In-erenza

XI Settimana T.O.

La verità della nostra preghiera sta a fondamento della verità della nostra vita. Se nella vita cerchiamo di essere coerenti cercando di vivere una corrispondenza tra le parole che diciamo e i gesti che compiamo, questo è realmente e durevolmente possibile solo nella misura in cui nel profondo del nostro cuore si crea una in-erenza tra ciò che noi siamo e quella segreta presenza di Dio in noi che forma e continuamente riforma il nostro volto di uomini e di donne. Il fatto che la liturgia odierna prepari il testo della consegna della forma di preghiera da parte di Gesù agli apostoli con la memoria di Elia simile ad <un fuoco> (Sir 48, 1), ci aiuta a cogliere e a vivere la consegna della preghiera come la realtà che permette alla nostra vita di trovare un fondamento sicuro e duraturo. Fu così per Elia, fu così per Gesù, speriamo sia ugualmente vero per ciascuno di noi.

Le parole sono chiamate ad esprimere, e non a mascherare, il nostro desiderio non di far entrare Dio nel nostro modo di vedere e nei nostri schemi, bensì a lasciare che il modo di guardare i suoi figli da parte del Padre di tutti, divenga il nostro stesso modo di guardarci reciprocamente, per accoglierci come veri fratelli. Si dice che la parola del profeta Elia <bruciava come fiaccola> e ancora di più sono brucianti le parole con cui il Signore Gesù ci chiede di rivolgerci al Padre che è nei cieli per imparare ad essere sulla terra delle nostre difficili e talora così ferite relazioni un riflesso della sua bontà e della sua misericordia. La consegna del modello della preghiera del discepolo comincia con un invito a prendere coscienza di una differenza senza la quale nessuna preghiera sarebbe all’altezza del Vangelo: <non sprecate parole come i pagani> (Mt 6, 7) e finisce con la consegna di un criterio di discernimento imprescindibile: <Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe> (6, 14).

Per evitare che la preghiera del Signore passi inosservata nella nostra vita potremmo imparare a scegliere ogni mattina una delle sette invocazioni su cui ritornare durante il giorno e da cui partire per il piccolo esame di coscienza quotidiano prima di abbandonarci al sonno. Il fuoco con cui Elia fece ardere la sua profezia diventa per i discepoli del Signore Gesù la fiaccola bruciante del perdono offerto gratuitamente e incondizionatamente che è capace di liberare da ogni ostacolo il cammino che ci spiana la strada verso una crescente intimità con il Padre. Per quanti si fanno discepoli del Vangelo, non c’è nessuna intimità divina che non generi una carità fraterna sempre più vera e talora persino coraggiosa. Ciò che il Siracide ci dice del profeta Eliseo: <Nulla fu troppo grande per lui> (Sir 48, 13), vela per ciascuno di noi nella misura in cui accettiamo di lasciarci interrogare e continuamente formare alla scuola della preghiera che è sempre una scuola di indomabile carità, pronta a tutto e che mai ci fa presumere o sognare di essere <ascoltati a forza di parole> (Mt 6, 7).

Ammirati

XI Settimana T.O.

Cosa mai importa lo sguardo degli altri ai cui occhi rischia di sfuggire l’essenziale e il più vero della nostra vita? Meglio è lasciarsi guardare e penetrare dallo sguardo di Dio che conosce la verità del nostro cuore sapendone portare tutto il peso di amore. Vivere nell’ombra il digiuno, la preghiera, la carità significa, in realtà, viverla sotto lo sguardo di Dio liberandosi della più inutile e fallace delle preoccupazioni: <State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli> (Mt 6, 1). Pensiamo a ciò che avviene nel nostro cuore quando sorprendiamo qualcuno – senza essere visti – nell’atto di parlare bene di noi tanto da fare l’elogio della nostra devozione e della nostra generosità. Nel nostro cuore si accende un fuoco di contentezza, ma non dimentichiamo di presentare a Dio anche le nostre incrinature egoistiche che il suo amore e la sua misericordia sono in grado di raddrizzare in modo discreto e segreto. Essere ammirati può essere anche una cosa che fa piacere, ma la cosa più importante è di sentirsi guardati dal Padre <che vede nel segreto> (Mt 6, 4).

La conclusione del ciclo di Elìa ci regala un modo assai poetico di pensare non semplicemente alla fine della vita, ma, ben più profondamente, al buon esito possibile per un’esistenza: <Mentre continuavano a camminare conversando, ecco un carro di fuoco e cavalli di fuoco si interposero fra loro due. Elìa salì nel turbine verso il cielo> (2Re 2, 11). Questa barriera di fuoco può essere il simbolo di quel segreto intimo ed inviolabile tra ogni creatura e il suo Creatore che esige un certo nascondimento e una profonda dose di mistero. Non solo non c’è nessun merito, ma non ha nessun senso una ricerca spirituale portata avanti per essere ammirati. Il fine della nostra vita, come lo fu per il profeta, non è di esistere agli occhi degli altri, ma di stare serenamente al cospetto di Dio. La preghiera, il digiuno e l’elemosina sono dei mezzi con cui liberiamo il nostro cuore da un’eccessiva attenzione a se stessi per portarsi oltre noi stessi e lasciarci sempre più guardare in verità per riconoscerci nella verità di quello che siamo ben oltre tutte le apparenze.

Un testo di Govanni della Croce può illuminarci e confortarci: <Cosa cerchi fuori di te, se dentro di te hai la tua ricchezza, il tuo piacere, la tua soddisfazione, la tua pienezza e il tuo regno, cioè il tuo Amato, che la tua anima cerca e desidera? Ricorda solo una cosa, che cioè, anche se è dentro di te, rimane nascosto. Solo così, nascosto con lui, lo sentirai in segreto, lo amerai e ne godrai in segreto e in segreto con lui ti diletterai, più di quanto la lingua possa esprimere e i sensi comprendere>1.


1.GIOVANNI DELLA CROCE, Cantico spirituale B,1, 8-9.

Somigliare

XI Settimana T.O.

Siamo chiamati a ritrovare la nostra <somiglianza> (Gn 1, 26) con il nostro Creatore e la santità, che tutti cerchiamo giorno dopo giorno, non è altro che il mistero di questa consonanza profonda tra il nostro e il cuore stesso di Dio che si rivela sempre di più come <il Padre vostro celeste> (Mt 5, 48). Nella prima lettura il seguito della storia di Nabot ci racconta come l’iniquità del re induce il Signore a inviare <Elia il Tisbita> (1Re 21, 17) a manifestare tutto il suo sdegno per l’iniqua uccisione dell’innocente. Già nel dramma della prima lettura siamo posti di fronte all’immagine di un Dio capace di minacciare duramente senza mai indurirsi. Davanti alla reazione di Acab che <si coricava con il sacco e camminava a testa bassa> (21, 27), il Signore Dio non esita a mutare la sua decisione e lo fa attraverso la parola dello stesso profeta. La perfezione di Dio, rivelataci in modo così forte dal Signore Gesù, non è immobilità, bensì dinamismo di attenzione alle dinamiche e ai processi interiori delle persone che fanno la storia di ciascuno attraverso cammino talora tortuosi e in cui spesso intervengono dei profondi processi di maturazione e di conversione: <Hai visto come Acab si è umiliato davanti a me?> (21, 29).

Il luogo indicato dal Signore Gesù per questa evoluzione sempre possibile è la preghiera che permette di maturare uno sguardo limpido, ma non immobile sull’altro, soprattutto quando questi ci rende la vita difficile e penosa: <pregate per quelli che vi perseguitano> (Mt 5, 44). Già la rivelazione ai Padri esige l’amore del prossimo e questo è un principio tanto fondamentale quanto scontato. Ma rivendicando l’amore del nemico il Signore Gesù ricusa ogni discriminazione nei confronti del prossimo. Così prega Gregorio di Narek: <Molti sono i miei peccati, eppure saranno sempre pochi, in confronto al tuo perdono… Cosa potrà fare un pò di tenebra alla tua luce divina? Come può un po’ di oscurità rivaleggiare con i tuoi raggi, tu che sei grande>1.

La perfezione di Dio come Padre consiste nella sua assoluta semplicità che è il segno di una unità profonda tra il suo essere e il suo volere. Per noi è molto diverso perché siamo costantemente abitati da una lotta interiore riguardo a come reagire nei confronti di quanti ci fanno realmente e indubitabilmente soffrire. Il Signore Gesù ci pungola e ci tocca sul nostro orgoglio di figli, sulla nostra dignità di creature volute e amate dal Creatore di tutti: <Infatti, se amate quelli che via amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani?> (Mt 5, 46-47). Forse il primo passo che siamo chiamati a fare è proprio quello di riconoscere un certo livello di paganesimo ancora presente nella nostra vita e nella nostra sensibilità per desiderare, magari cominciando con piccoli passi, a somigliare di più al Padre.


1. GREGORIO DI NAREK, Libro di preghiere, 74.

Capriccio

XI Settimana T.O.

L’annuncio che viene portato al re Acab sembra concludere una volta per tutte la questione apertasi tra il re e Nabot e la cui soluzione radicale era stata ordita dalla regina Gezabele. Cosa di più decisivo, chiaro, conclusivo di questo: <perché non vive più, è morto> (1Re 21, 15). Dal punto di vista di Gezabele la questione è chiusa e finalmente il re può fare quello che vuole soddisfacendo così il suo capriccio… perché di un semplice capriccio si tratta. E invece non è così, non è proprio così: la spirale del male rischia di stritolare quanti la mettono in funzione, forse persino vantandosene segretamente non poco! In realtà ciò che viene reso <morto> dall’egoismo e dalla ingiustizia non può che gridare dalla terra come il sangue di Abele ucciso dal fratello Caino. Nel contesto creato dalla prima lettura, le parole di Gesù nel Vangelo diventato ancora più forti e si donano con una chiarezza sorprendente: <Ma io vi dico, di non opporvi al malvagio> (Mt 5, 39).

Opporsi, infatti, significherebbe porsi sulla stessa linea rischiando di non poter più essere se stessi. Monsignor Alichoran, vescovo cattolico di rito caldeo, abituato a vivere in situazioni di profondissimi conflitti e di terribili ingiustizie così insegnava: <Se mi pongo davanti a qualcuno che è cattivo e mi batto con lui, sarò schiacciato, umiliato, insultato. […] Bisogna invece evitare di porsi davanti all’altro come se si fosse davanti ad uno specchio per evitare di fare il suo stesso gioco, imitandolo, pensando di fare il contrario>1. Se la legge del taglione cerca di evitare che il male si radichi ed espanda limitando la spirale della vendetta, il Signore Gesù ci aiuta a risalire verso la dolcezza con cui Dio ha creato l’universo e che è sempre capace di ricrearlo. Si tratta di adottare un atteggiamento completamente opposto a quello della violenza: porgere <anche l’altra> guancia significa manifestare il proprio rifiuto di entrare nella logica della violenza, e ancora di più mettere l’altro di fronte ad un’<altra> possibilità di leggere e attraversare la vita.

L’ascolto della parola e dell’esempio del Signore Gesù ci esorta ad una rinuncia che non ha niente a che vedere con “le rinunce”. Si tratta di cambiare il proprio modo di guardare l’altro persino quando è chiaramente e persino deliberatamente: <malvagio> (Mt 5, 39). Ciò che ci chiede il Signore non è quello di trovare una nuova giustizia, ma di intraprendere un cammino di libertà che esige la rinuncia a lasciarsi dominare dal male per rimanere fedeli a se stessi così come ci sentiamo sotto lo sguardo di Dio. Sentire lo sguardo del Padre dei cieli, significa maturare uno sguardo sugli altri che è simile al suo: mai disperato. Per non cedere alla disperazione è necessario rischiare nella continua proroga di fiducia: <Dà a chi ti chiede, e a chi desidera da un prestito non voltare le spalle> (5, 42). Sembrerebbe proprio che Nabot abbia fatto il contrario opponendosi risolutamente ad Acab eppure, in realtà, la sua fedeltà pagata con la morte non fa che rendere possibile al re di soddisfare il suo capriccio e, al contempo, che sia rivelata la sua iniquità.


1. Cfr. Magnificat, 211 (2010) p. 197.

Volare

XI Domenica del T.O. –

Un’immagine particolarmente toccante apre la liturgia della parola di questa domenica ed è posta direttamente sulla bocca del Signore. La frase dell’esodo in cui Dio parla di se stesso viene proclamata <dal monte> (Es 19, 3) dove, per la prima volta, il Signore ha rivelato a Mosé il suo nome ineffabile chiamandolo ad esserne manifestazione in mezzo la popolo oppresso dalla schiavitù. Davanti alle perplessità e alle paure di Mosé, accanto ad altri segni, il Signore Dio aveva dato appuntamento su <questo monte> (Es 3, 12). E proprio in occasione di questo appuntamento ecco come il Signore interpreta se stesso e la propria opera: <Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all’Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatti venire fino a me> (Es 19, 4). Marie Noëlle Thabut spiega il particolare modo con cui le aquile insegnano l’arte del volo ai loro piccoli. Non li lanciano semplicemente nel vuoto come gli altri uccelli ma li fanno abituare al vuoto portandoli sulle loro grandi ali: quando se la sentono gli aquilotti si lanciano spontaneamente. Ma persino allora le aquile rimangono vicine ai loro piccoli perché – se vogliono o ne hanno semplicemente voglia – possono riposarsi, nel duplice senso posarsi di nuovo per riposino – sulle loro ali magnifiche e sicure. Un’immagine assai suggestiva per cogliere l’abisso profondo di ciò che ci viene detto nel vangelo: <Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore senza pastore> (Mt 9, 36). E se è normale che l’aquila si prenda a cuore il volo dei suoi piccoli è naturale che un pastore si prenda a cuore che il suo gregge venga condotto in sicurezza e tranquillità verso pascoli abbondanti.

Questa duplice ed unica cura di Dio verso il suo popolo – la libertà e la serenità – si trasforma nella missione propria che il Signore Gesù affida agli apostoli: <diede loro il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattie e di infermità> (Mt 10, 1). Sembra che non ci sia nulla che possa resistere alla forza terapeutica dell’annuncio del vangelo di Gesù Cristo: <guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demòni> (Mt 10, 8). Tra queste due solenni investiture che fa degli apostoli dei plenipotenziari del vangelo di salvezza, l’evangelista Matteo inserisce la lista – completa e talora commentata – dei nomi dei <dodici apostoli> (10, 2). Questa inclusione sembra voler dire che gli apostoli sono i primi beneficiari delle cure del Signore, i primi ad aver imparato – e almeno nel caso di Giuda a non aver imparato – l’arte del volo spirituale che da sempre il Creatore cerca di insegnare e trasmettere a noi che siamo sue creature amate. Per insegnare a volare bisogna aver rischiato di lanciarsi nel vuoto! Così pure per guarire a tutti i livelli bisogna aver riconosciuto di avere bisogno di guarigione e di salvezza.

Se queste sono la missione e il ministero degli apostoli allora risulta chiaro che la condizione non è un concorso in cui fare sfoggio di qualità e competenze ma una sempre più profonda sensibilità all’amore misericordioso e compassionevole di Dio nei nostri confronti. Come infatti dice Paolo, nella seconda lettura, non bisogna mai e per nessun motivo perdere la memoria che: <mentre noi eravamo peccatori, Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito> (Rm 5, 6) e tra questi ci siamo anche noi! Su questa memoria di essere stati salvati e chiamati a vivere in un’amicizia che non abbiamo meritato ma che ci è stata offerta gratuitamente e pagata a caro prezzo si fonda tutta la missione della Chiesa e la testimonianza di ciascun credente. Allora diventa quanto mai chiaro che alla consegna della missione da parte del Signore Gesù si accompagna il mandato dello stile secondo il vangelo del Signore Gesù e che si riassume in una sola frase: <Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date> (Mt 10, 8).

Voler

XI Dimanche du T.O.

Une image particulièrement touchante ouvre la liturgie de la parole de ce dimanche et sort directement de la bouche du Seigneur. La phrase de l’exode où Dieu parle de lui est proclamée « de la montagne » (Ex 10, 3) où, pour la première fois, le Seigneur a révélé à Moïse son nom ineffable l’appelant à être manifestation au milieu du peuple oppressé par l’esclavage. Devant la perplexité et les peurs de Moïse, face aux autres signes, le Seigneur Dieu lui avait donné rendez-vous sur «  cette montagne » (Ex 3,12). Et, justement, à l’occasion de ce rendez-vous, voici comment le Seigneur interprète son être et son œuvre : «  Vous avez vu vous-mêmes ce que j’ai fait en Egypte et comment je vous ai soulevés sur des ailes d’aigle et vous ai fait venir jusqu’à moi » (Ex 19, 4). Marie Noëlle Thabut explique la façon particulière de l’art du vol que les aigles enseignent à leurs petits. Ils ne les lancent pas simplement dans le vide comme les autres oiseaux, mais les habituent au vide en les portant sur leurs grandes ailes : lorsqu’ils se sentent prêts, les aiglons se lancent spontanément. Mais, jusqu’à cet instant, les aigles restent proches de leurs petits, car – s’ils le veulent ou s’il en ont simplement envie – ils peuvent se reposer, se poser à nouveau pour un petit repos – sur leurs ailes magnifiques et sécurisantes. Une image assez suggestive pour comprendre l’abîme profond de ce qui est dit dans l’évangile : «  En voyant la foule, Jésus fut pris de compassion, car ils étaient fatigués et épuisés comme des brebis sans berger » (Mt 9,36). Et, s’il est normal que l’aigle prenne à coeur le vol de ses petits, il est naturel qu’un berger prenne à coeur que son troupeau soit conduit tranquillement en sécurité vers d’abondants pâturages. 

Ce double et unique soin de Dieu envers son peuple – la liberté et la sérénité – se transforme en propre mission que le Seigneur Jésus confie aux apôtres : « donnez-leur le pouvoir de chasser les esprits immondes et de guérir toute sorte de maladies et d’infirmité » (Mt 10,1). Il semble que rien ne puisse résister à la force thérapeutique de l’annonce de l’évangile de Jésus Christ : «  guérissez les infirmes, ressuscitez les morts, purifier les lépreux, chassez les démons » (Mt 10, 8). Entre ces deux solennelles investitures qui donnent aux apôtres les pleins-pouvoirs de l’évangile du salut, l’évangéliste Matthieu inclut la liste – complète et parfois commentée – des noms des «  douze apôtres » (10,2). Cette inclusion semble vouloir dire que les apôtres sont les premiers bénéficiaires des soins du Seigneur, les premiers à avoir appris – et, du moins dans le cas de Judas, à non avoir appris – l’art du vol spirituel que le Créateur essaie depuis toujours à nous enseigner et à nous transmettre, à nous, qui sommes ses créatures bien-aimées. Pour apprendre à voler, il faut avoir risqué de se lancer dans le vide ! De même, pour guérir à tous les niveaux, il faut avoir reconnu le besoin de guérison et de salut.

Si ceci représente la mission et le ministère des apôtres, alors, il est clair que la condition n’est pas un concours pour montrer ses qualités et ses compétences, mais une sensibilité, toujours plus profonde à l’amour miséricordieux et compassionnel de Dieu face à nous. Comme le dit, en fait, Paul, dans la seconde lecture, il ne faut jamais et sous aucun prétexte, oublier que « alors que nous étions pécheurs, c’est alors, au temps fixé, que le Christ est mort pour des impies » (Rm 5,6) et nous en faisons partie ! Sur ce souvenir d’avoir été sauvés et appelés à vivre  dans une amitié, que nous n’avons pas méritée mais qui nous a été offerte gratuitement et payée chèrement, se fonde toute la mission de l’Église et le témoignage de chaque croyant. Alors, il devient très clair qu’à la consigne de la mission de la part du Seigneur Jésus, s’accompagne aussi le mandat  du style conforme à l’évangile du Seigneur Jésus qui se résume en une seule phrase : «  Vous avez reçu gratuitement, donnez gratuitement » (Mt 10,8).

Perdere

Cuore Immacolato di Maria

Quando si entra nella logica della ricerca di Dio e nel desiderio di compiere la sua volontà, il prezzo è la disponibilità a perdere in termini di sicurezza e di comprensione. Il testo evangelico si conclude con una finestra sulla fatica di Maria e di Giuseppe che è pure la nostra: <Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro> (Lc 2, 50). Dopo aver contemplato il mistero del cuore di Cristo e del suo ineffabile donarsi a noi come via per ricomprendere e attraversare la vita nella logica propria del Vangelo, la Liturgia ci fa contemplare il cuore di sua madre. La prima lettura ci fa entrare nell’esultazione profonda che ha accompagnato, come un sottofondo inalterabile, la vita e l’esperienza di fede di Maria: <Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio, perché mi ha rivestito delle vesti di salvezza, mi ha avvolto con il mantello della giustizia, come uno sposo che si mette il diadema e come una sposa che si adorna di gioielli> (Is 61, 10). Ma l’esultazione e la gioia che hanno segnato il cammino di Maria, la cui vita è stata totalmente a servizio del mistero dell’incarnazione e della piena umanazione del Verbo, ha conosciuto, sin dal primo istante dell’annunciazione fino all’attesa trepida della risurrezione, la realtà dell’angoscia.

Il Vangelo di quest’oggi ce lo ricorda in modo chiaro e condiviso con il padre del Signore, con Giuseppe sposo di Maria: <Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo> (Lc 2, 49). Il cuore di Maria non è stato poi così diverso da quello che sente e patisce il nostro stesso cuore: ha provato le gioie più indicibile come quella di stringere tra le braccia e accompagnare la crescita del Signore Gesù, ma ha anche patito tutti i turbamenti che nascono dall’incertezza di ogni cammino di fede che sia autentico. Il cuore di Maria ha dovuto imparare il ritmo di Dio fino ad entrare nel suo modo di guidare e di vivere la storia. Una cosa che sicuramente Maria ha imparato, prima di noi e forse persino un po’ per noi, è una verità fondamentale: per camminare nelle vie del Signore ci vuole tempo non tanto per capire quanto per aderire! <Tre giorni> (2, 46) sono il ritmo necessario alla fede perché diventi luogo di fede non a livello intellettuale, ma nella piena e generosa adesione del cuore.

Pur avendolo generato e accolto come un figlio, Maria e Giuseppe devono imparare a cercarlo e a trovarlo senza mai possederlo e questo processo interiore non solo non è mai scontato, ma è sempre giustamente doloroso. L’evangelista Luca ci fa intuire il disagio di Maria unitamente a quello di Giuseppe in cui si consuma la fatica di un cuore chiamato ad amare senza identificare l’amore con le proprie emozioni e i propri progetti: <Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro> (2, 50). Quante volte questo potrebbe essere detto di noi? Eppure non capire può essere talora il primo passo per aderire al mistero dell’altro accettando che esso ci riveli a noi stessi in modo più ampio e più vero. Al cuore di Maria possiamo affidare tutte le nostre fatiche quando non capiamo molto della nostra vita e di quella di quanti amiamo, senza smettere di desiderare di camminare insieme mettendo in conto anche di doverci forse persino perdere: <Scese dunque con loro…> (2, 51). Per il cuore questa è la cosa più importante e irrinunciabile.

11 luglio H:17 – Il suono del tempo Viaggio tra contemporaneo, rinascimento e primo barocco

Coraggio

San Barnaba

Questa memoria tende più alla festa, visto che siamo obbligati a leggere delle letture proprie per ricordare Barnaba. A questo discepolo del Signore la Chiesa da sempre ha sentito il bisogno quasi il dovere, pur non essendo annoverato nel numero dei Dodici di riconoscerlo e ricordarlo come apostolo. La sua vicenda all’interno della chiesa nascente è, in certo modo, legata alla “redenzione” di Saulo al cospetto dei fratelli ancora timorosi e forse poco convinti della sua conversione a quel Cristo che aveva così fieramente perseguitato. La Colletta ci aiuta a cogliere un tratto assai significato di quest’<uomo virtuoso> quando ci fa pregare con queste parole e con questi sentimenti: <fa’ che sia sempre annunziato fedelmente, con le parole e con le opere, il Vangelo di Cristo, che egli testimoniò con coraggio apostolico>. Ma come si concretizza questo <coraggio> nella vita di Barnaba, potremmo chiederci? Nella prima lettura ci viene mostrato il coraggio apostolico di Barnaba che in tutto conforme al cuore del bel pastore (Gv 10; Lc 15) <partì alla volt di Tarso per cercare Saulo e trovatolo lo condusse ad Antiochia> (At 11, 25). Barnaba – in tutto fedele suo nome che significa figlio dell’esortazione – si dimostra sempre capace di consolazione che si fonda su un atteggiamento di fiducia a tutto campo dando sempre più spazio alla luce piuttosto che accondiscendere a dare spazio ai lati più oscuri. Per questo non si lascia irretire dalle paure degli altri discepoli ma, con coraggio, sa affrontare il difficile Saulo e lo sa inserire dolcemente ma risolutamente all’interno della comunità. Il coraggio di quest’uomo che si mette alla ricerca di un fratello per renderlo più fratello si fonda sul coraggio richiesto dal Maestro ai suoi discepoli: <Non procuratevi oro, né argento, né moneta di rame nelle vostre cinture…> (Mt 10, 9). La vulnerabilità è la forma propria della povertà apostolica e della apostolica povertà – e proprio di Barnaba ci viene testimoniato che fu il primo a vendere il suo campo (At 4, 36-37). Questo discepolo dimostra così di sperare il <nutrimento> (Mt 10, 10) dalla mano di coloro a cui è inviato per aprire il cuore all’accoglienza della propria indigenza che apre il cuore alla ricezione del vangelo. Infatti, la libertà di ricevere fonda la capacità di dare in libertà senza creare dipendenze: <ad Antiochia per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani> (11, 26). E i primi a farlo furono forse proprio <Barnaba e Saulo> (13, 2) da cui si saprà infine separare per salvare la comunione e non impedire in alcuno modo la corsa del vangelo (15, 39). Da Barnaba la Chiesa e ogni discepolo sono chiamati ad apprendere il coraggio di farsi avanti unitamente al coraggio – talora persino più costoso e difficile – di accettare di fare un passo indietro perché nulla impedisca al Vangelo di essere predicato e di essere accolto. Per vivere questo coraggio è necessario non solo saper vendere il campo che si possiede ma, soprattutto, accettare di cedere il passo ad altri senza vergogna e con libertà.

Trattino

X Settimana T.O.

Dobbiamo riconoscere che il riferimento del Signore Gesù a quel <solo trattino della Legge> (Mt 5, 18) un po’ ci turba! Se poi consideriamo che, per la prima volta in tutto il primo Vangelo un’espressione del Signore sia introdotta in modo così solenne, allora il turbamento rischia di colorarsi di un po’ di imbarazzo: <In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto>. Visto che siamo arrivati fin qui forse non sarà inutile rammentare che, nel Vangelo secondo Matteo, le ultime due volte che troviamo una simile introduzione solenne è durante l’ultima cena. Si tratta, nel penultimo caso di una parola che evoca il tradimento di Giuda: <In verità io vi dico, uno di voi mi tradirà> (26, 21). Mentre nell’ultimo, la parola è rivolta addirittura a Pietro: <In verità ti dico: questa notte stessa, prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte> (Mt 26, 34).

Per ciascuno di noi è la sfida del discorso della montagna che la Liturgia ci fa ritrovare in questi giorni e il cui portale di ingresso – non bisogna dimenticarlo – sono proprio le beatitudini. Sì, compiere è ben più che adempiere! Adempiere ci fa sentire a posto, ma rischia di renderci asserviti, compiere è sempre liberante ed esige comunque non solo di sottomettersi ad una legge, ma di assumere fino in fondo il rischio della propria personalità, fino a portare il giogo della propria libertà. Il Signore Gesù mette la Legge a servizio delle esigenze e del dinamismo dell’amore. Ogni minimo tratto della Torah non è che una parola d’amore da parte di Dio che ci abilita ad amare come Dio. Ma, bisogna riconoscerlo, non è sempre così sicuro conoscere e riconoscere il modo che il Signore Dio ha di accompagnare la nostra storia di uomini.

La prima lettura evoca un passaggio della vita di Elìa continuamente in bilico tra il comico e il tragico come, spesso, sono le nostre umane vicende. Da una parte abbiamo una parola canzonatoria di Elìa nei confronti dei sacerdoti di Bàal: <E’ occupato, è in affari o è in viaggio; forse dorme, ma si sveglierà> (1Re 17, 27). Dall’altra troviamo un gesto di rara violenza giacché il profeta non ebbe timore di sgozzare un numero così elevato di sacerdoti che erano, prima ancora che sacerdoti degli uomini. Elìa fu forse molto fiero da aver salvato l’onore di Dio, ma lo aspettava un lungo cammino di purificazione che continuamente viene richiesto a ciascuno di noi per non confondere il <trattino della Legge> con i macigni delle nostre paure e della nostra violenza non raramente così “religiose”. L’evocazione da parte del Signore Gesù del <trattino> e dello <iota> ci ricorda il grande lavoro di cercare di comprendere il mistero di Dio in modo sottile, raffinato, profondo e, soprattutto, liberato da tutti quelli che sono i nostri condizionamenti e le nostre precomprensioni. Per Elìa sarà necessario un lungo, anzi lunghissimo cammino, che lo porterà fino al monte di Dio, ove un volto diverso dell’Altissimo gli sarà rivelato alla luce del quale far maturare, non senza una certa fatica, un modo nuovo di essere credente lasciando che la Legge si iscriva e si incida non più su tavole di pietra e con inchiostro di sangue, ma sulle tavole del cuore e con l’inchiostro della dolcezza e dell’amore.