Tape – à – l’oeil ?

XIV Dimanche du T.O.

Le livre du prophète Zacharie, par qui la Liturgie de ce jour s’ouvre, évoque les temps glorieux des conquêtes d’Alexandre le Grand et en inverse la logique : «  Il est juste et victorieux, humble, il chevauche un âne, un poulain, fils d’ânesse » (Za 9,9). L’image de l’âne s’oppose symboliquement à celle du cheval. C’est une sorte de conversion du regard par lequel s’opère la conversion du coeur. L’on passe ainsi du regard avec effet tape-à-l’oeil semblable à ceux qui – comme le légendaire conquérant macédonien –  se présentent dans toute leur prestance en montant un cheval à l’image bien plus modeste que ceux qui se servent d’un âne normalement pour travailleur ou pour voyager calmement et humblement. L’on pourrait résumer la pensée et le message de Zacharie comme un procédé qui fait passer de l’image tape – à – l’oeil du chevalier à celle plus modeste liée à la logique de l’utilité plutôt qu’à la gloire, à la simplicité plutôt qu’à l’exceptionnel, au quotidien plutôt qu’à la recherche de l’extraordinaire.

 Au moment où les écoles ferment leurs volets et commencent les examens pour les uns et les vacances pour les autres, le Seigneur Jésus nous demande de nous mettre à l’école, nous proposant quelques maîtres : «  Apprenez que je suis doux et humble de coeur » (Mt 11, 29). Pourtant, avant de nous demander de se laisser enseigner par lui, le Seigneur s’offre à nous comme espérance de consolation et de réconfort : «  Venez à moi, vous tous qui êtes fatigués et angoissés et je vous restaurerai » (11, 28). L’école à laquelle le Seigneur Jésus nous propose d’inscrire et d’attribuer notre vie est l’école de la tendresse divine qui se révèle dans un amour partagé qui nous rend disponibles à porter ensemble et sereinement le «  joug » de la vie. Ceci est pour le Seigneur Jésus le fruit de sa relation avec le Père, alors que pour chacun d’entre nous, en tant que disciples, c’est le fruit de notre capacité de laisser de l’espace à l’oeuvre de l’Esprit dans notre vie, qui, selon la parole de l’apôtre, a une conséquence simple, mais de grande efficacité : «  vivre » (Rm 8, 13).

 Alors que le temps estival fait penser aux valises pour les vacances, la parole du Seigneur nous rappelle que la meilleure façon de se reposer est celle d’alléger et de simplifier au maximum les bagages de notre coeur pour que le joug que nous sentons parfois trop lourd ne nous opprime pas trop jusqu’à paralyser notre possibilité de vivre des relations authentiques avec légèreté et profondeur. Le premier pas semble être celui de nous mettre au niveau de ces «  petits » (Mt 11, 25) dont le Seigneur parle à son Père. Être petits signifie être immensément et gratuitement aimés. Seule cette certitude, confirmée et vérifiée chaque jour permet au coeur de chacun de trouver vraiment le repos afin de nous rendre capables de donner le repos et le réconfort à ceux qui partagent ou qui croisent tout simplement notre chemin. Comme le  Seigneur Jésus, chacun de nous est appelé à devenir un havre de paix et de sérénité pour ses propres frères et sœurs en humanité. Cela pourrait être la proposition pour ce temps estival : ne rater aucune occasion pour redresser, consoler, encourager. Si nous le faisons, ce sera aussi un soulagement pour nous.

E’ una novità

XIII Settimana T.O.

La presenza di Cristo nella nostra vita non è un aggiustamento né tantomeno un accomodamento come si fa, appunto, con un vestito vecchio che si cerca di riparare come si può o. talora, semplicemente come si riesce. Certo un pezzo di tela nuova, un goccio di vino frizzante non cambiano forse la vita anche se possono ben dare l’impressione di sentirne di meno il peso. L’irrompere del Signore Gesù nella vita del discepolo è una novità che tocca totalmente la vita e ne cambia il corso conferendole un senso nuovo e più profondo proprio come avviene nella relazione sponsale: unica e totalizzante. Per questo il Signore Gesù sembra rifiutare ogni accomodamento o semplice aggiustamento per porsi sul nostro cammino come Colui che ci cambia realmente la vita e non semplicemente ce la ripara per tentare di trascinarci per un po’ ancora: <Nessuno mette un pezzo di stoffa grezza su un vestito vecchio, perché il rattoppo porta via qualcosa del vestito e lo strappo diventa peggiore> (Mt 9, 16).

Nell’annuncio dell’avvento del Regno di Dio che si mescola alla vita quotidiana di quanti incontrano il Signore Gesù sulle loro strade, si compiono non solo le promesse dei profeti di Israele, ma anche le speranze che abitano il cuore di tutti coloro che continuano a sperare: <Muterò le sorti del mio popolo Israele, ricostruiranno le città devastate e vi abiteranno, pianteranno vigne e ne berranno il frutto, coltiveranno giardini e ne mangeranno il frutto> (Am 9, 14). Possiamo pregare e sognare con le parole di Afraate: <Quando l’uomo si astiene dal pane, dall’acqua… è amato, bello, gradito. Ma ciò che piace di più è che umili se stesso, che sciolga le catene dell’empietà, che tagli i legami della frode. Allora la sua luce si diffonde come il sole, la sua giustizia cammina davanti a lui, è come un giardino irrigato>.

La presenza del Signore Gesù nella nostra vita vuole restituirci ad una pienezza di cui il simbolo sponsale è di certo non solo il più eloquente, ma pure massimamente totalizzante: <Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro?> (Mt 9, 15). A questa domanda non si può rispondere troppo in fretta e fidandosi di dati esterni. È necessario che ciascuno di noi verifichi fino a che punto abbia fatto spazio alla presenza di Dio nella propria vita così da rallegrarla a tal punto da diventare fonte di gioia e di consolazione per tutti. Se ciò non avvenisse il rischio è di diventare come i farisei nemici della gioia… almeno di quella degli altri! La parola del Signore Gesù ci tiene vigilanti e desti: <Ma si versa vino nuovi in otri nuovi, e così l’uno e gli altri si conservano> (9, 17). Tanto che come ricorda il profeta: <verranno giorni in cui chi ara si incontrerà con chi miete e chi pigia l’uva con chi getta il seme; i monti stilleranno il vino nuovo e le colline si scioglieranno> (Am 9, 13). O ancora come ricorda il salmo: <Amore e verità si incontreranno, giustizia e pace si baceranno> (Sal 84, 11).

Crescere

XIII Settimana T.O.

Le parole con cui la Chiesa si rivolge al suo Signore nella festa dell’apostolo Tommaso esprimono il profondo desiderio di camminare dinamicamente sulla via della fede. Infatti, nella Colletta, dopo aver invitato ad esultare, così implora: <per la sua intercessione si accresca la nostra fede, perché credendo abbiamo vita nel nome del Cristo>. Il testo eucologico è capace di esprimere, con la consueta e profonda brevitasdella liturgia latina di tradizione romana, quello che i testi delle Scritture ci permettono di intuire del dramma interiore – così tormentato e così fecondo – che lavora il cuore di Tommaso. Le parole che il Signore Risorto rivolge all’apostolo, che aveva disertato il primo appuntamento alla sera di Pasqua e per il quale sembra ritornare appositamente <otto giorni dopo> (Gv 20, 26), non suonano come una minaccia bensì come una soluzione, un ulteriore possibilità perché <credendo> anche non credenti si cresca nella fede.

Il Signore Gesù, come secondo il vangelo di Luca viene fatto ai discepoli che se ne tornano contristati ad Emmaus, si accosta a Tommaso e con la sua dolcissima mano lo riporta nel seno del gruppo dei discepoli, nel mistero della Chiesa nascente preoccupandosi personalmente di integrare nel cammino di fede anche l’incertezza della fede: <beati quelli che non hanno visto e hanno creduto> (Gv 20, 29). La nuova traduzione italiana delle Scritture preferisce il presente al futuro cui eravamo ormai abituati che si potrebbe anche rendere con <Beati quelli che non vedono eppure credono>. In questo “eppure” è come racchiuso il mistero del dramma della fede senza il quale rischia di non esserci fede ma credenza che si può spingere fino alla credulità comoda o superficiale. Invece in Tommaso, che pure ha accompagnato il Signore Gesù lungo la sua vita avendo persino il coraggio di dichiarare di voler andare a <morire con lui> (11, 16), vediamo crescere la fede e approfondirsi la coscienza della relazione con Colui in cui si crede proclamato ormai come <mio Signore e mio Dio> (20, 28).

E’ interessante osservare come un altro Tommaso, il grande teologo medioevale di Aquino, accosti la formula di beatitudine espressa da Gesù in questo contesto a quella apparentemente opposta riportata da Luca: <Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete> (Lc 10,23). Tommaso d’Aquino commenta: <Merita molto di più chi crede senza vedere che non chi crede vedendo>1. Eppure, potremmo dire che non sono importanti i tempi e i modi del cammino di fede, i quali sono imperscrutabili, le cui vie sono note solo a Dio e spesso ignote a chi pure le percorre e sono tante quanti gli uomini sulla terra 2, l’importante è che – come dice l’apostolo Paolo – la sua forza permetta che <la costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore> (Ef 2, 21). Ciò che è in gioco non è la professione di fede oggettiva, ma, attraverso e grazie ad essa, l’esperienza di essere e sentirsi <concittadini dei santi e familiari di Dio> (2, 19).


1. TOMMASO D’AQUINO, Su Giovanni, Lectio XX, VI.

2. J. RATZINGER, Il sale della terra. Un nuovo rapporto sulla fede in un colloquio con Peter Seewald, Paoline 1997, p. 37.

Oltre

XIII Settimana T.O.

Donando la guarigione all’uomo paralizzato, il Signore Gesù non fa che confermare con un segno esterno di benessere il grande dono di una vita ritornata alla sua pienezza di dinamismo nella relazione ritrovata con Dio e con i fratelli. Essa è frutto del perdono di Dio di cui il Signore Gesù si fa mediazione concreta nella storia e nella realtà di ogni persona che incontra sul suo cammino. Vi è una fede assolutamente discreta e silenziosa in quest’uomo che si lascia raggiungere dal perdono prima e dalla guarigione dopo, in una obbedienza serena che gli fa riprendere la sua strada portando con sé <il suo letto> (Mt 9, 6) come già forse era stato capace di accogliere il perdono assumendo profondamente e silenziosamente il peso del suo peccato non più come maledizione, ma come memoria di liberazione. Come spiega il cardinal Danneels: <La religione deve farmi bene. Il suo messaggio deve essere consolante, la sua liturgia terapeutica ed entusiasmante. Ci tengo a sentire delle parole buone quando vado in Chiesa partecipando a celebrazioni che siano in grado di guarirmi. Cristo non è indifferente al corpo>1.

Non così per gli scribi! La loro reazione sembra essere – come spesso accade – una difesa di quelle che sono le prerogative divine da salvaguardare ad ogni costo persino quando questo significa lasciare nella paralisi dell’isolamento un proprio simile: <Costui bestemmia> (9, 3)! Si rinnova nei confronti del Signore Gesù la reazione del re Geroboamo che si sente minacciato dal ministero profetico di Amos che non fa altro che ridare verità alle relazioni tra persone in cui si manifesta e si rispecchia una giusta relazione con l’Altissimo. La parola del profeta destabilizza e per questo la reazione è immediata: <Vattene, veggente, ritirati nella terra di Giuda; la mangerai il tuo pane e là potrai profetizzare, ma a Betel non profetizzare più, perché è il santuario del re ed è il tempio del regno> (Am 7, 12-13). Amos non si lascia per nulla intimidire al pari del Signore Gesù che, davanti allo scandalo degli scribi, non si lascia fermare nel suo ministero di consolazione e di conforto ponendo una domanda a cui non è facile rispondere senza coprirsi di ridicolo e soprattutto senza cadere veramente in una bestemmia: <Che cosa infatti è più facile: dire “Ti sono perdonati i peccati”, oppure dire “Alzati e cammina”?> (Mt 9, 5).

Il Signore Gesù sente che in questa situazione di paralisi, c’è qualcosa di profondo che non funziona e bisogna andare a toccare una relazione profonda, quella con Dio, perché il peccato è questa rottura dell’alleanza tra la creatura che siamo e il Creatore capace di paralizzare fino a renderci totalmente dipendenti non nella libertà della relazione bensì nella disumanizzante costrizione. Oggi siamo chiamati a farci carico dei nostri fratelli attraverso l’amore e l’intercessione perché nessuno sia completamente schiavo della paralisi della disperazione, della paura del domani, del terrore davanti al sospetto e alla sfiducia degli altri. Al contrario, Gesù identifica la fedeltà al Signore Dio, con una sempre crescente fedeltà al proprio simile che non può, in nessun modo, essere lasciato a se stesso, ma va aiutato a diventare se stesso.


1. G. DANNEELS, Documentation Catholique 2043 (02/02/1992) p. 141.

Piuttosto

XIII Settimana T.O.

Non possiamo nascondere un certo disappunto unito ad un profondo dispiacere di confrontarci con la reazione inaspettata e così particolare dei Gadareni davanti alla guarigione appena compiuta dal Signore Gesù: <quando lo videro, lo pregarono di allontanarsi dal loro territorio> (Mt 8, 34). Dinanzi a questo atteggiamento che, forse, ci è molto meno estraneo di quanto pensiamo, la parola del profeta Amos risuona nel nostro cuore: <Piuttosto come le acque scorra il diritto e la giustizia come un torrente perenne> (Am 5, 24). Invece è come se nel nostro cuore le acque della compassione si rinsecchissero a motivo della preoccupazione per i nostri piccoli interessi che, non raramente, fanno passare in secondo piano le necessità di guarigione e di pienezza di vita dei nostri fratelli.

In realtà ciò che i demoni, che tengono prigionieri questi due uomini, dicono al Signore Gesù, rischia di interpretare ciò che noi stessi sentiamo davanti alla minaccia che l’irruzione della vita nella nostra esistenza e nei nostri rapporti richiede come cambiamento e come novità: <Che vuoi da noi, Figlio di Dio? Sei venuto qui a tormentarci prima del tempo?> (Mt 8, 29). Non ci sfuggano due caratteristiche di questo brusco modo di farsi presente al Signore Gesù da parte del Maligno: da una parte, come già nel Giardino dell’Eden, prende la parola per primo senza quasi per paura che la sua presenza passi inosservata o comunque sia sgradita, e dall’altra parla al plurale aggiogando questi due uomini in una identità che schiaccia ogni possibile espressione di personalità. Inoltre, come sempre il parlare del Maligno è tendenzioso in quanto legge la presenza del Cristo come una minaccia e non come un sollievo.

L’intervento del Signore Gesù in territorio pagano segna una tappa importante e oltremodo significativa nell’indietreggiare del male che sfigura l’esistenza delle persone. Non temiamo di lasciare che il Cristo Signore visiti le nostre terre interiori e le riscatti dalle molteplici catene di schiavitù attraverso la potenza del Vangelo che libera e salva. Nondimeno non c’è da meravigliarsi a motivo delle resistenze che persino il nostro cuore così desideroso e bisognoso di salvezza e di guarigione oppone alla forza liberatrice del Vangelo. Anche noi, infatti, come i Gadareni spesso preferiamo scendere a patti con ciò che ci incatena e ci schiavizza, piuttosto che accettare di essere lanciati verso gli orizzonti di una vita nuova che esige il distacco e la disponibilità ad accogliere gli orizzonti sconosciuti di una vita nuova tenendo conto che essa non si rende possibile se non a prezzo di rinnovati distacchi. Invece di seguire la logica del Maligno che si sente tormentato dalla “minaccia di vita” rappresentata dal Signore Gesù, siamo chiamati ad assumere l’atteggiamento del Cristo che ci permette finalmente di uscire dalle nostre tombe e aiutare i nostri fratelli a ritrovare cammini di vita autentica in obbedienza alla parola del Signore che, ancora oggi attraverso la voce dei suoi profeti, ci invita a resistere ad ogni tentazione di morte: <Cercate il bene e non il male, se volete vivere, e solo così il Signore, Dio degli eserciti, sarà con voi, come voi dite> (Am 5, 14). Non dobbiamo dimenticarlo per non reagire come i Gadareni: <solo così>!