Partire è morire

III Settimana T.O. –

Lasciamoci interiormente toccare dall’invito del Signore Gesù che non è solo per i suoi discepoli ma pure per ciascuno di noi: <Passiamo all’altra riva> (Mc 4, 35). Come persone umane unitamente a tutti gli animali che popolano la terra e solcano le profondità dei mari, siamo non solo degli esseri in movimento, ma degli esseri di movimento. Con le piante e le pietre e persino con gli astri che sembrano essere fissi nel cielo, abbiamo in comune in dinamismo di crescita che comporta un continuo cambiamento di cui fa parte il nascere e il morire. Di questo processo che è proprio della natura, il Signore Gesù fa la stessa legge della vita spirituale e per questo, invece, di sedentarizzarsi decide di prendere il largo: con il Signore Gesù non è assolutamente possibile installarsi, né tantomeno riposarsi. Come avviene sempre e dovunque nella natura e nella storia per entrare nella vita e non accontentarsi di una mera sopravvivenza è necessario morire – ogni giorno – alla tentazione di sedentarizzarsi e di rassegnarsi a ciò che già si è vissuto e già si conosce nel bene e nel male.

La drammatica pagina che troviamo nella prima lettura in cui Natan si contrappone senza alcun timore al suo re aiutandolo a prendere coscienza del suo crimine, ci ricorda come persino l’esperienza della colpa e del peccato possono diventare momenti preziosi per fare un ulteriore passo nel proprio cammino di miglioramento e di crescita interiore che coincide con un incremento di sensibilità e di attenzione per gli altri. Natan dapprima risveglia in Davide la sua parte migliore commuovendolo con la storia dell’uomo povero e della sua povera pecorella: <Per la vita del Signore, chi ha fatto questo è degno di morte. Pagherà quattro volte il valore della pecora, per aver fatto una tal cosa e non averla evitata> (2Sam 12, 5-6). Solo dopo questo momento di auto-rivelazione, Davide sarà capace di morire a se stesso e alla sua presunzione riconoscendo di avere peccato e accettando umilmente e gravemente le conseguenze amare della sua scelta: <il bambino si ammalò gravemente> (12, 15).

Tutto questo non è indolore! Davide scomodato da Natan e i discepoli scomodati dal Signore Gesù, mentre sembra comodamente dormire sul suo <cuscino> (Mc 4, 38), devono affrontare la tempesta che si leva nel cuore ogni volta che siamo più o meno obbligati a portarci oltre le nostre inerzie e a lasciare che il vento dello Spirito riempia le vele della nostra vita imponendoci ritmi imprevisti o sgraditi alle nostre paure e alle nostre abitudini. Il contrasto si fa forte tra la calma di Natan e la furia di collera prima e di dolore poi di Davide, come pure tra la paura dei discepoli e il quietissimo sonno di Gesù. Ogni volta che le nostre ragioni e i nostri desideri entrano in conflitto con i nostri mezzi reali nell’affrontare le scelte della vita, la tempesta nel cuore si fa violenta. Tutto ciò viene permesso perché si faccia più profonda e più vera l’invocazione come esorta Agostino: <Se hai sentito un insulto, è come il vento; se sei adirato, ecco la tempesta. Se quindi soffia il vento e sorge la tempesta, corre pericolo la nave, corre pericolo il tuo cuore ed è agitato. All’udire l’insulto tu desideri vendicarti: ed ecco ti sei vendicato e, godendo del male altrui, hai fatto naufragio. E perché? Perché in te dorme Cristo. Che vuol dire: “In te dorme Cristo”? Ti sei dimenticato di Cristo. Risveglia dunque Cristo, ricordati di Cristo, sia desto in te Cristo: considera lui>1


1. AGOSTINO, Discorsi, 63, 3.

Pedagogo

III Settimana T.O. –

Il Signore Gesù trova il mondo per parlarci del Regno di Dio come un buon pedagogo che, insegnando, suscita l’interesse e il desiderio di comprendere meglio e di essere come condotti più lontano e più in profondità. Quello del Signore Gesù è un messaggio di speranza per tutti coloro che sono angustiati e spaventati dai dati statistici del fervore spirituale e dall’ansia del successo e della riuscita: <dorma o veglia, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa> (Mc 4, 27). Il Signore ci invita alla fiducia e alla pazienza, ma soprattutto al rispetto dei tempi e dei modi di Dio che ci permettono di leggere e attraversare il nostro tempo, in cui tutto un mondo cui eravamo abituati, sta crollando, in un modo completamente nuovo, inedito… persino forse più bello e più evangelico almeno in taluni aspetti. Tutti questi elementi sono consegnati alla nostra amorosa custodia perché possano serenamente ed efficacemente crescere e farlo, per quanto talora fatichiamo a crederlo e perfino a pensarlo, <spontaneamente> (4, 28).

L’amara e iniqua esperienza di Davide e il suo comportamento inqualificabile, ci mostrano il pericolo che nella vita non solo si possa progredire, ma anche regredire, per questo la vigilanza è sempre richiesta. Eppure, sono le macchinazioni di Davide ad evidenziare, ancora più plasticamente, in tutta la sua profondità la naturale bontà di Urià l’Hittita e la sua semplice e spontanea rettitudine che gli meriterà di essere nominato – unico straniero – accanto al <re Davide> nella Genealogia di Gesù Cristo, quasi come memoria della verità di Davide e di ogni uomo che voglia essere veramente se stesso. Ed ecco che la bellissima immagine parabolica di Gesù trova in Urià una icona vivente: <L’albero, questa forza che lentamente sposa il cielo. Così è anche per te, piccolo uomo! Dio ti fa nascere, ti fa crescere, ti ricolma di progressivi desideri, di rimpianti, di gioie e di sofferenze, di collera e di perdono, poi ti richiama a sé. Tuttavia, tu non sei né quello scolaro, né questo sposo, né questo bambino, né questo vecchio: tu sei colui che si va compiendo!>1.

Siamo noi, ciascuno di noi quel <granello di senape> (Mc 4, 31) di cui il Signore Gesù ci parla nel Vangelo chiamati a crescere non solo per noi stessi ma anche per la gioia e la consolazione degli altri: <quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra> (Mc 4, 32). Le inique macchinazioni di Davide sono state l’occasione perché il piccolo granello che fu la vita di Urìà che, facilmente, sarebbe caduto nell’oblio ha manifestato tutta la sua bellezza e fecondità tanto da diventare parte del lungo cammino che ha portato alla pienezza dei tempi in cui il Verbo si è fatto carne accettando di cadere nel terreno – non sempre accogliente – della nostra umanità>.


1. A. DE SEAINT-EXUPERY, Citadelle. Oeuvres Complètes, Gallimard, Paris 1999, p. 371.

Fiaccola

III Settimana T.O. –

Ancora una volta non possiamo che restare ammirati e grati per l’immensa fiducia con cui il Signore Gesù avvolge la nostra vita di discepoli cui è affidata la stessa luce di Dio perché essa – posta sul <candelabro> (Mc 4, 21) della nostra vita – possa splendere e illuminare il mondo. Massimo il Confessore chiarisce per noi che: <La lampada posta sul candelabro è la luce del Padre, quella vera che illumina ogni uomo che viene al mondo (Gv 1,9). Il Signore nostro Gesù Cristo chiamò lucerniere la santa Chiesa, perché in essa risplende la parola di Dio mediante la predicazione, e così, con i bagliori della verità, illumina quanti si trovano in questo mondo come in una casa, arricchendo le intelligenze con la conoscenza di Dio>1. Come lucerniere siamo solo chiamati a fare da supporto alla luce che non siamo noi stessi. Davanti a questo dono che si fa responsabilità possiamo fare nostre le parole di Davide stupito e grato davanti al mistero della divina condiscendenza nei suoi confronti: <Chi sono io, Signore Dio, e che cos’è la mia casa perché tu mi abbia condotto fin qui?> (2Sam 7, 18). La risposta a questa domanda di Davide è la parola che il Signore Gesù ci dona nel vangelo di oggi: “sei il candelabro” e sembra aggiungere: <Se uno ha orecchi per ascoltare, ascolti> (Mc 4, 23). La sapienza sta infatti nel non presumere di se stessi e nello stesso tempo essere capaci di portare la responsabilità del dono che ci viene fatto dimostrandoci degni della fiducia che ci viene accordata. La fiducia che Dio ci fa è reale ed essa richiede che noi siamo realisti. La nostra vita di credenti e di discepoli è chiamata a rimandare continuamente alla luce che è Dio e in questo modo la nostra missione è quella di mettere in luce alcuni aspetti della vita nostra e dei nostri fratelli perché siano chiarificati dalla e alla luce del Vangelo. Infatti, la luce della fede dovrebbe far scoprire lo splendore del mondo quando esso viene guardato a partire dalla luce della presenza di Dio tenuta ben alta dalla nostra vita perché rischiari il più possibile. Lungi da noi <metterla sotto il moggio> (4, 21) impedendo così al lievito del vangelo di far crescere tutto ciò che nel mondo porta già l’impronta del Verbo fatto carne perché ogni cosa sia divinizzata. Noi non siamo la fonte della luce; eppure, senza di noi la luce di Cristo e del suo Vangelo non potrebbe risplendere e irradiare la vita dei nostri fratelli e sorelle che ne hanno bisogno. Come dice padre André Louf: <Siamo veramente splendore di Dio senza saperlo, e la maggior parte del tempo anche senza averlo cercato> ed è lo stesso abate che aggiunge qualcosa che ci può turbare ma che pure non possiamo dimenticare: <può succedere che si brancoli nella notte pur essendo fonte di luce per gli altri>. A noi basta – si fa per dire – restare solidamente inseriti in Gesù, attaccati a lui che è la luce del mondo. Facciamo nostra per tutta questa giornata la supplica di Davide: <Ora, Signore, la parola che hai pronunziato riguardo al tuo servo e alla sua casa, confermala per sempre e fa’ come hai detto> (2sam 7, 25). 


1. MASSIMO IL CONFESSORE, Risposte a Talassico, quaestio 63.

    Largheggiare

    III Settimana T.O. –

    La parabola che il Signore ci racconta ci mette di fronte all’immagine del “seminatore prodigo”. Come Luca ci parlerà, in uno dei passaggi tra i più belli di tutte le Scritture, di quel “figliol prodigo” che in realtà assomiglia così tanto a suo padre che si dimostra ancora più prodigo di amore e di misericordia, così nella parabola che la liturgia ci fa leggere quest’oggi munita di spiegazione la prodigalità è la caratteristica del divino seminatore. Prima di tutto, rileggendo questa parabola, non dobbiamo cedere all’idea di preoccuparci della qualità del terreno della nostra vita ma lasciarci come stupire dalla generosa prodigalità con cui il Divino Seminatore sparge il seme della sua parola e della sua presenza. Come Natan insegna a Davide, la parola del Signore Dio è proprio come un seme affidato alla terra della nostra storia che non ama la sontuosità dei magnifici templi ma, seppure accetta di abitarvi per amore nostro, di gran lunga preferisce essere sempre e comunque il Dio che ha <camminato> (2Sam 7, 7) e che accetta persino di cadere nel solco come <un chicco di grano> (Gv 12, 24) accettando di marcire pur di non tirarsi indietro dal condividere in tutto e fino in fondo il nostro cammino di uomini e donne. Le spine, le pietre, l’aridità della strada polverosa della nostra vita possono anche essere l’unica cosa che siamo in grado di offrire al seme della divina presenza dentro di noi… e dobbiamo imparare a farlo con atteggiamento prodigo e non malvolentieri e come frustrati per la nostra debolezza. Il solo fatto che il Signore accetti di lasciarsi cadere dentro il solco della nostra vita può dare una speranza oltre ogni speranza e questa può abbellire il terreno del nostro cuore dandogli una fecondità insperata. Come spiega Cesario di Arles: <ci sono due specie di campi: uno è il campo di Dio, l’altro è il campo dell’uomo. Hai la tua tenuta; anche Dio ha la sua. La tua tenuta è la terra; la tenuta di Dio è la tua anima. È forse giusto che coltivi il tuo campo e lasci incolto il campo di Dio? Coltivi la tua terra, e non coltivi la tua anima?>1. Eppure, il coltivare per noi non è altro che il lasciarci coltivare da Dio stesso che continuamente ripete anche a ciascuno di noi quanto sussurra al cuore di Davide troppo preso da se stesso e troppo fiducioso sulle sue capacità: <Forse tu mi costruirai una casa perché io vi abiti?> (2Sam 7, 5). Al rimprovero si aggiunge prontamente una promessa: <Fisserò un luogo a Israele mio popolo e ve lo pianterò perché abiti in casa sua> (7, 10). Alla voce di un Padre si aggiunge concordemente quella di un biblista dei nostri giorni che così spiega a sua volta: <L’opera del discepolo non sarà mai quella di portare un Regno già fatto (sarebbe un venditore di alberi, non un seminatore). […] Dobbiamo imparare dunque a fare i seminatori, mentre ci hanno spesso insegnato a fare i coltivatori, i potatori; in realtà oggi non funziona più: occorre ributtare il seme>2… e farlo con lo stesso atteggiamento del Signore: prodigo.


    1. CESARIO DI ARLES, Discorsi, 6.

    2. B. MAGGIONI, La Parola di fa carne. Itinerari biblici di spiritualità missionaria, Bologna 1999, pp. 35-37.

    30 gennaio: atto di fondazione dell’Abbazia SS Pietro e Andrea di Novalesa: il VIDEO

    Sterilità

    III Settimana T.O. –

    La lettura liturgica delle Scritture ci fa saltare un versetto assai importante: <… e Mikal, figlia di Saul, non ebbe figli fino al giorno della sua morte> (2 Sam 6, 23). Davide accetta di danzare davanti a Dio come <un uomo da nulla> (6, 20) così lo apostrofa sua moglie Mikal quando, dalla sua finestra dove si tiene aristocraticamente separata dal resto del popolo, lo vede danzare <con tutte le forze davanti al Signore> (6, 14). Ma Davide, nella cui discendenza si incastona quale preziosissima perla la carne del Verbo di Dio, si mostra re soprattutto quando si mostra <uomo> come e con tutti gli altri. Anche se questo non viene approvato, anzi viene disprezzato da Mikal la quale – come figlia di Saul – ha un’idea aristocratica e non solidale della regalità, nondimeno è uno degli aspetti che rende Davide una figura profetica del Cristo.

    Così, in modo non molto diverso da quello di Mikal, anche i parenti di Gesù – non esclusa sua madre – fanno fatica ad entrare nel cerchio di coloro che stanno seduti attorno al Maestro e per il loro ascolto diventano la sua vera e irrinunciabile famiglia: <Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui disse: “Ecco mia madre e i miei fratelli!”> (Mc 3, 34). Dovremmo sostare in silente contemplazione sostando interiormente su questo sguardo circolare di Gesù che si dimostra capace di accogliere tutti nel mistero della loro unicità e diversità, ma che pure li rende parte irrinunciabile di quella <volontà di Dio> che ci pensa e ci vuole gli uni per gli altri: <fratello, sorella e madre> (3, 35).

    Come discepoli siamo energicamente invitati ad accettare di entrare nel cerchio senza voler rimanere <fuori> (3, 32), ma amando di entrare dentro al circolo della danza che fa dimenticare ogni pretesa di superiorità dandoci la <gioia> (2Sam 6, 12) di sentirci parte di una stessa ed unica famiglia.

    Abbondante

    Santi Timoteo e Tito –

    La parola con cui il Signore invia i suoi discepoli ad annunciare la presenza del Regno di Dio indica una dismisura e un paradosso che sembrano irrinunciabili per una missione che non sia semplicemente un contenuto dottrinale – per quanto elevato – ma uno stile di vita capace di farsi lievito nella realtà di un modo evangelico di vivere, di sentire, di reagire. Da una parte il Signore ricorda ai settantadue discepoli che <La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai!> (Lc 10, 2) e dall’altra chiede loro di non attrezzarsi troppo, anzi di non attrezzarsi affatto: <non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada> (10, 4). Sembra che l’ampiezza del lavoro cui i discepoli sono chiamati non debba in nulla metterli in agitazione. Al contrario il Signore chiede una misura ancora più grande di fiducia non in se stessi, nei propri mezzi e persino nell’annuncio di cui sono portatori, ma negli altri verso cui i loro passi vengono indirizzati in una semplicità e libertà. Questo stile, che si fa tratto inconfondibile, è già annuncio e testimonianza di un modo nuovo di approcciare e di presentarsi: <Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa> (10, 7) e nello stesso tempo non può pretendere in alcun modo di essere ricompensato.

    Alla <messe abbondante> che rischierebbe di esasperare, il Signore sembra contrapporre una fiducia interiore ancora più abbondante da essere capace di donare ai suoi discepoli persino la serenità di affrontare l’inevitabile rifiuto senza nessun vittimismo né alcuna recriminazione: <ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi> (10, 3). Sembra che la vera preoccupazione del Signore non è che i suoi discepoli siano risparmiati, ma che abbiano il coraggio di rimanere sempre e comunque dei veri <agnelli>. Ciò che nella Colletta dell’Eucaristia dei santi Timoteo e Tito viene evocata e invocata come <scuola degli apostoli>, sembra non essere altro che questa leggerezza interiore che permette di coniugare al realismo di uno sguardo disincantato e preciso sulle situazioni, una fiducia invincibile. Proprio e solo questa fiducia rende possibile continuare a seminare e a mietere senza nessun calcolo e con una gratuità che diventa un vero e proprio stile di vita e, in particolare, stile di relazione.

    Lo ricorda con dolcissima forza l’apostolo Paolo scrivendo a uno dei suoi discepoli e collaboratori più stimati e amati: <Dio, infatti, non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza> (2Tm 1, 7). La <medesima fede> (Tt 1, 4) da cui Paolo sente di essere intimamente legato a Tito diventa una sorta di forza interiore che permette continuamente di comunicare il meglio di sé creando attorno a sé un <ordine> (1, 5) che è quello di un amore e di un’attenzione sempre più profonde e autentiche.

    Ritirarsi per aprirsi

    III Domenica T.O. 

    Il Signore Gesù attende che la storia gli faccia segno per poter prendere il suo posto e il segno è l’arresto di Giovanni. La lunga attesa del Signore nell’ombra è uno dei segni forti del suo essere attento, senza essere smanioso: <Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nazaret e andò ad abitare a Cafarnao sulla riva del mare, nel territorio di Zabulon e di Neftali> (Mt 4, 12-13). Si compie così la visione del profeta Isaia con cui si apre la Liturgia della Parola. Essa è ben più di un sogno, è un segno che indica l’inizio di una nuova era il cui punto di partenza è una ricomprensione profonda degli atteggiamenti e dei desideri di sempre: <In passato il Signore umiliò la terra di Zàbulon e la terra di Nèftali, ma in futuro renderà gloriosa la via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti> (Is 8, 23). L’umiliazione cui si riferisce il profeta è il fatto drammatico e doloroso di una parte del popolo eletto che cade sotto la dominazione dei pagani, degli Assiri, ritrovandosi così a stretto contatto con gli usi e le mentalità di coloro che non condividono la fede e le consuetudini della tradizione.

    Ebbene, questa situazione drammatica diventa il punto di partenza per i tempi nuovi che vengono inaugurati nella predicazione di Gesù di Nazaret il quale – stranamente – dopo aver atteso a lungo nel nascondimento e nel silenzio della sua ordinarissima vita, ed aver aspettato il compiersi del ministero profetico del Battista, prende il suo posto nella storia. In realtà, stando alla conclusione dei vangeli dell’infanzia secondo Matteo, Gesù, nato a Betlemme di Giudea, è stato condotto – da suo padre Giuseppe – in Galilea, rientrando dall’Egitto per stare il più possibile lontano da Gerusalemme che è il centro del potere religioso e politico, e quindi una minaccia per Gesù, come si verificherà alla fine del suo cammino. Il fatto che Gesù si ritiri ulteriormente oltre il Giordano, ossia nella parte inversa di quella che viene considerata la terra santa delle promesse, indica un ulteriore passo di Gesù verso l’umanità della nostra umanità.

    Non basta Nazaret arroccata tra le colline ove vive un rimasuglio agguerrito della stirpe davidica, ma a Cafarnao la città di frontiera, di passaggio, di incontro, di diversità… simbolo delle città non sante e non tradizionali di ogni luogo e di ogni tempo. Laddove noi pensiamo al ritiro dal mondo delle ambiguità e della complessità, Gesù ci indica il ritiro nel mondo inteso come crocevia possibile di salvezza. Il Signore Gesù prende il testimone dalle mani di Giovanni Battista, ma il fuco che arde nella fiaccola viene direttamente dal suo cuore, così come viene ulteriormente approfondito dall’apostolo: <non mi ha mandato a battezzare, ma ad annunciare il Vangelo, non con sapienza di parola, perché non venga resa vana la croce di Cristo> (1Cor 1, 17). La conversione già predicata dal Battista non è più una condizione di accesso al Regno, ma è il modo – personale e unico – per accoglierlo. Proprio come avviene con il gesto, assolutamente nuovo, di un Maestro che chiama dei discepoli a seguirlo per essere se stessi fino in fondo: <pescatori> (Mt 4, 18). La novità dell’approccio di Gesù è assoluta. Non sono i discepoli a cercare il Maestro, ma è il Maestro che, nella linea dei profeti come Elia ed Eliseo, chiama dei discepoli. Inoltre, il Signore Gesù non chiama gente capace, ma è la sua chiamata a rendere capaci di diventare <pescatori di uomini> (4, 19).

    Se retirer pour s’ouvrir

    III Dimanche T.O. 

    Le Seigneur Jésus attend que l’Histoire lui fasse signe pour pouvoir prendre sa place et le signe est l’arrestation de Jean. La longue attente dans l’ombre du Seigneur est l’un des signes forts de sa façon d’être attentif, sans être impatient : «  Quand Jésus sut que Jean avait été arrêté, il se retira en Galilée, laissant Nazareth et vint s’établit à  Capharnaüm, au bord de la mer, sur les confins de de Zabulon et de Nephtali » (Mt 4, 12-13). Ainsi s’accomplit la vision du prophète Isaïe par qui s’ouvre la Liturgie de la Parole. Ceci est bien plus qu’un songe, c’est un signe qui indique le début d’une ère nouvelle dont le départ est une compensation profonde des attentes et des désirs permanents : « Mais, il n’y a plus d’humiliation pour la terre qui a été dans l’angoisse, comme le premier temps a couvert d’opprobre le pays de Zabulon et le pays de Nephtali, le dernier temps remplira de gloire la contrée qui touche à la mer, le pays d’au-delà du Jourdain et le district des Gentils » (Is 8, 23). L’humiliation dont parle le prophète est le fait dramatique et douloureux d’une partie du peuple élu qui tombe sous la domination des païens, des Assyriens, se retrouvant ainsi au contact étroit des habitudes et des mentalités de ceux qui ne partagent pas la foi et les coutumes de la tradition.

    Alors, cette situation dramatique devient le point de départ des temps nouveaux inaugurés par la prédication de Jésus de Nazareth qui, – étrangement – après avoir attendu longtemps dans l’ombre et le silence de sa vie ordinaire, et avoir attendu l’accomplissement du ministère prophétique de Jean Baptiste, prend sa place dans l’Histoire. En réalité, d’après la conclusion des évangiles de l’enfance selon Matthieu, Jésus, né à Bethléem de Judée, a été conduit  – par son père Joseph – en Galilée, en revenant de l’Egypte pour rester le plus longtemps possible loin de Jérusalem, centre du pouvoir religieux et politique et donc menace pour Jésus, comme cela se vérifiera à la fin de son parcours. Le fait que Jésus se retire, ultérieurement au-delà du Jourdain, voire dans la partie inverse de celle considérée comme terre sainte des promesses, indique un pas  en plus de Jésus vers l’humanité de notre humanité.

    Nazareth, accrochée aux collines où  vit un petit groupe endurci de la lignée de David, ne suffit pas, mais c’est Capharnaüm, ville frontière, ville de passage, de rencontres, de diversité…symbole des villes non saintes et non traditionnelles de tous les lieux et de tous les époques. Là où l’on ne pense pas à se retirer des ambiguïtés et des complexités du monde, Jésus nous indique le retrait dans un monde à grande affluence, comme chemin de croix possible pour le salut. Le Seigneur Jésus prend le flambeau des mains de Jean Baptiste, mais le feu qui brûle dans la flamme vient directement de son coeur, tout comme cela est approfondi ultérieurement par l’apôtre : « Tu ne m’as pas envoyé baptiser, mais annoncer l’Evangile, et sans recourir à la sagesse du langage, pour que ne soit pas réduite à néant la croix du Christ » ( 1Co 1, 17). La conversion déjà prêchée par Jean Baptiste n’est plus une condition à l’accès au Royaume, mais la façon – personnelle et unique – de l’accueillir. Comme cela arrive avec le geste absolument nouveau d’un Maître qui appelle des disciples à le suivre pour être eux-mêmes, entièrement «  pêcheurs » ( Mt 4, 18 ). La nouveauté de l’approche de Jésus est absolue. Ce ne sont pas les disciples qui cherchent le Maître, mais c’est le Maître qui, dans la lignée des prophètes, comme Elie et Elisée, appelle des disciples. En plus, le Seigneur Jésus n’appelle pas des personnes capables, mais c’est son appel qui nous rend capables de devenir «  pêcheurs d’hommes » ( 4,19).

    Casa

    II Settimana T.O. –

    In due brevi versetti, l’evangelista Marco ci mette di fronte ad un problema relazionale e di intesa che si aggiunge a quelli che già il Signore Gesù sta vivendo a motivo dell’opposizione degli scribi e dei farisei. Il testo annota che <i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo> (Mc 3, 21). Non è chiaro, se all’origine del turbamento dei familiari di Gesù ci sia il fatto che troppa gente continuamente gli richieda così tanta attenzione da ritenere che ciò lo stanchi troppo, oppure per un particolare che non deve sfuggirci e che viene accuratamente ricordato ed evidenziato da Marco: <entrò in una casa> (3, 20). Forse, pur senza necessariamente tralasciare la giusta preoccupazione per Gesù da parte dei suoi familiari, ciò che turba e allarma di più è che l’”Augusto Congiunto” si possa trovare a proprio agio e compiere i segni di salvezza e di guarigione in una <casa> che non è quella o una di quelle della sua famiglia di origine.

    Questo è talmente inammissibile da indurre i suoi familiari ad esprimere su Gesù un giudizio pesante: <E’ fuori di sé> (3, 21). Perché mai Gesù dovrebbe entrare <in una casa> diversa e, soprattutto, non sarebbe meglio rimanere sotto la protezione e dando protezione, privilegio e lustro alla sua famiglia? Questo brevissimo e raro passo del Vangelo che ci parla dei familiari di Gesù, in realtà è qualcosa che tocca e interroga profondamente la nostra vita di discepoli e richiama ad un serio esame di coscienza la Chiesa che rischia di ritenersi l’unica “casa” in cui il Signore operi e doni la salvezza. La vigilanza non sarà mai troppa per non cadere nella stessa trappola in cui si ritrovano i familiari di Gesù tanto da accusarlo di essere <fuori di sé> solo perché vive “fuori” dai confini visibili dei legami, degli affetti, delle consuetudini e delle costrizioni. In realtà, non è Gesù ad essere pazzo, ma siamo noi, forse, a rischiare di impazzire davanti alla libertà e alla generosità del Signore che non si lascia imprigionare in nessuno schema e non si lascia ridurre a nessun progetto o strategia.

    Quella che troviamo nel Vangelo è una piccola foto di famiglia che potrebbe anche essere ritenuta una piccola foto di Chiesa! Il Signore Gesù deve affrontare l’ostilità e l’incomprensione della sua famiglia, la più difficile! Eppure, Gesù rimane uguale a se stesso, libero e fedele al suo eccesso nell’amare. Ritroviamo lo stesso eccesso nella reazione di Davide alla notizia della morte degli eroi che spingono non a rallegrarsi perché la strada verso il potere non avrà ormai più ostacoli, ma a fare memoria dell’amicizia di Gionata <più preziosa di amore di donna> (2Sam 1, 26). L’amore, e non il potere, è al cuore della missione e dell’identità di Gesù e questo è un principio che, come discepoli e come Chiesa, dobbiamo continuamente imparare e con cui si deve avere il coraggio di confrontarsi e verificare le scelte, le reazioni, i timori… che continuamente sorgono nei nostri cuori.