Monumento?

Martirio di Giovanni Battista

Il vangelo di quest’oggi termina con una parola <sepolcro> che nella traduzione latina suona come <monumentum>. La morte di un profeta – ce lo dice con una certa virulenza il Signore Gesù stigmatizzando il comportamento di scribi e farisei nei confronti dei profeti (Mt 23) – è sempre l’occasione di erigere un monumento che – in realtà – metta infine a tacere la sua <voce>.  Continuamente e sempre siamo chiamati a discernere tra un annuncio – il martirio ne rappresenta la forma più completa e più eloquente – monumentale e un annuncio testimoniale. Testimoniale è l’atteggiamento di Giovanni il Battista e questo viene comprovato dal fatto che il suo accento profetico mantiene sempre il colore e il calore del rapporto di <amico dello sposo> (Gv…). Nulla di ideologico ma tutto nella linea di una intimità capace di rischiare la testa senza mai montarsi la testa neanche a livello spirituale.

<I discepoli tornano e riferiscono al maestro ciò che il Salvatore li ha incaricati di annunciare. Questa risposta è per Giovanni un’arma per affrontare la lotta finale; egli muore rinfrancato e si lascia decapitare di gran cuore, rassicurato dalla parola stessa del Signore: colui nel quale aveva creduto era veramente il Figlio di Dio. Tale è stata la libertà di Giovanni Battista, tale è stata la follia di Erode che, a tanti crimini già commessi, ha aggiunto prima la detenzione, poi l’omicidio di Giovanni Battista>1. La testimonianza testimoniale e non monumentale del Precursore rappresenta per la Chiesa – sempre e dovunque – un luogo di inevitabile e imprescindibile discernimento: bando ai monumenti e ancora di più bando alle autocelebrazioni.

Non è difficile immaginare quanto la parola del profeta Geremia forse ha potuto accompagnare e sostenere Giovanni Battista nel momento – così imprevisto a motivo del giorno di grande festa a corte – in cui qualcuno è venuto per decapitarlo: <non spaventarti alla loro vista, altrimenti ti farò temere davanti a loro> (Gr 1, 17). Questa parola che accompagna e segna l’inizio del ministero profetico di Geremia coincidendo con la sua vocazione è ripresa, dalla liturgia, per accompagnare e leggere la fine della vita del Precursore. L’evangelista Marco, che solitamente è sempre più breve degli altri nel raccontare i fatti precedenti la Pasqua del Signore, si dilunga invece nel raccontarci la “pasqua” di Giovanni che prelude e prepara quella del Signore Gesù. Il Vangelo ci dice che Giovanni si trova <in prigione a causa di Erodiade> (Mc 6, 17). Sembra veramente un motivo assai futile soprattutto che mette in ombra il vero motivo per cui Giovanni doveva o poteva essere imprigionato. Con questa nota si mette in evidenza come il cammino dei profeti incrocia brutalmente le storie più banali – sono le più pericolose – della vita degli uomini. Mentre lo stesso evangelista annota che <Erode temeva Giovanni, sapendolo giusto e santo, e vigilava su di lui> (6, 20) ecco che <venne il giorno propizio> (6, 21). Con una raffinatissima capacità narrativa il vangelo ci mette di fronte all’intreccio e all’intrigo della storia cosicché, alla fine, non solo avvengono proprio le cose che non dovrebbero accadere ma esse accadono nel modo più imprevisto per tempi e modi. Sarebbe bello – per quanto può essere assai rischioso – poter fare nostre e in prima persone le parole del Signore: <Ti muoveranno guerra, ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti> (Gr 1, 19).

 

1. ORIGENE, Omelie sul Vangelo di Luca, 2-4.

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