Ipocrisia

XXVII Settimana T.O. –

Il salmo responsoriale ci introduce nella comprensione dell’insegnamento del Signore Gesù sulla preghiera e sulla testimonianza di “protesta” ardente di Paolo nei confronti della sempre possibile ipocrisia frutto della paura che può annidarsi nelle persone e nelle situazioni più ragguardevoli: <Forte è il suo amore per noi> (Sal 116). In virtù di questo amore – <forte> – ci si può rivolgere a Dio con il dolcissimo nome di <Padre> (Lc 11, 2). Francesco d’Assisi con infinita tenerezza, frutto del suo senso di piena piccolezza, riprende con i suoi accenti i sentimenti della preghiera del Signore: <O santissimo Padre nostro, creatore, redentore, consolatore e salvatore nostro. Sia santificato il tuo nome: si faccia luminosa in noi la conoscenza di te, affinché possiamo conoscere l’ampiezza dei tuoi benefici, l’estensione delle tue promesse, la sublimità della tua maestà, la profondità dei tuoi giudizi>. La preghiera è una scuola di vita ed è la fonte più autorevole della conoscenza come pure l’argine sicuro da ogni forma di <ipocrisia> (Gal 2, 13).

L’ipocrisia è, infatti, frutto di paura di essere giudicati e, naturalmente, questo compromette la verità e la limpidezza del nostro giudizio facendolo sottomesso – ypo-crito – incapace di porta il peso e la sfida della complessità e della relazione con ciò che di nuovo la vita fa emergere come necessità e libertà di orizzonti. Al contrario la preghiera – quella che ci viene insegnata dal Signore Gesù – è capace di fare verità e di dichiarare con semplicità qual è l’orizzonte della nostra vita – il <Padre> – e quali sono i nostri bisogni fondamentali – il <pane> e il <perdono> – come pure non fa mistero del <male> che sempre è in agguato <come leone ruggente che va in giro cercando chi divorare> (1Pt 5, 8). La preghiera è una scuola di vita e fa della vita una scuola di ricerca del volto di Dio. Possiamo solo immaginare la bellezza sperimentata da <uno dei suoi discepoli> (Lc 11, 1) che attende che il Maestro finisca la sua preghiera da cui traspare la profonda verità del suo rapporto con Dio così intimo da essere rivelato come il <Padre> (11,2).

Come quando si vede qualcuno fare una cosa bella o sfornare un cibo gustoso e si chiede: <Mi insegni come si fa?!>. E il Signore non si tira indietro e ci insegna il modo di essere davanti al Padre come e con Lui in qualità di figli. Ma la preghiera del Signore ha delle conseguenze: ritrovare in ogni persona un fratello e saperlo accogliere nella libertà dei <figli> (Gal 4, 6) e non nella paura degli schiavi in cui cascò lo stesso Simon Pietro e perfino il finissimo Barnaba. Lasciamoci guidare dal Signore Gesù nel mistero della preghiera e lasciamoci custodire da Paolo nella fedeltà alle conseguenze della preghiera. Si tratta nel primo caso dell’intimità con Dio e nel secondo della libertà con Dio e con i fratelli che non permette a nessuno, nemmeno e tantomeno al primo degli apostoli che fu Simon Pietro, di <costringere> (2, 14) poiché <forte> è solo <l’amore> (Sal 116).

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