Amministratori

XXII Settimana T.O.

La parola di Paolo avrebbe forse potuto aiutare i farisei e i loro scribi che si rivolgono al Signore Gesù dichiarando tutta la loro perplessità davanti al comportamento dei suoi discepoli: <ognuno ci consideri come servi di Cristo e amministratori dei misteri di Dio> e aggiunge chiarendo <ciò che si richiede agli amministratori è che ognuno risulti fedele> (1Cor 4, 1-2). Ora se questo vale per le persone e, in modo del tutto particolare, per quanti hanno il compito d facilitare il cammino spirituale dei loro fratelli, vale ancora di più per i mezzi ascetici, tra cui un posto particolare ha il digiuno. Il Signore Gesù reagisce allo scandalo e alla comparazione delle imprese ascetiche che anima il cuore dei suoi interlocutori riportando alla radice e alla verità di ogni esercizio ascetico perché sia utile al progresso spirituale e non porti, invece, il frutto più dannoso dell’orgoglio spirituale e del giudizio temerario: <Potete forse far digiunare gli invitati a nozze quando lo sposo è con loro?> (Lc 5, 34).

La risposta del Signore, che rischiamo talora di riprendere per giustificare la nostra mancanza di generosità e di torpore spirituali, va accolta con attenzione grande. Il Signore chiede ai farisei di ritirare il loro sguardo e di evitare il loro giudizio su quello che è il vissuto degli altri per rimanere attenti solo a se stessi: perché “far digiunare” coloro che non sentono di doverlo fare? Questo interesse morboso su quello che è il comportamento del fratello non tradisce forse una mancanza di motivazione profonda e liberante nel proprio personale cammino fatto anche di scelte talora ascetiche e comunque generose? Il Signore tocca alla radice uno dei mali che può attentare alla nostra vita spirituale: che essa si tramuti da un’esperienza sponsale che ha tutti i caratteri della nuzialità in termini di gioia e di spontaneità, in un subire delle prescrizioni di cui si è smarrito il senso e per la cui osservanza abbiamo bisogno almeno che sia un peso condiviso da tutti e non risparmiato a nessuno. In questo modo sembra di essere come sollevati da un senso quasi di ingiustizia che sentiamo come gravare pesantemente sulla nostra vita.

Ancora Paolo può darci le parole e i sentimenti giusti per reagire a questa sorta di terrorismo spirituale scatenato dai farisei e perennemente presente e operante nella storia: <A me però importa assai poco di venire giudicato da voi o da un tribunale umano; anzi io non giudico neppure me stesso> (1Cor 4, 3), figuriamoci dunque se possiamo permetterci di giudicare l’operato altrui lanciandoci in confronti assai improbabili e assolutamente infondati. Il Signore non nega la possibilità e la bellezza del digiuno, ma lo riporta nel suo alveo di espressione di un cammino spirituale autentico che è tale nella misura in cui è espressione altamente personale, intima, consapevole e responsabile così da renderlo un digiuno <fedele>. Inoltre, il digiuno fecondo è quello che non si limita ad osservare una pratica guardando al passato, ma nel desiderio di aprire nuove possibilità di comprensione ed esperienza. Il digiuno evangelico se ingloba l’aspetto penitenziale apre sempre ad una gioia nuziale di incremento di vita, di relazione, di gusto che il Signore caratterizza con un aggettivo che può distinguerlo da tutti gli altri: <gradevole> (Lc 5, 38).

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