Liberati

XII Settimana T.O.

Dalla montagna al piano per guarire da ogni forma di lebbra: ancora e sempre la gente povera è posta a custodia della città degli uomini per evitare che le sue guglie la sommergano e la rendano tomba di se stessa. Sono i poveri, che non hanno case, ma si riparano in capanne e anfratti, a permettere alla civiltà degli uomini di ricominciare ogni volta dopo aver deviato dai cammini umanizzanti di una esistenza condivisa e profondamente solidale. Così termina il “bollettino di guerra” che ci offre la prima lettura: <Il capo delle guardie lasciò parte dei poveri della terra come vignaioli e come agricoltori> (2Re 25, 12). Con questa nota, apparentemente dispregiativa, viene riconosciuto a chi, veramente e quasi irrimediabilmente, appartiene la terra: a coloro che se ne prendono cura in prima persona e che possono attendere – operosi e sereni – tempi migliori. Coloro ai quali si può sottrarre qualcosa vengono deportati, i figli del re <furono ammazzati davanti ai suoi occhi> (25, 7) e questo terribile spettacolo fu l’ultima cosa che Sedecìa poté vedere… subito dopo, infatti, fu accecato.

Non possiamo che provare dolore per la distruzione di Gerusalemme, non possiamo che provare vergona per la profanazione del Tempio e la rovina di tanti e tante. Eppure da tutto questo siamo chiamati ad apprendere la lezione di quel lungo discorso che il Signore Gesù ha appena terminato di pronunciare sul <monte> (Mt 8, 1) delle Beatitudini e che ora si concretizza nei gesti che lo stesso Maestro compie a vantaggio di coloro che accettano di avere bisogno e di rivolgersi a lui con umiltà e verità. La parola di risposta che il Signore Gesù regala a quel <lebbroso> è un dono per tutti e per ciascuno: <Lo voglio: sii purificato!> (8, 3). Sì, il Signore vuole con tutto se stesso che ciascuno possa vivere pienamente, ma sembra che questo non sia possibile senza accompagnare il Maestro in quel suo perenne movimento di discesa <dal monte> che permette di avvicinarlo e, soprattutto, di farsi da Lui avvicinare.

Le due letture che la Liturgia ci offre quest’oggi ci invitano a lasciarci purificare ben prima che nel nostro cuore si apra <una breccia> (2Re 25, 4) da cui possa penetrare il duplice veleno della superbia che ci fa sentire troppo sicuri e che non ci fa prendere in seria considerazione la Parola di Dio, come fecero i notabili nei confronti del profeta Geremia, o quello della fuga ignominiosa che avviene <di notte> per salvarsi senza salvare e che vede protagonisti la famiglia reale e la corte unitamente ai soldati. Immobili sembrano rimanere i <poveri della terra> (25, 12) i quali non essendosi mai elevati al di sopra della loro condizione di poveri, sembra rimangano tranquilli perché la loro vita, pur mutando padrone, rimane la stessa. Potremmo quest’oggi rileggere il Discorso della Montagna con il cuore di questo <lebbroso> che chiede la guarigione capace di reintegrarlo nella relazione con gli altri: quanto ci resta ancora da scendere!

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