Ipotesi

XXVI Domenica del T.O. –

L’esortazione di Paolo, nonostante cada casualmente nella sequenza delle letture di questa domenica è un grande aiuto per comprendere non solo le parole del Signore Gesù che troviamo nel Vangelo, ma pure quelle del profeta Ezechiele che ne preparano la comprensione profonda e generosa: <se ci sono sentimenti di amore e di compassione, rendete piena la mia gioia con un medesimo sentire e con la stessa carità, rimanendo unanimi e concordi> (Fil 2, 1-2). L’invito ad essere unanimi ritorna così spesso nelle esortazioni dell’apostolo, nondimeno radica in un bisogno insopprimibile nel cuore di ciascuno e trova oggi, attraverso la rivelazione della Parola, il suo fondamento più profondo. Si tratta del fondamento più vero senza il quale ogni sforzo, per quanto sincero e appassionato, rischia di cadere nel vuoto. Per questo è necessario ritrovare l’unità del proprio cuore, la riconciliazione dei propri desideri, la memoria del proprio combattimento interiore verso la pace e la verità che ci rende veramente fratelli e sorelle di tutti e amici di noi stessi.

Il Signore Gesù pone una domanda ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo e, sotto questo simbolo, si rivolge a ciò che in noi stessi rischia di essere cerebrale, direttivo, pregiudicante. In tal modo ci chiede di scendere dalla supponenza dei nostri super-ideali all’assunzione del reale di noi stessi che ci apre all’accoglienza serena e piena di <compassione> (Fil 2, 1) della fatica e della ricerca dei nostri fratelli. Paolo ci spinge ad assumere nientemeno che <gli stessi sentimenti di Cristo Gesù> (2, 5) e ci svela che l’unico modo per farlo non è inseguire un ideale alto ed etereo, per quanto ammirabile, ma quello di svuotarsi di ogni pretesa su se stessi. Questa è l’unica via per liberarsi da ogni pretesa sugli altri tanto da conoscere l’unico <privilegio> (2, 6) che fu del Maestro e che vorremmo fosse pure il nostro: assomigliare talmente al Padre dei cieli da essere riconosciuti come suoi figli e chiamati per questo da tutti con il nome e la realtà di fratelli.

Il primo passo, quello senza il quale nulla di tutto ciò sarebbe possibile, è indubbiamente l’accoglienza di quella lotta interiore che ci accompagna nell’accogliere esistenzialmente e fattivamente <la volontà del padre> (Mt 21, 31). Questa volontà si può riassumere in una sola parola che diventa una sfida: che noi siamo, ci sentiamo e ci comportiamo da fratelli. Per essere tali bisogna riconoscere di portare dentro di noi una passione che spesso diventa lotta e contraddizione e che pure non è capace di separarci dal progetto di Dio, che non esclude nessuno… neppure <i pubblicani e le prostitute>. Al nostro modo di immaginare la realtà come tendente alla negatività, il Signore contrappone un modo diverso di essere compagni di cammino: <E se il malvagio si converte dalla sua malvagità che ha commesso e compie ciò che è retto e giusto, egli fa vivere se stesso> (Ez 18, 27). Ciò che fa vivere è l’ipotesi che sia possibile – sempre e nonostante tutto – un cambiamento e un miglioramento per tutti. Mentre il “capo” e il “sacerdote” – che sono dentro di noi – rischiano di ipotizzare sempre il peggio. Invece, il Padre che ci ama e ci accompagna è sempre capace di mettere a punto l’ipotesi del meglio, chiedendoci di assumere i suoi stessi <sentimenti> e di fare nostra la sua ipotesi sull’umanità aspettandoci comunque il meglio.

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