Esempio

XXII Settimana T.O.

L’apostolo Paolo con il suo consueto coraggio e la sua audacia apostolica non ha nessun timore nel proporsi ai fedeli come punto di riferimento: <Fratelli, imparate da me e da Apollo a stare a ciò che è scritto e non vi gonfiate di orgoglio favorendo uno a scapito di un altro> (1Cor 4, 6-15). Sant’Ambrogio commentando il Vangelo che la liturgia ci offre quest’oggi dice che <Gesù, non solo con le parole, ma anche con i fatti spoglia l’uomo dell’antica osservanza della legge, per rivestirlo con la veste nuova della grazia> e aggiunge offrendoci una bellissima chiave interpretativa che <le spighe del campo sono i frutti della Chiesa, che gli apostoli raccoglievano con le loro opere, e di cui si saziavano, nutrendo se stessi mentre facevano progredire noi>1. Ed è in questo continuo processo che apre la strada ad un infinito progresso che il Signore Gesù come Sposo che porta all’umanità la vita come dono rinnovato e accresciuto vuole invitare tutti compresi quei farisei che si scandalizzano: <Perché fate in giorno di sabato quello che non è lecito?> (Lc 6, 2). Il sabato ridotto ad una semplice osservanza di limiti rischia di tradire se stesso e di essere svuotato della sua capacità di essere memoria della grande bontà di Dio che, creando il mondo, ha come inaugurato una festa che non ha fine.

Infatti, il sabato – come ogni situazione in cui la festa e la celebrazione diventano particolarmente forti – rappresenta non semplicemente un’osservanza come limite ma un’occasione per farci imitatori di Dio nella sua capacità di lavorare e di riposare, di agire e di contemplare, di dinamizzare e di solidificare. Proprio la celebrazione dello “shabbat” che significa letteralmente “cessare” è assolutamente incompatibile con ogni forma di prometeico controllo del reale e babelica costruzione di torri precettistiche sotto cui rischia di essere sepolto – senza speranza di germogliare – il seme divino di vita che ci inabita. La parola dell’apostolo potrebbe essere proprio rivolta ai devoti farisei così tremendamente scandalizzati: <Che cosa possiedi che tu non l’abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché te ne vanti come non l’avessi ricevuto?> (1Cor 4, 7). L’atteggiamento da <pedagoghi> (4, 15) assunto dai farisei, i quali si sentono in dovere di bacchettare i discepoli, viene come contrastato potentemente dal Maestro che si pone come <signore del sabato> (Lc 6, 15) non in modo supponente e prometeico ma come testimone di quella volontà divina che sta all’origine della creazione e che non è mortificante e colpevolizzante bensì benevola e amante della vita.

La vita più che limitata va orientata con ampiezza di orizzonti e benevolenza di sguardo <in Cristo Gesù, mediante il vangelo> (1Cor 4, 15). Elredo di Rielvaux, con la sua consueta immaginazione mistica, esulta davanti alla reazione del Signore Gesù e dice proprio in riferimento a Lui: <E ora, ecco il sabato stesso! È questo il riposo, la tranquillità, è questo il vero sabato… Perché questo giogo non fatica ma unisce; questo fardello ha le ali invece del peso. In esso ci riposiamo; in esso facciamo il sabato; in esso siamo liberati dalla schiavitù>2.


1. AMBROGIO, Commento su Luca, V, 28.

2. ELEREDO DI RIELVAUX, Speculum caritatis, 24.

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