Chi mai?

XII Settimana T.O.

La domanda del profeta nelle sue Lamentazioni trova risposta nei gesti di Gesù: <Chi potrà guarirti?> (Lam 2, 13). Dopo essersi profondamente coinvolto nel cammino di sofferenza del lebbroso, il Signore si lascia interrogare da ogni sofferenza che si gli si fa <incontro> (Mt 8, 5). Accompagnare la lettura dei gesti di guarigione del Signore Gesù con le infuocate parole delle Lamentazioni di Geremia ci aiutano e ci guidano ad entrare nel mistero della sofferenza e del dolore come un ambito di rivelazione. Le parole del profeta scavano in noi, fino a dilatarla, una coscienza sempre più chiara di quelle che sono le sofferenze – fisiche, morali e spirituali – dei nostri fratelli e sorelle in umanità e, invece, di sprofondare in una disperazione condivisa, ecco che il Vangelo ci apre ad una speranza offerta a tutti: <gli portarono molti indemoniati ed egli scacciò gli spiriti con la parola e guarì tutti i malati> (Mt 8, 16).

L’evangelista Matteo non si limita a rapportare i fatti, ma ce ne dà una interpretazione alla luce delle Scritture. La scelta del versetto di Isaia è significativa: <Egli ha preso le nostre infermità e si è caricato delle malattie> (8, 17). Così la risposta alla domanda di Geremia sembra chiara: è il Signore Gesù che può guarire tutte le nostre malattie e ridonarci la gioia di una promessa di vita accolta e sempre più condivisa e, da parte sua, il profeta Isaia ce ne svela il modo. I gesti di guarigione del Signore Gesù non sono atti di potenza, ma segni esteriori di una estrema compassione. Continuamente il Signore Gesù cercherà di dissipare l’ambiguità di ritenerlo un taumaturgo o un mago, per aprire il cuore di quanti incontra in modo così profonda da guarirli al recupero della libertà che si esprime in un amore ricevuto e in un amore ridonato.

Per questo il Signore dice al centurione: <Va’, avvenga per te come hai creduto> (8, 13). Come spiega un teologo contemporaneo: <Di fronte al male si reagisce con la misteriosa attitudine del soggetto a lasciarsi coinvolgere dall’altro provando in sé compassione e simpatia nel momento stesso in cui si supera l’abisso che lo separa dall’altro>1. In tal modo viene sottolineato che la guarigione è il frutto di una relazione e non il risultato di una macchinazione. Così pure la suocera di Pietro appena rialzatasi dal suo <letto> e liberata dalla <febbre> dimostra di essere veramente e integralmente guarita per il fatto che lo <serviva> (8, 14-15) non tanto come gesto di gratitudine verso chi l’aveva guarita, ma più profondamente come il segno di essere veramente guarita. Nella logica del Vangelo, infatti, se c’è una malattia capace di uccidere è proprio l’egoismo e il ripiegamento su se stessi. Di contro ciò che può veramente e durevolmente guarire è proprio una rinnovata attitudine a servire che comincia sempre con il lasciarsi interpellare.


1. Ch. THEOBALD, Trasmettere un vangelo di libertà, Dehoniane, Bologna 2010, p. 32.

Liberati

XII Settimana T.O.

Dalla montagna al piano per guarire da ogni forma di lebbra: ancora e sempre la gente povera è posta a custodia della città degli uomini per evitare che le sue guglie la sommergano e la rendano tomba di se stessa. Sono i poveri, che non hanno case, ma si riparano in capanne e anfratti, a permettere alla civiltà degli uomini di ricominciare ogni volta dopo aver deviato dai cammini umanizzanti di una esistenza condivisa e profondamente solidale. Così termina il “bollettino di guerra” che ci offre la prima lettura: <Il capo delle guardie lasciò parte dei poveri della terra come vignaioli e come agricoltori> (2Re 25, 12). Con questa nota, apparentemente dispregiativa, viene riconosciuto a chi, veramente e quasi irrimediabilmente, appartiene la terra: a coloro che se ne prendono cura in prima persona e che possono attendere – operosi e sereni – tempi migliori. Coloro ai quali si può sottrarre qualcosa vengono deportati, i figli del re <furono ammazzati davanti ai suoi occhi> (25, 7) e questo terribile spettacolo fu l’ultima cosa che Sedecìa poté vedere… subito dopo, infatti, fu accecato.

Non possiamo che provare dolore per la distruzione di Gerusalemme, non possiamo che provare vergona per la profanazione del Tempio e la rovina di tanti e tante. Eppure da tutto questo siamo chiamati ad apprendere la lezione di quel lungo discorso che il Signore Gesù ha appena terminato di pronunciare sul <monte> (Mt 8, 1) delle Beatitudini e che ora si concretizza nei gesti che lo stesso Maestro compie a vantaggio di coloro che accettano di avere bisogno e di rivolgersi a lui con umiltà e verità. La parola di risposta che il Signore Gesù regala a quel <lebbroso> è un dono per tutti e per ciascuno: <Lo voglio: sii purificato!> (8, 3). Sì, il Signore vuole con tutto se stesso che ciascuno possa vivere pienamente, ma sembra che questo non sia possibile senza accompagnare il Maestro in quel suo perenne movimento di discesa <dal monte> che permette di avvicinarlo e, soprattutto, di farsi da Lui avvicinare.

Le due letture che la Liturgia ci offre quest’oggi ci invitano a lasciarci purificare ben prima che nel nostro cuore si apra <una breccia> (2Re 25, 4) da cui possa penetrare il duplice veleno della superbia che ci fa sentire troppo sicuri e che non ci fa prendere in seria considerazione la Parola di Dio, come fecero i notabili nei confronti del profeta Geremia, o quello della fuga ignominiosa che avviene <di notte> per salvarsi senza salvare e che vede protagonisti la famiglia reale e la corte unitamente ai soldati. Immobili sembrano rimanere i <poveri della terra> (25, 12) i quali non essendosi mai elevati al di sopra della loro condizione di poveri, sembra rimangano tranquilli perché la loro vita, pur mutando padrone, rimane la stessa. Potremmo quest’oggi rileggere il Discorso della Montagna con il cuore di questo <lebbroso> che chiede la guarigione capace di reintegrarlo nella relazione con gli altri: quanto ci resta ancora da scendere!

Nuda roccia

XII Settimana T.O.

Le due letture che la liturgia accosta quest’oggi possono sembrare così lontane tra loro; eppure, sono accomunate da una presa di coscienza imprescindibile, per non essere esclusi da quel dinamismo di grazia senza la quale la nostra vita, nonostante tutte le apparenze, rimarrebbe sterile e persino una solenne proclamazione di menzogna: <Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità!> (Mt 7, 23) dice il Signore Gesù con una severità tutta evangelica. Al contrario, nella prima lettura si fa menzione di quella <gente povera della terra> (2Re 24, 15) che sembra infine essere privilegiata perché viene risparmiata dalla deportazione e questo per un motivo semplice: i poveri non contano nulla! La terra di Israele, la terra considerata dal popolo delle promesse come il pegno dell’amore di Dio e per questo ritenuta più santa di ogni terra in un attimo viene privata di tutti i suoi migliori abitanti e affidata alla cura di questa <gente povera> che diventa una parabola per indicare ciò che forse non ha funzionato nel modo di abitare quella porzione di mondo donato da Dio.

Forse la deportazione è conseguenza di una difficoltà a rimanere in quella condizione di semplicità e povertà che ha caratterizzato gli inizi del cammino di Israele nella vita dei Patriarchi. Il crescente bisogno di essere come gli altri popoli non fa che esporre il popolo del Signore agli stessi inganni di tutte le nazioni, fino a cadere vittima dei medesimi ingranaggi di potere e di menzogna. Contrariamente a tutte le apparenze sembra che si possa proprio dire che la <gente povera> è la speranza dell’umanità e sono i poveri ad essere posti dall’Altissimo come custodi di nuovi possibili cammini che, per ricominciare, hanno sempre bisogno di ripartire dall’essenziale lasciando che siano asportati <tutti i tesori> (24, 13). La povertà della nuda <roccia> (Mt 7, 24) cui siamo riportati dalla parola del Signore che ci chiede di rifondare continuamente su di essa la nostra vita tradisce una bellezza che è il volto di una solidità senza merletti che fruttifica sul terreno di una solidarietà tra umani austera e incrollabile… quella che si vive solo tra persone che sono serenamente povere!

A partire da tutto ciò possiamo comprendere meglio che cosa possa significare per la nostra vita concreta l’appello del Signore: <Non chiunque mi dice “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli> (Mt 7, 21). Il cammino che è richiesto a ciascuno è quello di un generoso ritorno all’essenziale che se sicuramente rende più vulnerabili, paradossalmente rende anche più stabili e sicuri: <Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia> (7, 25). La stabilità della roccia non può che essere l’assunzione della nostra radicale povertà che ci mette al riparo dalle sabbie mobili dei giochi di potere.

Nome

Natività di San Giovanni Battista

La nascita di Giovanni crea scompiglio sin dal primo momento del suo venire alla luce e ciò che avviene nella casa di Zaccaria, illuminata dalla gioia non più attesa della presenza di un bambino, è profezia di ciò che il Battista rappresenterà per il cammino della Chiesa. I parenti e i vicini sono meravigliati e un po’ contrariati: <Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome> (Lc 1, 61). Come spiega Jean Danielou: <Giovanni non porterà il patronimico che esprimerebbe semplicemente la sua appartenenza ad una famiglia. Dio gli assegna un nome personale che è l’espressione della sua vocazione unica>1. La rottura con il nome di suo padre Zaccaria rappresenta anche la rottura con la tradizione sacerdotale a favore di un riemergere del ministero profetico. Figlio di un levita, Giovanni avrebbe dovuto e potuto servire nel Tempio godendo di tutti i benefici del levirato sacerdotale e, invece, sin dal momento della sua nascita l’evangelista Luca ci ricorda che <Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele> (Lc 1, 80).

Se l’annunciazione della sua nascita, come leggiamo nella Messa della Vigilia, avviene all’interno del Tempio e nel pieno delle funzioni sacerdotali di Zaccaria, la sua nascita e la sua circoncisione, che prevede l’imposizione del nome, rompono con la tradizione levitica e già si fanno segno di quel ministero di <amico dello sposo> che farà del Battista l’anello di congiunzione tra tempi e modi diversi di sentire la presenza di Dio. In mezzo al popolo e a favore di tutta l’umanità, Giovanni sarà capace di spianare la strada alla pienezza di profezia che sarà la manifestazione in Gesù di Nazaret di un modo completamente nuovo di immaginare la relazione con Dio. Paolo lo ricorda nella sinagoga di Antiochia:<Diceva Giovanni sul finire della sua missione: “Io non sono quello che voi pensate! Ma ecco, viene dopo di me uno, al quale io non sono degno di slacciare i sandali”> (At 13, 25).

Si compie per Giovanni la profezia di Isaia: <Il Signore dal seno materno mi ha chiamato, fino dal grembo di mia madre ha pronunciato il mio nome> (Is 49, 1). Questo vale per Giovanni, ma vale per ciascuno di noi: la nostra identità e la nostra vocazione sono una cosa sola e si illuminano a vicenda. Il lungo tempo di deserto vissuto da Giovanni cui segue un tempo imprecisato di prigionia nelle segrete di Erode gli hanno permesso di maturare nella fede fino ad aprirsi – non certo senza fatica – non solo a preparare la strada all’avvento del Messia, ma pure ad essere in grado di superare lo <scandalo> (Lc 7, 23) che Gesù ha rappresentato per la sua sensibilità. Dall’inizio alla fine della sua vita Giovanni Battista accetta di essere riconosciuto come il <profeta> (7, 26) eppure superato in quella logica di misericordia e di assoluta grazia, che già presente nel suo nome, sarà donata in modo pieno dalle parole e dai gesti del Signore Gesù attraverso cui riceviamo <grazia su grazia> (Gv 1, 16).

1. J. DANIELOU, Jean Baptiste témoin de l’Agneau de Dieu, Seuil, Paris 1964, p. 163.

Porte e vie

XII Settimana T.O.

In realtà una porta ci viene aperta ed è quella del Regno di Dio, e il Signore – oltre ad aprirci la porta, o meglio le porte – ci ricorda che esse conducono al mistero di una vita piena. Segno di questa vita piena è il fatto che essa è profondamente condivisa. Il fatto che la porta possa rivelarsi stretta è segno di quanto la nostra umanità rischia di essere incurvata e ripiegata su se stessa tanto da fare molta fatica nell’aprirsi a Dio e ai fratelli. Proprio per questo il Signore ci rammenta la regola d’oro che è quella, appunto, di non mettersi mai al centro dell’attenzione di se stessi. La facilità della via del Vangelo non è la faciloneria, ma il coinvolgimento appassionato nella storia dei nostri fratelli che fa di ogni esistenza una storia sacra. Il Signore non forza la porta del nostro cuore e non ci costringe a nessun cammino, ma cerca in tutti i modi di motivarci alla libertà che ci mette in grado di fare le nostre scelte in modo saggio in cui carità e realismo si congiungono in modo inequivocabile e imprescindibile: <Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi> (Mt 7, 11).

Il gesto del re Ezechia che, con la lettera di Sennàcherib in mano, <salì al tempio del Signore, l’aprì davanti al Signore e pregò davanti al Signore> (2Re 19, 14-15) è una splendida icona di uomo e di credente che sa molto bene dov’è e chi è il tesoro del suo cuore. Invece di lamentarsi e di cercare conforto in altri e senza per nulla arrabbiarsi, il re Ezechia va alla fonte, si reca dal suo Dio per ritrovare nella preghiera la possibilità di comprendere e di agire rivolgendosi all’Altissimo con umiltà e chiarezza: <Ma ora, Signore, nostro Dio, salvaci dalla sua mano, perché sappiano tutti i regni della terra che tu solo, Signore, sei Dio> (19, 19). Ezechia sa passare per la <porta stretta> (Mt 7, 13) della preghiera pura che si fa umile invocazione creando nel cuore del credente una diponibilità ad accogliere e attraversare la prova come occasione di purificazione. Perché <larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione> attraverso il cedimento alla superficialità e all’apparenza.

Infatti, la porta stretta bisogna non solo attraversarla, ma prima ancora bisogna trovarla proprio come una perla preziosa che va cercata prima di essere trovata. Per aiutarci in questo non facile discernimento, il Signore Gesù ci offre un criterio: <Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti> (7, 12). La porta e la via attraverso cui siamo continuamente chiamati a passare e a ripassare è la strettoia della disponibilità a usare il coltello sempre contro se stessi e mai contro gli altri secondo una bellissima nota di eleganza che si ritrova tra le tribù nomadi della Mongolia. Ciò che già ci è stato insegnato dalla Legge e dai Profeti diventa, nella vita del discepolo del Signore Gesù, incandescente esigenza di mettere sempre il bisogno e il desiderio del fratello al primo posto trasformando così l’imposizione della Legge in una naturale e spontanea esigenza dell’amore.

Cosa volete?

XII Settimana T.O.

La parola del Vangelo non ha come fine se non di toccare e trasformare alla radice il nostro modo di vivere e di sentire. Più che di atti, più o meno adeguati, è una questione di sguardo, più precisamente di sguardi… che condannano, che giudicano o, al contrario, che comprendono e vanno ben oltre le comode e troppo scontate apparenze. Il Signore non ci chiede di essere ciechi davanti al male, ma ci invita ad essere giusti cominciando sempre a guardare il nostro stesso occhio per evitare di immaginare di aver visto ciò che non saremmo neanche in grado di vedere a causa della nostra cecità. La prima lettura è come se ci rendesse più facile di evitare una lettura troppo sentimentale e ingenua di quelle che sono le parole del Signore Gesù: <Ciò avvenne perché gli israeliti avevano peccato contro il Signore, loro Dio> (2Re 17, 7) e, se non bastasse, l’agiografo aggiunge e conclude <Il Signore si adirò molto contro Israele e lo allontanò dal suo volto> (17, 18).

Il Vangelo non ci chiede di evitare la denuncia del male e ci ricorda che la sua radice non è mai imputabile, ma solo, realmente condivisibile poiché il male che riscontro nell’altro non può che essere in parte anche dentro di me… altrimenti non potrei neppure vederlo. Il discernimento può essere fatto a partire dalla capacità o meno che persino il giudizio sia capace di rilevare e offrire un avvenire. La sfida che il Signore ci offre è, in realtà, una consegna: <ci vedrai bene> (Mt 7, 5). Vedere e vederci bene è sempre un processo lungo e laborioso di cui il Signore si fa compagno e di cui si fa esigente animatore. Il Regno di Dio irrompe nella nostra vita nella misura in cui accettiamo di giocare la nostra esistenza coltivando relazioni non solo sane ma capaci di far crescere e di farci crescere. Tutto ciò va ben oltre la semplice gestione delle relazioni interpersonali e tocca, invece, quella che potremmo definire la nostra sensibilità teologica. A noi è affidato il compito di tenere sgombro lo spazio del nostro cuore vigilando su ogni minima <pagliuzza> (7, 3) che ci riguarda per non lasciare che il tempo – pagliuzza dopo pagliuzza – non la trasformi in <trave>.

Così commenta il pastore Bonhoeffeur: <Il discepolo non guarda mai l’altro come qualcuno verso il quale Gesù viene. Non incontra mai l’altro se non in quanto gli va incontro con Gesù. Gesù lo precede verso l’altro, e il discepolo lo segue>1. Così ogni nostro giudizio sull’altro – talora inevitabile – deve essere fatto con il Signore in modo che sia sempre più come quello del Signore che continua a ripeterci non per spaventarci, ma per illuminare e purificare il nostro sguardo: <con il giudizio con il quale giudicate sarete giudicati voi e con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi> (Mt 7, 2). Di fatto, ogni persona che incontriamo sul nostro cammino assume il ruolo dei <profeti> (2Re 17, 13) in quanto è un richiamo a convertire il nostro sguardo e a lasciarci continuamente rettificare dalla misericordia.


1. D. BONHOEFFER, Vivre en disciple, Labor et fides, Genève 2009, p. 151.

Vendetta

XII Domenica del T.O. –

La parola del profeta Geremia offertaci come chiave di comprensione e di interpretazione della parola che il Signore Gesù ci rivolge nel vangelo di oggi, ci stupisce non poco: <Signore degli eserciti, che provi il giusto e scruti il cuore e la mente, possa io vedere la tua vendetta su di essi> (Gr 20, 12). Non dobbiamo vergognarci di questo bisogno che sale dal nostro cuore – come una marea – davanti al sentimento di minaccia, di incomprensione, di rifiuto e di opposizione che talora sentiamo crescere attorno a noi come una pianta rampicante che rischia di soffocare tutto ciò che in noi è vivo e desidera vivere. Le parole del profeta Geremia possono essere talora le nostre: <Sentivo le insinuazioni di molti: Terrore all’intorno! Tutti i miei amici spiavano la mia caduta> (Gr 20, 10). Di certo questi sentimenti profondi e terribili sono stati vissuti in prima persona dal Signore Gesù via via che si avvicinava a Gerusalemme e il conflitto con gli scribi e i farisei si faceva sempre più forte. Geremia e Gesù condividono la nomea di essere “uomini del conflitto” ma condividono pure il grande anelito di farla finita con una formula formale della religione per aprire ad un rapporto con Dio sempre più fondato nel <cuore> (Gr 31, 33). Nell’interpretazione televisiva di Geremia 1 il ministero di questo “profeta del cuore” viene inaugurato davanti al re di Israele – in realtà lontano da Dio – proprio con l’impossibilità del giovane sacerdote di procedere a sgozzare l’agnello per il sacrificio cultuale: tutto comincia con il disgusto per la morte sacrificale così ipocrita e che rischia di essere solo un’apparenza esteriore.

Geremia da lontano prepara la strada alla predicazione del Signore Gesù, particolarmente legato a quest’uomo del conflitto e della speranza a caro prezzo, tanto da essere identificato da alcuni proprio con questo profeta (Mt 16, 14) dei tempi nuovi, dei modi nuovi, del cuore circonciso da tutto ciò che non corrisponde alla verità e che è inutile e di peso. Il profeta Geremia è sempre capace di mettersi a nudo davanti a tutti rischiando fino in fondo la parola che gli sgorga dal cuore e la cui profondità si inabissa fino alla profondità di quel Dio. Un Dio che lo ha <sedotto> fino ad imporgli una verginità impensata come sigillo di quella solitudine che lo rende adatto a rischiare sempre tutto davanti a tutti senza risparmio e senza remore. Sulla bocca di questo profeta potremmo collocare le stesse parole del Signore Gesù: <Non temete gli uomini, poiché non v’è nulla di nascosto che non debba essere svelato, e di segreto che non debba essere manifestato> (Mt 10, 26). Dal cuore di questo profeta, quasi condotto forzatamente ad esercitare un ministero così pericoloso ed esigente, possiamo pure riascoltare la parola dell’apostolo Paolo: <Ma il dono di grazia non è come la caduta> (Rm 5, 15).

Proprio davanti all’arrivo del nemico babilonese che minaccia di distruggere Gerusalemme e di ridurre in cenere il Tempio – mentre tutti reclamano una protezione dell’Altissimo che renda inefficaci le macchinazioni nemiche – il profeta Geremia guarda più lontano… guarda più profondo… guarda con e come il Signore proprio <il cuore e la mente> (Gr 20, 12). Quando tutti cercano di rassicurarsi reciprocamente per non cambiare radicalmente il proprio modo di vivere e di leggere la vita e gli avvenimenti, il profeta richiede un cuore nuovo e degli atteggiamenti nuovi cominciando a viverli in prima persona e sulla propria pelle con disgusto ma senza timore. Il ministero profetico, a cui siamo stati tutti consacrati con l’unzione crismale al momento del nostro battesimo, esige questo atteggiamento di intromissione nella storia senza paura e in una serenità di fondo di chi sa che la propria forza radica altrove. Allora la parola del Signore Gesù ci raggiunge profondamente: <Non abbiate paura che quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l’anima e il corpo nella Geenna> (Mt 10, 28)


1. Regia di Harry Winer, San Paolo 1998.

Vengeance

XII Dimanche du T.O.

La parole du prophète Jérémie qui nous est offerte comme clé de compréhension et d’interprétation de la parole que le Seigneur Jésus nous adresse dans l’évangile d’aujourd’hui, nous étonne, et pas qu’un peu : «  Seigneur des Armées, tu éprouves le juste et pénètres les reins et les coeurs. Je verrai ta vengeance s’exercer contre eux, car c’est à toi que je confie ma cause » (Jr 20, 12). N’ayons pas honte de ce besoin qui monte de notre coeur – comme une marée – face au sentiment de menace, d’incompréhension, de refus et d’opposition que nous sentons alors grandir autour de nous comme une plante rampante qui risque d’étouffer tout ce qui est vivant en nous et désire vivre. Les paroles du prophète Jérémie  peuvent alors devenir les nôtres : «  j’entendais les insinuations de beaucoup : terreur aux alentours ! Tous mes amis épiaient ma chute » (Jr 20, 10). Il est certain que ces sentiments profonds et terribles ont été vécus en premier lieu par le Seigneur Jésus lorsqu’il s’approchait petit à petit de Jérusalem et que le conflit avec les scribes et les pharisiens se faisaient toujours plus fort. Jérémie et Jésus partagent le qualificatif d’être «  hommes du conflit », mais partagent aussi le grand désir d’en venir à bout par une formule formelle de la religion pour ouvrir un rapport avec Dieu fondé d’avantage sur le «  coeur » (Jr 31, 33). Dans l’interprétation télévisée de Jérémie 1, le ministère de ce «  prophète du coeur » est inauguré devant le roi d’Israël – en réalité loin de Dieu – par l’impossibilité du jeune sacerdote de procéder à égorger l’agneau pour le sacrifice cultuel : tout commence par le dégoût de la mort sacrificielle, si hypocrite et qui risque de n’être qu’une apparence extérieure.

Jérémie prépare depuis longtemps la route à la prédication du Seigneur Jésus, particulièrement lié à cet homme du conflit et de l’espérance chèrement payée, jusqu’à être identifié par certain avec ce prophète (Mt 16, 14) des temps nouveaux, des manières nouvelles, du coeur entouré de tout ce qui ne correspond pas à la vérité et qui est inutile et pesant. Le prophète Jérémie est toujours capable de se mettre à nu face à tous, risquant entièrement la parole qui sort de son coeur et dont la profondeur s’enfonce jusqu’à la profondeur de Dieu. Un Dieu qui l’a «séduit », lui imposant une virginité impensable, symbole du sceau de cette solitude qui le rend apte à risquer toujours tout face à tous, sans limite et sans remord. Sur la bouche de ce prophète, nous pouvons recueillir les mêmes paroles que le Seigneur Jésus : « Ne craignez pas les hommes, car il n’y a rien de caché qui ne doit être sauvé, ni de secret qui ne sera pas manifesté » (Mt 10, 26). Du coeur de ce prophète, presque forcé à exercer un ministère si dangereux et exigeant, nous pouvons même re-écouter la parole de l’apôtre Paul « Mais le don de la grâce, n’est pas comme une offense » (Rm 5,15).

C’est justement face à l’arrivée de l’ennemi babylonien qui menace de détruire Jérusalem et de réduire le Temple en cendres – alors que tous réclament une protection du Très-Haut qui rendrait inefficaces les machinations ennemies – que le prophète Jérémie regarde plus loin…regarde plus profondément…regarde avec  et comme le Seigneur, avec «  le coeur et la raison » (Jr 20,12). Lorsque tous cherchent à se rassurer réciproquement pour ne pas changer radicalement sa façon de vivre et de lire la vie et les évènements, le prophète demande un coeur nouveaux et des attachements nouveaux en commençant à les vivre soi-même et dans son corps, avec dégoût, mais, sans peur. Le ministère prophétique, auquel nous avons tous été consacrés par l’onction chrismale au moment de notre baptême, exige cet attachement à la mission intérieure de notre histoire, sans peur et dans une sérénité profonde qui sait que la véritable force se trouve ailleurs. Alors, la parole du Seigneur Jésus nous rejoint profondément : «  N’ayez pas peur de ceux qui tuent le corps, mais n’ont pas le pouvoir de tuer l’âme, craignez plutôt celui qui a le pouvoir de faire périr l’âme et le corps dans la Géhenne » (Mt 10, 28).

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1 Régie de Harry Winer, San Paolo 1998.

Cosa volete?

XI Settimana T.O.

Spesso e volentieri noi non sappiamo quello che vogliamo e soprattutto non siamo disposti a pagare il prezzo di ciò che desideriamo e di ciò che speriamo per la nostra vita e la vita di quanti amiamo. Oggi la parola del Signore Gesù orienta e obbliga il nostro cuore a compiere delle scelte come pure l’esempio di Zaccaria – così vivo nella memoria del popolo da essere citato dallo stesso Signore contro i farisei – ci indica il modo con cui non solo esprimere, ma pure pagare ciò che ci sta veramente a cuore. In un momento non facile, in cui la cosa più semplice sarebbe stata quella di accodarsi al modo di sentire di tutti, troviamo che <lo spirito di Dio investì Zaccaria> (2Cro 24, 20) che rinverdì la memoria di tutti per non commettere in futuro gli stessi errori del passato. A tutti piace l’immagine bucolica che troviamo nel vangelo di quest’oggi: <Guardate gli uccelli del cielo… Osservate come crescono i gigli del campo…> (Mt 6, 26 e 28). È vero che gli uccelli <non seminano e non mietono, né raccolgono nei granai>; è anche vero che i fiori <non faticano e non filano>, ma quanto, gli uni e gli altri, devono imparare l’arte di accontentarsi e di lasciarsi sfamare e rivestire dalla vita senza pretese e con una inenarrabile gratitudine piena di meraviglia?

Quest’oggi siamo chiamati a metterci alla scuola del profeta Zaccaria per imparare da quanto abbiamo già vissuto e, in modo del tutto particolare, da quanto abbiamo già sbagliato nella nostra vita. Siamo anche chiamati a metterci alla scuola della natura per imparare quel sereno abbandono che non corrisponde, almeno non sempre, ad una sicura facilitazione, che è indice di una fiducia di fondo nella vita che ci permette di vivere nel suo flusso con semplicità, che non significa ingenuità. Per questo il monito del Signore non solo ci riguarda profondamente, ma può diventare per noi una sorta di guida per le nostre scelte quotidiane: <Nessuno può servire a due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza> (Mt 6, 24).

Non si tratta di una concorrenza tra noi e Dio, tra ciò di cui abbiamo effettivamente bisogno per vivere e il Regno di Dio, ma si tratta di una necessità di chiarificazione attraverso una messa in ordine che esige anche una messa in valore degli aspetti della nostra vita che permetta a noi stessi di capire chi siamo realmente attraverso una percezione sempre più chiara di ciò che veramente desideriamo per la nostra vita. La parola del Signore Gesù ci ricorda che non è possibile vivere all’altezza della nostra vocazione di uomini e di credenti senza dover compiere delle scelte che indichino in modo chiaro non tanto le nostre preferenze emotive – perlopiù passeggere – ma quelle che sono le nostre scelte attraverso cui possiamo manifestare le nostre priorità. Tutto ciò non può che manifestarsi nel momento presente in cui siamo invitati a non lasciarci dominare dalle preoccupazioni, ma guidare interiormente dagli appelli della vita.

Occhio!

XI Settimana T.O.

Nel modo di parlare consueto si dice, appunto, per richiamare l’attenzione di qualcuno: <occhio!>. Il Signore Gesù ci sembra richiamare ad una misura supplementare di attenzione. Del resto, ci si può sempre sbagliare e questo bisogna saperlo senza per questo drammatizzare eccessivamente. Nella prima lettura ci viene narrato uno degli episodi più cruenti che troviamo nella Bibbia, capace di risvegliare in noi proprio l’attenzione per non cadere nell’illusione, frutto dell’accecamento prodotto dal dolore, di Atalìa la quale, infine, cade vittima del suo stesso inganno in una disperazione toccante che accompagna la sua vita fino alla morte: <visto che era morto suo figlio si accinse a sterminare tutta la discendenza regale> (2Re 11, 1). Si può veramente dire che Atalìa è una donna accecata dal dolore tanto da non vedere più nulla se non il proprio bisogno di vendetta che non dà più nessuna speranza di vita… per nessuno e – non può essere diverso – neanche per se stessa tanto che infine: <Le misero addosso le mani ed essa raggiunse la reggia attraverso l’ingresso dei Cavalli e là fu uccisa> (2Re 11, 16)

Un altro detto popolare ci può aiutare in questa giornata: “non è oro tutto ciò che luccica” e questo riguarda anche profondamente la nostra stessa vita. Persino le nostre qualità e i nostri legittimi successi possono diventare preda della ruggine dell’orgoglio capace di corrodere le cose più vere e le sensibilità più autentiche. Solo una relazione con Dio che parte e dimora nel profondo può rendere inossidabile il nostro cuore che, come un vero e inviolabile forziere, è chiamato a custodire e incrementare il <tesoro> (Mt 6, 21) che ci è stato affidato. Si può veramente dire che tutto comincia dall’<occhio> chiamato ad essere <semplice> e <luminoso> (6, 22) per essere capace di illuminare. Il detto del Signore Gesù che ci ammonisce ed esorta: <accumulate per voi tesori in cielo> (6, 20) non può essere assolutamente inteso come una fuga dalle nostre responsabilità nella vita presente.

Ciò che il Signore ci chiede è una profonda conversione dello sguardo per imparare a vivere le opportunità che la vita ci offre in una logica che non sia mondana, bensì evangelica. La tragica figura di Atalìa ci aiuta a capire quale possa essere il pericolo anche per la nostra vita: cedere ad una logica vendicativa che ci inclina ad ammassare per noi stessi. Diverso è l’atteggiamento di questa donna poco conosciuta e poco citata e di cui però le Scritture, come spesso avviene, ci tramandano il nome: <Ioseba, figlia del re Ioram e sorella di Acazìa, prese Ioas, figlio di Azazìa, sottraendolo ai figli del re destinati alla morte, e lo portò assieme alla sua nutrice nella camera dei letti> (2Re 11, 2). Possiamo ammirare in questa donna il coraggio di chi sa custodire non per se stessi, ma in vista di un bene più grande e con una capacità di guardare il reale in modo più ampio e generoso. L’ultima ammonizione del Signore Gesù ci raggiunge profondamente: <ma se il tuo occhio è cattivo, tutto il tuo corpo sarà tenebroso> e come se non bastasse <Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tua tenebra!> (Mt 6, 23).