Liberati
XXVII Settimana T.O. –
Si scatena attorno a Gesù da una parte l’aspra opposizione dei farisei che ritengono che il suo potere venga dal diavolo e la grande benedizione di una donna che proclama beato il grembo che l’ha portato e in questo modo riconosce l’eccellenza della sua origine ritenendo che essa sia dovuta alla grandezza del <grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato> (Lc 11, 27). Bisogna ammirare il coraggio di questa donna senza nome che, in certo modo, sfida la tracotanza autoreferenziale dei farisei, degli scribi, dei notabili che continuano a denigrare Gesù e, soprattutto, a contaminare le sue parole e i suoi gesti con una lettura maligna che, per quanto falsa, non può che turbare. È come se questa donna sentisse il bisogno di dire la sua inserendosi nell’aspra discussione appena conclusasi offrendo un punto di vista completamente diverso: lo si potrebbe definire come il punto di vista materno. Dinanzi al Signore Gesù che guarisce e consola questa donna sembra intuire che il mistero di quest’uomo non può che essere buono e invece di discutere con e come i farisei ne supera, a piè pari, la logica andando più lontano e, dichiarando beata la madre, professa la bontà del figlio, di Gesù.
Tutto ciò avviene come conseguenza del gesto del Signore Gesù di liberare la parola e ridare ad un muto la possibilità di parlare. Ciò che la vita, la storia e persino la religione rischia di rinchiudere, di opprimere, di fermare il Signore lo riapre e restituendo la parola libera in noi la possibilità di prendere la parola nella e sulla vita. Questa donna che forse ha partecipato a tutta la sequenza dei fatti si sente pure lei libera ormai di parlare, di dire la sua, di non lasciare che qualcuno interpreti il suo silenzio come un assenso. In un testo dei primordi della riflessione teologica, Ireneo parla del Signore Gesù come <Verbo infante che ci nutre di latte>1. Potremmo dire che il latte del Verbo nutre e fortifica la nostra libertà. L’apostolo Paolo dice la stessa cosa con un altro simbolo: <Così la Legge è stata per noi un pedagogo fino a Cristo, perché fossimo giustificati per la fede> e aggiunge per chiarire senza dare spazio alla più minima ambiguità <Sopraggiunta la fede, non siamo più sotto un pedagogo> (Gal 3, 24-25).
Tutti noi conosciamo per esperienza quanto sia difficile optare ogni giorno per la libertà, quanto sia esigente lasciarsi aiutare e instradare dai vari pedagoghi della vita, senza rinunciare poi a mettersi decisamente in cammino da soli. La duplice beatitudine del vangelo odierno si fa per noi zaino da viaggio. Se la prima beatitudine – quella espressa dalla donna – riguarda il Signore, la seconda – che viene espressa da Gesù – riguarda noi. Nella traduzione di un grande interprete delle Scritture come André Chouraqui “beati” diventa “en marche” vale a dire “In cammino. In tal modo il Signore si rivela e si dimostra maestro in umanità e ci svela che il segreto della nostra beatitudine non è l’eccellenza – <Beata la madre> al singolare – ma l’eccedenza che è sempre eccedenza di ascolto e di apertura all’altro che ci rende <beati> perché sempre in strada. Non interrompiamo il Maestro nella sua parola che libera: ascoltare vale più di complimentare, camminare con una <promessa> (Gal 3, 22) è già felicità!
1. IRENEO DI LIONE, Contro le eresie, IV, 38, 1.






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