, molto diverso, è il modo di amare di Gesù! Diverso, molto diverso è il modo di farsi amare di Lazzaro… magnificamente unico! Potremmo dire, riprendendo la potentissima immagine del salmo responsoriale, che il loro amore non solo viene <dal profondo> (Sal 129, 1) ma si gioca nelle più misteriose profondità del cuore, di cui nessuno – solo il <Padre> (Gv 11, 41) – può essere autentico e sommamente discreto testimone. La promessa del profeta Ezechiele non solo si compie, ma si realizza pienamente: <rivivrete, vi farò riposare> (Ez 37, 14). L’esortazione dell’apostolo diventa per noi una vera consolazione anche quando tutti i conforti sembrano dissolti: <darà la vita anche ai vostri corpi mortali> (Rm 8, 11). Anche per noi è l’invito a convertire la nostra vita per farla uscire da tutto ciò che la imprigiona nelle bende della morte e imparare ad amare profondamente tanto da diventare veramente capaci di andare e lasciare andare verso la vita.

Convertir… aller

V Dimanche de Carême 

Désormais, les parfums de Pâques se rapprochent jusqu’à les sentir en nous et autour de nous et, avec Jésus, nous sommes aujourd’hui à Béthanie, un endroit aimé car rempli de signes et de souvenirs profondément marqués par de nombreuses déclinaisons et diverses expressions de l’amour. Le long chapitre de Jean conclut solennellement la première partie, ouvrant déjà aux jours de la Passion et de la Résurrection. Le texte s’ouvre par deux annotations profondément affectives : le souvenir anticipé du geste de Marie «  qui couvrit le Seigneur de parfum et lui essuya les pieds avec ses cheveux » et l’évocation de Lazare, mystérieusement et désespérément malade, qui est signalé à Jésus comme «  celui que tu aimes » (Jn 11, 2-3). Au coeur du drame de la terrible perte d’un frère et d’un ami, se démarque l’image de Marthe, à qui le Seigneur Jésus fait parcourir un chemin encore plus ardu que celui vécu par la Samaritaine. Si le Seigneur Jésus se révèle à cette dernière comme le Messie et le Sauveur, sur le bord du puits de Jacob, où se reflètent et se reconnaissent leurs deux visages, pour Marthe, il s’agit de l’abîme effrayant de la mort – et de la mort qui touche de près – pour en faire sentir la morsure au point le plus sensible de l’âme.

Notre itinéraire de Carême touche bientôt à sa fin et, comme chaque année, il fait de nous, spirituellement, des petits catéchumènes qui retrouvent les sources de la grâce du baptême. Si nous ressemblons à Marthe, nous avons besoin de passer de notre prétendue espérance sur Jésus : «  Si tu avais été là, mon frère ne serait pas mort » (1, 21), à une nouvelle manière d’entendre et de confesser, non seulement Jésus, mais aussi notre relation à notre frère. Marthe arrivera finalement à dire de Jésus : «  Je crois que tu es le Christ, le Fils de Dieu, celui qui vient dans le monde » (11, 27). Si nous sommes en larmes comme Marie, il nous est demandé de faire un petit bout de chemin pour passer d’une concentration excessive sur nos sentiments pour les purifier et les unifier avec ceux du Christ. Les sœurs de Lazare, lequel ne dit pas une seule parole, ni avant, ni après sa mort, devront apprendre à respecter une identité profonde nouvelle, cachée dans les paroles que le Seigneur Jésus proclame dans son appel à la vie, presque contre la volonté de Marthe, qui semble déjà résignée à sa mort : « Déliez-le et laissez-le aller » (11, 44). A qui sont adressées ces paroles ? Et, si elles étaient justement adressées à ces deux sœurs dont les mots et les larmes semblent suffoquer Lazare dans la mort, comme c’était sans doute le cas dans sa vie ?

Différente, très différente est la façon d’aimer de Jésus ! Différente, très différente est la façon d’être aimé de Lazare…magnifiquement unique ! Nous pourrions dire, en reprenant la puissante image du psaume responsorial, que leur amour ne vient pas seulement « des profondeurs » (Ps 129, 1) mais il prend naissance dans les plus mystérieuses profondeurs du coeur, dont personne – sauf le « Père » (Jn 11, 41) – peut en être l’authentique et discret témoin. La promesse du prophète Ezéchiel ne s’accomplit pas seulement, mais se réalise pleinement «  vous revivrez, je vous ferai reposer » (Ez 37, 14). L’exhortation de l’apôtre devient pour nous une véritable consolation même lorsque tous les réconforts semblent  s’évaporer «  Je donnerai aussi vie à vos corps mortels » (Rm 8,11). Pour nous aussi, c’est une invitation à convertir notre vie pour la faire sortir de tout ce qui l’emprisonne dans les bandages de la mort et apprendre à aimer profondément pour devenir vraiment capables d’aller et de laisser aller vers la vie.

Convertire… il dire

IV settimana T.Q.

Attorno al Signore Gesù si scatena un grande chiacchiericcio. C’è chi dice che è <davvero il profeta!> (Gv 7, 40), c’è chi dice nientemeno che egli è <il Cristo!> (7, 41)! Eppure, per alcuni, forse un po’ più colti e meno ingenui, si pone il grande problema di quella sua provenienza – dalla <Galilea> – che depone a suo sfavore. L’evangelista non ha nessun timore ad annotare con realismo un po’ di umorismo che <tra la gente nacque un dissenso riguardo a lui> (7, 43). Questo dissenso tra la gente diventa una scelta da parte dei notabili del popolo, i quali cercarono di <arrestarlo> (7, 44). Pertanto, sono proprio le guardie, incaricate di mettere le mani su Gesù, a rivelarsi capaci di andare oltre il contrasto accademico ed emotivo, per lasciarsi toccare e interpellare dall’<uomo> (7, 46) con il quale, un mandato come tanti altri, li obbliga ad incontrarsi. Le guardie si lasciano interpellare da una distinzione che risulta fondamentale: la differenza tra i il “dire” e il “parlare”. Infatti, la risposta delle guardie è sorprendente: <Mai un uomo ha parlato così!>. Ciò che si dice attorno a Gesù e si continua a vociferare su di lui, rischia di non essere altro che un muro eretto dalla paura di lasciarsi veramente incontrare dalla sua verità, fino ad accettare di essere destabilizzati da quest’incontro.

La spada della parola che si rivela nella persona del Signore Gesù è capace di fare di più di quella che le guardie dovrebbero usare contro Gesù perché, penetrando nel più profondo di noi stessi, è capace di mettere a nudo ciò che di meglio c’è dentro il cuore dell’uomo e che, in modo del tutto naturale, si sente attratto dalla verità. L’intuizione di una promessa di crescita nella relazione con il Signore esige un’apertura che comincia sempre con l’inevitabile e imprescindibile passo della rinuncia alle precomprensioni: le guardie a differenza di tutti gli altri si rivelano capaci di fare un passo indietro. In caso contrario non può che avvenire un triste rigurgito come quello con cui si conclude il vangelo di quest’oggi: <E ciascuno tornò a casa sua> (Gv 7, 53). Potremmo aggiungere – chiudendo la porta ad ogni progresso, ad ogni cammino, ad ogni incremento di vita per timore di dover riconoscere, con semplicità – di aver dovuto accogliere qualcosa di nuovo nella propria vita che comporta, talora, il necessario e umile riconoscimento che ci è capitato di sbagliarci su qualcuno, su qualcosa.

Chissà forse è più comodo essere schiavi di se stessi che essere liberi da se stessi per mettersi in cammino con gli altri! Eppure, la parola del profeta Geremia ci ricorda che dobbiamo fare i conti con il <giusto giudice> che prova <il cuore e la mente> (Gr 11, 20) fino a smascherare i nostri <intrighi> (11, 18). Normalmente quando si ordisce una trama di intrighi contro qualcuno, si rimane impigliati tanto da non sapere più come uscirne e uno dei modi è quello di accusare gli altri di ciò che dovremmo accusare in noi stessi: <Vi siete lasciare ingannare anche voi?> (Gv 7, 47). Questo ci spinge a diventare terribilmente ingiusti e violenti fino a dire: <Ma questa gente che non conosce la Legge, è maledetta!> (Gv 7, 49).

Convertire… la delusione

IV settimana T.Q.

La Pasqua non è una fatalità e nemmeno un incidente di percorso, ma un evento a lungo preparato nella vita di Gesù: <nessuno riuscì a mettere le mani su di lui, perché non era ancora giunta la sua ora> (Gv 7, 30). E’ interessante notare come, il Signore Gesù si renda imprendibile fino al momento in cui dirà, nel Getsemani, <Vi ho detto che sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano> (Gv 18, 8). Mettere le mani addosso a Gesù è impossibile fino a quando, Gesù, non si lascia mettere le mani addosso. In questo gioco delle mani, si nasconde un po’ tutto il mistero pasquale, mistero che è cifra dell’annuncio del vangelo che cambia la nostra vita e dà un nuovo corso al nostro modo di vivere. Sempre, e continuamente, in tutta la storia e in tutte le storie ci si trova dinanzi <agli empi> che vanno <sragionando> (Sap 2, 1). Il loro pensiero si riassume così: <Tendiamo insidie al giusto> (Sap 2, 12) e le motivazioni sono chiare ed evidenti: <ci è d’incomodo… ci rimprovera… ci rinfaccia le trasgressioni … è diventato per noi una condanna dei nostri pensieri… ci è insopportabile… la sua vita è come quella degli altri>. La diversità del cuore del giusto svela la violenza, talora ben mascherata, ma terribile, degli empi.

In poche parole, e in altre parole, gli empi dicono di essere infastiditi dal giusto, ma in realtà non è solo questione di fastidio: è questione – ben più profonda – di delusione. Il Signore Gesù, e chiunque è suo discepolo, rappresenta un problema grave per chi fonda la propria vita e i propri rapporti sulla logica del potere e della prevaricazione poiché l’empio è tale in quanto pensa – o gli fanno pensare – che la sua sia la vita migliore da vivere, che sia l’unico modo per essere felici, che abbia ragione… ma quando qualcuno dimostra – con la sua vita – la fragilità e la falsità di questa pseudo-felicità, si comprende che <siamo stati considerati da lui moneta falsa> (Sap 2, 16)! Tutto ciò, espone l’empio ad una grande delusione che ingenera rabbia: è difficile accettare di essersi sbagliati! La rabbia poi esige che l’altro, il diverso che mette a nudo il fatto che mi sono sbagliato sul segreto della vita e della felicità, sia eliminato perché, altrimenti, bisogna necessariamente cambiare vita, cambiare parametri. Gli empi ‘ragionano’ in modo molto religioso: <mettiamolo alla prova… per conoscere la sua mitezza e saggiare il suo spirito di sopportazione> (Sap 2, 19). In realtà, ciò che hanno bisogno di confermare, è l’inganno in cui sono caduti e da cui non vogliono uscire.

Il Signore Gesù – mite ed umile di cuore – si offre a noi nel suo vangelo e nella sua croce e, davanti a lui, dobbiamo esaminare i sentimenti del nostro cuore: la sua presenza e il suo messaggio ci infastidiscono o ci consolano? Se proviamo fastidio è solo perché non siamo sicuri di ciò che ci dà sicurezza, se siamo consolati è perché cominciamo ad assomigliargli e quindi lui si lascerà prendere e toccare dalle nostre mani senza sfuggirci e senza rendersi invisibile e imprendibile. Certo questo vale anche per noi. Bisogna che ci rendiamo imprendibili al male, come gli antichi gladiatori, i quali si ungevano di olio perché le mani dell’avversario non avessero presa: quest’olio è la mitezza. Il mite non si costruisce ragioni ideologiche e mentali, ma vive della semplice evidenza di conoscere – come Gesù – il segreto e il fondamento della propria identità. Esso ha poco a che fare non il luogo di provenienza come pensano i giudei che dicono: <costui sappiamo di dov’è>! È il Padre che ci ha generati ed è in Lui la fonte e il fine della nostra esistenza come pure della nostra felicità, ma <voi non lo conoscete> (Gv 7, 28). Ci sarebbe una cosa più triste di questa ignoranza?!

Segreto

San Giuseppe

La solennità di san Giuseppe, il padre di Gesù, cade sempre al cuore del nostro cammino quaresimale ed è come un’ulteriore guida nella comprensione del mistero dell’incarnazione che si manifesta pienamente nel mistero pasquale. Giuseppe rappresenta una battuta di arresto nel lungo elenco di nomi e di volti che scandiscono il fluire della storia che – da Adamo e da Abramo – giunge, di padre in figlio, fino a <Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo> (Mt 1, 16). La sapienza biblica ci mette di fronte ad un gesto meraviglioso: quello di un uomo che cede il suo posto a favore di una donna, che è già stata capace di mettere al centro assoluto della sua vita, l’accoglienza di un bambino non pensato. Tutto questo è stato vissuto da Giuseppe in grande <segreto> (1, 19)! Un segreto che esige una capacità – non così comune – che è quella di saper portare il peso della vita e delle scelte che essa comporta, in una solitudine veramente grande. Per questo il padre di Gesù è stato capace di essere, per il figlio, l’icona di quel Padre che vede così profondamente da abitare il <segreto> (Mt 6, 4) del cuore in cui si costruisce la relazione intima con l’Altissimo cui il Maestro invita continuamente i suoi discepoli.

L’obbedienza e il silenzio di Giuseppe su cui, da sempre, si insiste nella predicazione, non vanno per nulla intesi nella linea di una sorta di debolezza, ma al contrario, come espressione di una forza virile e di una personalità chiara e decisa che si è trasmessa, per osmosi, al Signore Gesù. Il Cristo sarà infatti capace di interpretare la Legge di Dio fino ad accogliere l’inenarrabile dramma di trovarsi fuori dai suoi confini ed essere condannato a morte in suo nome, per salvaguardare il prestigio e la credibilità dell’Onnipotente. Giuseppe fu veramente <giusto> (1, 19) e fu padre autentico del Giusto che sarà appeso sulla croce per rivelare, al nostro cuore malato, il segreto di Dio che è l’Amore che non sopporta nessuna forma di immolazione. Nello sposo di Maria, la profezia di Natan, non solo si compie a livello generazionale, ma anche nel senso di un’intesa ritrovata tra il Creatore e la creatura: <Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio> (2Sam 7, 14). Possiamo immaginare così non solo la dolcezza di queste parole poste sulle labbra di Giuseppe, ma anche l’emozione del suo cuore intento a creare e ricreare continuamente una relazione fondata sul desiderio di essere <per> l’altro, dopo aver accettato di essere <con> l’altro (Mt 1, 20).

La meditazione del mistero di Giuseppe è per noi un modo per entrare personalmente nel cammino di <fede> (Rm 4, 16) che lo rese <saldo nella speranza contro ogni speranza> (4, 18) e modello per quel Figlio che da lui imparò non solo l’obbedienza, ma prima ancora l’autenticità e l’audacia. Queste virtù paterne risplenderanno nel momento in cui, il Crocifisso, non cederà alle tentazioni di faciloneria e di comodo. Al contrario, rimarrà <saldo> a quella croce che diverrà il segno per eccellenza di un amore che non si lascia scuotere dal sentimento di perdita, ma si fa rafforzare da ogni occasione di ulteriore dono. Quest’attitudine al dono di sé chiede a ciascuno di risvegliarsi, ogni mattina, con la stessa disposizione di Giuseppe quando <si destò dal sonno> (Mt 1, 24) ancora più deciso ad essere fedele a se stesso contro ogni intimidazione, persino quella che sarebbe potuta venire dalla religione.

Convertire… dalle viscere

IV settimana T.Q.

Le letture di quest’oggi sembrano rincorrersi e perfezionarsi a vicenda. L’immagine con cui si conclude la prima lettura sembra completare ed integrare quella con cui il Signore Gesù comincia il suo discorso nel Vangelo. Il profeta Isaia mette sulla bocca del Signore Dio delle parole che ci raggiungono diritto al cuore: <Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere?> e sente il bisogno di soggiungere: <Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai> (Is 49, 15). Nel Vangelo troviamo delle affermazioni forti, che ci fanno intravedere, senza mai poterci entrare, il mistero dell’intimità del Signore Gesù: <Il Padre mio agisce anche ora e anch’io agisco> (Gv 5, 17). A quest’affermazione segue una reazione assai forte: <Per questo i Giudei cercavano ancor più di ucciderlo, perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio> (5, 18).

Il turbamento dei Giudei non va semplicemente disapprovato, ma esige una certa accoglienza e uno sforzo reale di comprensione perché, in realtà, non ci è poi così estraneo. Ciò che turba, e soprattutto destabilizza, è l’inconcepibile farsi <uguale> di Gesù con il Signore Dio. Questa è una cosa inconcepibile per il rigoroso monoteismo ebraico continuamente minacciato dall’ambiente circostante e dalla presenza degli occupanti romani che spesso esigono di pagare, con la vita, la fedeltà all’unicità di Dio. Se ciò non bastasse, il modo di porsi in relazione a Dio e in relazione agli altri del Signore Gesù, fa emergere un tratto dello stile divino che, specialmente in tempi difficili, sembra creare più problemi di quanti ne risolva. Infatti, nella linea dei profeti, il Signore Gesù privilegia un tratto del Padre che lo rende così simile ad una madre capace, e sempre desiderosa, di <commuoversi per il figlio delle sue viscere> (Is 49, 15).

Il nome di <Padre> ricorre nel vangelo di oggi per nove volte e si intreccia continuamente con una realtà di intima relazione poiché Egli <ama il Figlio> e <gli manifesta tutto quello che fa e gli manifesterà opere ancora più grandi di queste, perché voi ne siate meravigliati> (Gv 5, 20). Questo modo di intendere il rapporto con Dio fa saltare tutta una serie di comprensioni e di mediazioni e, di conseguenza, non può certo essere innocuo, come non può essere gradito a chi fonda il proprio potere e la propria sopravvivenza psicologica proprio sulla fatica di un rapporto difficile tra l’uomo e Dio del quale, i giudei, si sentono e si pretendono facilitatori. Il Signore Gesù semplifica al massimo le relazioni tra Dio e l’umanità riportandole alla semplicità assoluta che ci può e ci deve essere tra una madre e il suo <bambino>. Una relazione, potremmo dire, che riparte continuamente dalla <viscere> e che non può in nessun modo essere giudicante, sebbene sia sempre esigente. Ciò che sfugge ai notabili e forse sfugge anche a noi, è che il <Padre ha concesso anche al Figlio di avere la vita in se stesso> (5, 26) perché noi tutti possiamo diventarne pienamente partecipi del come si condivide l’amore di una madre che, per essere unico, non ha bisogno di essere esclusivo. Il nostro cammino quaresimale è un invito forte a ripartire dalle viscere materne che Dio ha per noi e che noi stessi siamo chiamati ad avere per i nostri fratelli verso cui, il nostro <giudizio> (5, 22), non può che essere quello che il Figlio ci rivela nel suo mistero pasquale: un amore immenso e invincibile come quello di una madre.

Convertire… orientare

IV settimana T.Q.

Per ben quattro volte il profeta Ezechiele sottolinea che l’orientazione del Tempio come pure la sua vita si svolge <verso oriente> (Ez 47, 1). Da questo oriente si riversa in dono verso di noi con un’abbondanza e una salubrità capaci di rinnovare e sanare continuamente la nostra vita come ricorda il salmista: <Dio è in mezzo ad essa: non potrà vacillare. Dio la soccorre allo spuntare dell’alba> (Sal 45, 6). In un sabato, vediamo come il Signore Gesù si faccia incarnazione di questa benevolenza soccorrevole del Signore Dio, quando si avvicina a <un uomo che da trentotto anni era malato> (Gv 5, 5). Non solo si avvicina, ma lo rimette in piedi, permettendogli di ricominciare a sperare il meglio per se stesso, non senza una nota di sottile rimprovero perché non dimentichi che la sua guarigione è un’opportunità e non una semplice elemosina. Solo così la vita potrà essere interamente risanata giorno dopo giorno. Per questo il Signore Gesù dice: <Ecco: sei guarito! Non peccare più, perché non ti accada qualcosa di peggio> (5, 14).

Il primo messaggio che la liturgia ci fa cogliere attraverso l’ascolto della Parola racchiusa nelle Scritture è che il Signore continuamente si orienta verso di noi, offrendosi a noi come salutare <medicina> (Ez 47, 12). Il secondo messaggio – che ci riguarda personalmente – è che, l’orientarsi di Dio alla nostra umanità, per confermarla nel suo dono di grazia, coincide sempre con una chiamata a dare alla nostra vita il giusto orientamento senza cedere alla malattia dell’immobilismo. Il Signore Gesù non si accosta come un mago o un benefattore a quell’uomo che giace ormai da una vita vicino <alla piscina, chiamata in ebraico Betzatà> (Gv 5, 2), ma nella veste di un autentico interlocutore, capace di risvegliare la coscienza e la volontà. La domanda evoca le interrogazioni che vengono poste al catecumeno prima che sia immerso nella piscina battesimale: <Vuoi guarire?> (5, 6). La risposta suona come una sorta di colpevolizzazione: <Signore, non ho nessuno, che mi immerga nella piscina> (5, 7).

Quest’uomo è solo, quest’uomo è isolato, quest’uomo è disorientato! Il Signore sembra caricarselo sulle spalle della propria compassione per permettergli di ricominciare a <camminare> (5, 9) e, in tal modo, gli ridona la libertà di rivelare la meta verso cui vuole andare e di manifestare così chi vuole essere e chi vuole diventare. L’attesa di trentotto anni viene colmata in un solo istante: quello in cui il Signore Gesù autorizza quest’uomo a farsi carico di se stesso fino in fondo, portando, e non gettando la sua <barella>(5, 10). Significativamente sembra proprio che sia questa <barella> a fare problema ai Giudei che vi scorgono una trasgressione all’osservanza del sabato. Ciò che sfugge ai Giudei è che la <medicina> (Ez 47, 12) di Dio non è negazione delle nostre sofferenze. Essa è la possibilità di orientare la totalità di noi stessi verso la vita, in una sempre più sofferta consapevolezza di tutto ciò che nella vita siamo chiamati a sperimentare e ad assumere, nel tentativo quotidiano di uscire dal nostro isolamento – più o meno forzato e più o meno accarezzato – per aprirci a ricevere il dono di una vita che <si muove> (47, 9). Il tempo quaresimale può essere inteso e vissuto come un momento propizio per ripulire i canali di comunicazione interiore della grazia, perché lo scambio sia più fluido e più energizzante e <Perciò non temiamo> (Sal 45, 3).