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XVI Settimana T.O.

Le parole del Signore Gesù sono rivolte prima di tutto a noi e, solo dopo, al mondo: <generazione malvagia e adultera> (Mt 12, 39). Siamo noi gli adulteri in quanto non siamo mai contenti e non siamo mai sazi dei segni con cui Dio accompagna il nostro cammino di vita e per questo volgiamo il nostro cuore ad-altro. Proprio come una persona felicemente sposata, ma che non riesce a circoscrivere la propria esperienza d’amore nella propria coppia e ha bisogno sempre di altre esperienze. Normalmente ci si dice che sarà l’ultima volta come si dice a Dio che sarà l’ultimo dei segni che gli chiederemo e, invece, siamo sempre lì a cercare o a chiedere altro perché incapaci di lasciarci guidare e sostenere da ciò che ci viene quotidianamente donato. Di noi stessi possiamo in verità dire: è inutile fare segni ai ciechi ma ancora più inutile è parlare ai sordi.

Il profeta Michea si rivolge direttamente ad ognuno di noi e quasi aldilà – sarebbe meglio dire precedentemente – alla nostra scelta e pratica di fede: <Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono e ciò che richiede il Signore da te: praticare la giustizia, amare la bontà, camminare umilmente con il tuo Dio> (Mi 6, 8). La parola del profeta illumina ulteriormente l’orizzonte del nostro cammino quando riduce – si fa per dire – o meglio concentra la vita spirituale in questo trittico meraviglioso: la giustizia come capacità e volontà di aderire il reale senza fughe; la bontà di chi sa scorgere e accogliere continuamente l’elemento trascendente che sta alla base della propria vita e ci impegna a diventarne limpido riflesso per gli altri; la decisione a camminare insieme a Dio per camminare insieme ai nostri compagni di viaggio a cui va reso il primo e fondamentale servizio di permettere a ciascuno di camminare con il proprio ritmo e il proprio passo.

Michea condisce questo atteggiamento verso la vita con una nota che ne esalta il sapore: <umilmente>. Ciò significa camminare “in verità” che precede e prepara il camminare “nella verità. Si tratta di vivere ogni passo con aderenza, ciò genera la fedeltà al limite della nostra vita che ci rende dunque capaci di resistere ad ogni tentazione di adulterio che è sempre un modo – talora profondamente sofferto – di adulterare la qualità della nostra relazione con Dio che è fondamento di ogni nostra giusta, buona e umile relazione con il prossimo. La domanda di Michea ci viene drammaticamente rivolta durane la Liturgia della Passione del Signore, ogni Venerdì Santo: <Popolo mio che cosa ti ho fatto? In che cosa ti ho stancato?> (Mi 6, 3). Sono le parole di un amante che si rivolge alla persona amata nel dramma di sentire il proprio amore incompreso fino ad essere rifiutato. Come spiega Heinrich Schlier nella passione del Signore che è il <segno> (Mt 12, 38) cui rischiamo di rimanere insensibili: <siamo finalmente di fronte alla giustizia di Dio che è la rivelazione al contempo della sua fedeltà, della sua verità, della sua grazia e della sua gloria>1. Sapremo renderci conto che <qui vi è uno più grande di Giona… più grande di Salomone?> (41-42). Solo questa coscienza di ciò permetterà di rimanere fedeli e non essere adulteri.


1. H. SCHLIER, La résurrection de Jésus Christ, Ed. Salvator, Paris 1969, p. 72.

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