Chi mai?
XII Settimana T.O. –
La domanda del profeta nelle sue Lamentazioni trova risposta nei gesti di Gesù: <Chi potrà guarirti?> (Lam 2, 13). Dopo essersi profondamente coinvolto nel cammino di sofferenza del lebbroso, il Signore si lascia interrogare da ogni sofferenza che si gli si fa <incontro> (Mt 8, 5). Accompagnare la lettura dei gesti di guarigione del Signore Gesù con le infuocate parole delle Lamentazioni di Geremia ci aiutano e ci guidano ad entrare nel mistero della sofferenza e del dolore come un ambito di rivelazione. Le parole del profeta scavano in noi, fino a dilatarla, una coscienza sempre più chiara di quelle che sono le sofferenze – fisiche, morali e spirituali – dei nostri fratelli e sorelle in umanità e, invece, di sprofondare in una disperazione condivisa, ecco che il Vangelo ci apre ad una speranza offerta a tutti: <gli portarono molti indemoniati ed egli scacciò gli spiriti con la parola e guarì tutti i malati> (Mt 8, 16).
L’evangelista Matteo non si limita a rapportare i fatti, ma ce ne dà una interpretazione alla luce delle Scritture. La scelta del versetto di Isaia è significativa: <Egli ha preso le nostre infermità e si è caricato delle malattie> (8, 17). Così la risposta alla domanda di Geremia sembra chiara: è il Signore Gesù che può guarire tutte le nostre malattie e ridonarci la gioia di una promessa di vita accolta e sempre più condivisa e, da parte sua, il profeta Isaia ce ne svela il modo. I gesti di guarigione del Signore Gesù non sono atti di potenza, ma segni esteriori di una estrema compassione. Continuamente il Signore Gesù cercherà di dissipare l’ambiguità di ritenerlo un taumaturgo o un mago, per aprire il cuore di quanti incontra in modo così profonda da guarirli al recupero della libertà che si esprime in un amore ricevuto e in un amore ridonato.
Per questo il Signore dice al centurione: <Va’, avvenga per te come hai creduto> (8, 13). Come spiega un teologo contemporaneo: <Di fronte al male si reagisce con la misteriosa attitudine del soggetto a lasciarsi coinvolgere dall’altro provando in sé compassione e simpatia nel momento stesso in cui si supera l’abisso che lo separa dall’altro>1. In tal modo viene sottolineato che la guarigione è il frutto di una relazione e non il risultato di una macchinazione. Così pure la suocera di Pietro appena rialzatasi dal suo <letto> e liberata dalla <febbre> dimostra di essere veramente e integralmente guarita per il fatto che lo <serviva> (8, 14-15) non tanto come gesto di gratitudine verso chi l’aveva guarita, ma più profondamente come il segno di essere veramente guarita. Nella logica del Vangelo, infatti, se c’è una malattia capace di uccidere è proprio l’egoismo e il ripiegamento su se stessi. Di contro ciò che può veramente e durevolmente guarire è proprio una rinnovata attitudine a servire che comincia sempre con il lasciarsi interpellare.
1. Ch. THEOBALD, Trasmettere un vangelo di libertà, Dehoniane, Bologna 2010, p. 32.






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