Solito

XXII Settimana T.O.

Come ogni anno riprendiamo la lettura liturgica del Vangelo secondo Luca e siamo riportati ad un luogo che ci è molto caro: <Gesù venne a Nàzaret dove era cresciuto> e subito veniamo a sapere che <secondo il suo solito…> (Lc 4, 16) riprende a fare le cose di sempre. Con queste brevi note il Vangelo ci mette di fronte il mistero di Cristo Signore nella sua reale e totale incarnazione: vi è un luogo preciso dove egli è <cresciuto> e come ogni persona ha anche delle sue particolari abitudini. Nessuna meraviglia per gli abitanti di Nàzaret che Gesù – in giorno <di sabato> – si rechi come tutti e con tutti nella <sinagoga>, ciò che rende <meravigliati> (4, 22) prima e violenti dopo, è il modo con cui il Signore interpreta la Torah facendola passare direttamente e autorevolmente attraverso se stesso. La forza con cui il Signore Gesù si presenta a Nàzaret diventa la debolezza e il basso profilo, diremmo nel nostro linguaggio, con cui Paolo si presenta alla comunità di Corinto: <Mi presentai a voi nella debolezza e con molto timore e trepidazione> (1Cor 2, 3). La debolezza, il timore, la trepidazione, la delicatezza con cui l’apostolo si propone alla Chiesa è la coscienza chiara di essere portatore e testimone di un annuncio che può tremendamente turbare o profondamente consolare fino a salvare: <ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso> (2, 2).

Riprendiamo anche noi il cammino dalla nostra Nàzaret e ricominciamo a seguire il Signore Gesù che sale verso Gerusalemme per rivelarci nel mistero pasquale il volto di un Dio che fa <grazia> (Lc 4, 19). Anche noi rischiamo di essere assai simili agli abitanti di Nàzaret e di cedere al <solito> senza cogliere e accogliere il nuovo che la parola del Signore immette nella nostra vita. Il rischio è di passare troppo in fretta e quasi senza neppure accorgercene da un senso di meraviglia e di gratitudine per una parola che si fa compimento, al bisogno di ritornare ai nostri schemi e alle nostre abitudini per evitare di affrontare la fatica di quei cambiamenti che il Vangelo sempre e quotidianamente ci richiede: <Non è costui il figlio di Giuseppe?> (4, 22). Da parte nostra potremmo dire: “non è forse di Gesù che il Vangelo ci parla un’altra volta, conosciamo già la sua storia ce l’hanno raccontata così tante volte?!”. In questo modo vorremo che il Signore ci continui a parlare senza però osare dirci e chiederci nulla di vero e di esigente.

Il Signore non si lascia intimidire né dai suoi concittadini né tantomeno dai bravi cristiani che siamo. La parola di Gesù ci raggiunge nel nostro quotidiano, ma ci chiede di fare del nostro quotidiano un luogo reale di ascolto, di compimento, di trasformazione, di crescita. Non è possibile mai “rileggere” il Vangelo perché il Vangelo bisogna leggerlo sempre come se fosse la prima e l’ultima volta al fine di permettere alla potenza della parola di fecondare e rimodellare la nostra vita con la stessa bellezza e creatività del primo giorno. Riaprire il testo del Vangelo significa sempre esporsi al rischio di innamorarsi: niente può essere più come prima pur essendo tutto come prima.

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