Neonati

XXII Settimana T.O.

Potremmo mettere sulle labbra del Signore Gesù le parole di Paolo: <sinora io non ho potuto parlare a voi come a esseri spirituali, ma carnali, come a neonati in Cristo> (1Cor 3, 1). Forse nel cuore del Signore Gesù che, dopo aver intimato al demonio di andarsene via dal territorio di umanità che egli è venuto a riportare alla pienezza della sua divina conformazione, passa dalla sinagoga alla <casa di Simone> (Lc 4, 38) vi è la percezione di quanto noi siamo <neonati> al mistero della vita. Assistiamo in questo brano del Vangelo di Luca ad una rottura instauratrice – come amerebbe dire Michel de Certeau – che riguarda il passaggio dalla <sinagoga> alla <casa>. In questo trasferimento vi è ben più di un semplice cambiamento di luoghi, vi si può leggere un passaggio di sensibilità. Non è necessario leggervi – e non bisognerebbe farlo – un superamento di tutto ciò che la sinagoga rappresenta, ma un incremento e un compimento che si esprime, ancor più profondamente, in una sorta di mutazione dell’atteggiamento del Signore che passa dall’<autorità e potenza> (Lc 4, 36) al gesto di infinita tenerezza, tipicamente lucano, che, nondimeno, ritroviamo pure negli altri sinottici: <Si chinò su di lei, comandò alla febbre e la febbre la lasciò> (4, 39).

I verbi tipici della risurrezione aprono la scena in riferimento al Signore Gesù che letteralmente <si levò/anastàs dalla sinagoga> (4, 38) e poi si ritrovano in riferimento alla suocera guarita la quale <si alzò/anastàsa a servirli> (4, 39). Troviamo un verbo che fa assonanza e che riguarda l’atteggiamento materno da essere quasi paragonabile alla tenerezza propria di una nonna e che si riferisce unicamente a Gesù il quale <si chinò/epistàs su di lei…>. Questo passaggio dalla sinagoga alla casa di Simone e questo repentino e deciso cambiamento di relazione dal <demonio> (4, 33) alla donna/suocera indica tutto il dinamismo evangelico che il Signore viene a comunicare con la sua parola e i suoi gesti. L’uso del vocabolario della risurrezione, che ritroviamo nei momenti più forti del vangelo e che qui vengono come anticipati, ci fanno sentire già il profumo dell’essenza del vangelo che fa la sua corsa attraverso la storia e attecchisce con dolce naturalezza nelle nostre storie: <né chi pianta né chi irriga vale qualcosa, ma solo Dio, che fa crescere> (1Cor 3, 7).

La potenza così impressionante e che lascia gli astanti senza parola e senza fiato si trasforma in un servizio da donna, da nonna condito di grazia e di pace, di tenerezza e di dolcezza. La suocera di Simone può riprendersi dalla sua <febbre> proprio perché il Signore – esattamente come si fa con i bambini – non la colpevolizza, ma <comandò alla febbre> (Lc 4, 39) creando quello spazio di differenza tra la persona e la sua malattia, tra ciascuno di noi e il suo proprio disagio, che sola permette un cammino di guarigione sereno e duraturo capace di servire. Teresa d’Avila meditando sul mistero della preghiera notturna del Signore lo ritiene come un esempio che ci è dato al fine di non scoraggiarsi mai nel ricercare un contatto intimo e corroborante con il Signore. Questa maestra dell’orazione conosce per esperienza il dubbio che può attanagliare il nostro cuore che talora è davanti a Dio come un neonato che sembra incapace di sentire e invece: <Pensate che egli forse taccia, quando non lo sentiamo? No, certo. Parla al cuore quando lo prega il cuore>1.


1. TERESA D’AVILA, Il cammino di perfezione, 28.

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