Comunione

XXI Settimana T.O.

Due immagini attraversano le due letture di quest’oggi richiamandosi e quasi rispecchiandosi a vicenda. Nell’inizio della prima lettera ai Corinzi Paolo si presenta come <apostolo di Gesù Cristo> ma non da solo bensì con <il fratello Sòstene> (1Cor 1, 1) quasi continuando a vivere della medesima logica con cui il Signore stesso inviò i suoi discepoli ad annunciare il vangelo non da soli ma <a due a due> (Lc 10, 1). Nella parabola che il Signore Gesù racconta per invitare i suoi discepoli ad essere <pronti> (Mt 24, 44) una delle note distintive del <servo malvagio> (24, 48) è proprio questa incapacità a trattare i suoi <compagni> (24, 49) con giustizia e amore invece che lasciarsi andare a <percuotere> gli altri e <mangiare e bere con gli ubriaconi>. Con queste due note siamo come condotti in due modi diversi ad aprirci in modo preciso e sereno al grande compito e alla grande sfida di fare di ogni giorno il tempo propizio e rinnovato per un’attesa sempre ardente delle visite del Verbo e del suo farsi costantemente presente nella nostra storia. Ma se possiamo confidare ed essere sicuri che il Signore ci visita, non dobbiamo mai dimenticare che non sappiamo <in quale giorno> e in quale modo <il Signore> nostro <verrà> (24, 42).

Eppure, questa “ignoranza” dei tempi e dei modi è proprio ciò che rappresenta la struttura portante e irrinunciabile della nostra vita di fede. Questo “ignorare” è un continuo appello a mantenerci aperti e disponibili e ci preclude ogni possibilità a lasciarci andare alla disperazione di chi non solo non attende più nulla ma se attende qualcuno-qualcosa non lo attende nella forma della novità. Invece la nota del Signore Gesù è molto umanizzante circa il nostro vivere che sarebbe impossibile se non custodisse una certa attesa che sarebbe inumana se conoscessimo già tutto: <Questo considerate: se il padrone di casa sapesse in quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa> (24, 42). I discepoli del Signore non vegliano semplicemente per non lasciarsi <scassinare la casa> bensì per dare <il cibo al tempo dovuto> (24, 45) ai <domestici> della casa! La nostra attesa non è evangelica semplicemente a motivo di Colui che attendiamo, ma diventa – ogni giorno più evangelica – a partire dal modo con cui attendiamo. Perché questa nota evangelica del nostro vivere possa crescere ed approfondirsi è necessario imparare sempre meglio quanto dice l’apostolo: <chiamati ad essere santi insieme a tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del nostro Signore Gesù Cristo> (1Cor 1, 2).

E ancora una volta i due testi si rispecchiano nel loro intento profondo! Se infatti alla fine del vangelo siamo condotti in quest’atmosfera di “compagnia” riuscita o fallita, la speranza e il desiderio di Paolo sono altrettanto netti: <vi confermerà sino alla fine… degno di fede è Dio, dal quale siete stati chiamati alla comunione del Figlio suo> (1, 8-9). E questa divina comunione la si attende e la si accoglie nella misura in cui si cresce nella coscienza che gli altri sono parte di noi stessi: da curare e da amare <come Cristo fa con la Chiesa> (Ef 5, 29). Il ritardo della parusia che tanto turbava i cristiani della prima ora dovrebbe turbare un poco noi cristiani della tarda ora… come attendiamo e prepariamo il suo ritorno?

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