Il tuo nome è Donna, alleluia!

VI settimana T.P. 

Il Signore Gesù, dopo aver compiuto il gesto così tenero e amorevole della lavanda dei piedi per ognuno dei suoi discepoli, non escluso colui che sta per tradirlo, parla di se stesso come di una <donna> che <quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora> (Gv 16, 21). Proprio all’inizio del racconto della Passione del Signore, l’evangelista Giovanni evoca <l’ora di passare da questo mondo al Padre> (13, 1). Tanto che possiamo intendere il dolore del Signore Gesù legato alla sofferenza della separazione dai suoi discepoli e al contempo alla gioia di ritrovare interamente la sua relazione al Padre. L’attitudine del Signore Gesù nel cenacolo è confermata dal suo farsi vicino all’apostolo dell’ultima ora che è Paolo. Mentre si fa sempre più chiaro, anche per l’apostolo delle genti, la necessità di condividere lo stesso destino del suo Maestro, ecco che il Signore lo conforta e lo incoraggia, come una donna, come una madre, come una sposa: <Non aver paura; continua a parlare e non tacere, perché io sono con te> (At 18, 9-10). 

Quando la prospettiva della separazione ci addolora, il Signore Gesù non solo ci consola, ma dilata gli orizzonti della nostra attenzione interiore: <Così anche voi, ora, siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia> e aggiunge <Quel giorno non mi domanderete più nulla> (Gv 16, 22-23). Laddove noi percepiamo il nostro cammino come un lento precipitare nel vuoto, il Signore Gesù apre i nostri occhi per farci prendere coscienza che proprio il vuoto è capace di creare una sensibilità sempre più capace di sentire e portare il peso e la sfida della profondità. Potremmo definire tutto ciò che l’attitudine della “donna” che tutti – uomini e donne – siamo chiamati ad assumere per poter sperimentare la gioia perfetta che viene dal dono assoluto della propria vita per la vita dell’altro. Tanto che la persona che diventiamo in Cristo <non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo> (16, 21).

Potremmo evocare in questo contesto il titolo suggestivo di un libro: <Se non diventerete come donne>1 e lasciarcene toccare interiormente rendendoci sempre più conto di come la nostra sfida di discepoli è di farci imitatori del Maestro fino a non recedere davanti alla morte che accompagna e precede imprescindibilmente ogni nuovo passo di vita, ogni nuova apertura verso un di più di senso. Non sappiamo il motivo che spinse Paolo a farsi rasare <il capo a causa di un voto che aveva fatto> (At 18, 18), ma possiamo immaginare che questo modo di ritornare bambino esprime esteriormente un processo interiore di profondo rinnovamento che esige esteriormente una sorta di impoverimento simbolico che riporta allo stadio dell’essere neonati: completamente sorpresi e sospesi alle vie della vita in atteggiamento di assoluta inermità. Infatti, figli di Dio e fratelli tra di noi non si nasce, ma si diventa. L’atteggiamento materno di Gesù e quello che viene richiesto come attitudine di fondo ai discepoli contrasta in modo assoluto con quello di <Gallione> (At 18, 14) che, invece, di prendersi cura se ne sta passivamente a guardare senza coinvolgersi, anzi rimanendo assolutamente insensibile: non certo inerme, ma terribilmente complice!


1. A. GENTILI, Se non diventerete come donne, Ancora, Milano 1991/3

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