Cuore
XXVI Settimana T.O. –
La lettura del Vangelo di quest’oggi ha una forza assai particolare perché oltre a mettere in evidenza la difficoltà dei discepoli ad entrare veramente nel cammino pasquale di Cristo Gesù, rivela, ancora più gravemente, quanto siano – di certo noi non meno dei discepoli – recidivi a lasciare da parte la <discussione> (Lc 9, 46) per passare alla conformazione. I discepoli, mentre la strada di Gesù và decisamente verso Gerusalemme, cominciano a discutere tra loro <chi di loro fosse il più grande> e la reazione del Signore è quella di prendere un <bambino> (9, 47) e offrirlo come metro di misura non della nostra grandezza o piccolezza – questa sempre ci sfuggirà – bensì sulla disponibilità ad esser docili nel lasciarsi porre dalla vita laddove siamo posti. Il Signore Gesù conclude solennemente: <Chi infatti è il più piccolo fra tutti voi, questi è grande> (9, 48). Si potrebbe dire e forse si vorrebbe sperare che le cose siano ormai chiare e la discussione orami finita. Invece non è affatto così. L’evangelista Luca, proprio mentre il cammino di Gesù a Gerusalemme ha raggiunto il suo culmine – siamo alla vigilia della passione e nella cornice così particolare del Cenacolo – ci dice che <nacque tra loro una discussione: chi di loro fosse da considerare più grande> (Lc 22, 24). Anche in quell’occasione il discorso di Gesù si farà chiaro e all’immagine del bambino verrà sostituita quella ben più forte di <colui che serve> (22, 27).
Come se non bastasse proprio la parola del Signore quasi dà l’occasione a Giovanni di fare una sua piccola confessione su un gesto compiuto nei confronti di qualcuno che usava il nome di Gesù per scacciare i demoni. L’apostolo sente, forse per la prima volta, il bisogno di chiedere conferma al Maestro delle sue scelte di discepolo: <glielo abbiamo impedito, perché non ti segue insieme a noi> (9, 49). Anche in questo caso la risposta del vangelo può confortarci ed illuminarci: <chi non è contro di voi è per voi> (9, 50). Laddove noi rischiamo, a motivo del nostro egoismo, di vedere nemici attorno a noi e persino tra coloro con cui condividiamo un cammino di fede, il Signore Gesù cerca di spalancare il nostro cuore ad un modo diverso di guardare il mondo in cui viviamo e da cui siamo attorniati: con fiducia e con semplicità.
Fiducia e semplicità sembrano essere il cuore dell’esperienza di Giobbe tanto che persino le sventure più grandi e più intime non riescono a scuotere né ad incrinare la sua autocoscienza che, seppur profondamente e visibilmente ferita, rimane fedele a se stessa: <Nudo uscii dal grembo di mia madre e nudo vi ritornerò> (Gb 1, 21). Sembra proprio che Giobbe si identifichi in quel <bambino> che il Signore Gesù si <mise vicino> (Lc 9, 47) forse più per identificarvisi che per indicarlo come esempio. Un lungo cammino, un processo mai finito è richiesto alla nostra vita e questo è possibile solo se lasciamo che lo sguardo e la parola del Signore incrocia <il pensiero> del nostro <cuore> (Lc 9, 47) e ne muta radicalmente la direzione e convertendo la mentalità: <Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore> (Gb 1, 22).






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