Uomo fatto

XXIV Settimana T.O.

Il testo di Paolo – il famoso Inno alla Carità – che la liturgia ci offre oggi di certo riscalda il nostro cuore: chi di noi non vorrebbe essere oggetto e soggetto di una simile virtù che è di <tutte più grande> (1Cor 13, 13). Eppure questa virtù <più grande> è quella che nel vissuto normale della nostra esistenza quotidiana rischia di essere come una chimera, qualcosa di cui tutti parliamo, ma verso cui raramente tendiamo. Perciò la carità – di cui tutti parliamo come se fosse una cosa facile – in realtà ci mette sempre a disagio, poiché non riusciamo a tenere fisso lo sguardo in essa come in uno specchio, ma siamo come costretti ad abbassare gli occhi: se fosse vera ci accecherebbe se potessimo per un attimo fissarla, invece, è in realtà un ingannevole miraggio. Potremmo provare a fare un esercizio e riscrivere questo Inno al contrario mettendo come soggetto il nostro cuore: “Il mio cuore è impaziente, maligno è il mio cuore; invidioso è il mio cuore, si vanta, si gonfia, manca di rispetto, cerca il suo interesse, si adira, tiene ben conto del male ricevuto, gode dell’ingiustizia, non si compiace della verità. Tutto mette in piazza, non crede a nulla, non spera in niente, non sopporta nessuno. La carità è finita”.

Una simile rilettura – dobbiamo riconoscerlo – ci fa sentire più a nostro agio: siamo veramente noi, ci possiamo specchiare bene e riconoscere ampiamente. Ma è forse proprio da qui che ci tocca cominciare: dal renderci conto che la carità non solo è tra le virtù la <più grande> ma è anche quella che si trova alla fine del nostro cammino e non all’inizio. Siamo come <quei bambini che stando in piazza gridano gli uni agli altri> (Lc 7, 31) delle cose di cui non comprendono appieno il significato e, inconsapevoli, continuano ad ondeggiare come fuscelli al vento senza una vera direzione dicendo ora che <ha un demonio> (7, 33) e ora che è <un mangione> (7, 34). Ciò succede ogni volta in cui pensiamo alla carità come una cosa “naturale” che possiamo offrire gli uni agli altri quasi facendo a meno di Dio e di un profondo rapporto con lui. Ogni volta che cediamo all’illusione di una carità “fatta in casa”, ci ritroviamo nella condizione di quell’uomo che ha spazzato la sua dimora pensando di essersi liberato dal male e si ritrova invece in una condizione <peggiore> (Lc 11, 26) a causa della cocente delusione.

La carità è degna di questo nome solo se è come un <specchio> (1Cor 13, 12) in cui si riflettono non il nostro volto, i nostri bisogni, i nostri desideri, le nostre mascherate paure ma solo se è il luogo – teologale! – in cui viene sempre meno confusamente e più chiaramente riflessa l’immagine di Dio nel nostro cuore: la carità è <più grande> (13, 13) solo nella misura in cui manifesta appieno la fede e la speranza senza il cui fondamento e la cui energia anche la carità può diventare come <un bronzo che risuona e un cembalo che tintinna> (13, 1). Ciascuno di noi ha bisogno di abbandonare l’illusione del <bambino> (13, 11) al quale si permette di pensare che i suoi giochi siano realtà: da bambini giocavamo a fare i grandi e credevamo di esserlo. Non possiamo continuare a parlare di carità <stando in piazza> (Lc 7, 32)! La <via migliore di tutte> (1Cor 12, 31) perché la carità <non abbia finzioni> (Rm 12, 9) è quella di dimorare coraggiosamente davanti a Dio specchiandosi davanti al Mistero e lasciandosi e lasciando che il nostro cuore si conformi al cuore della Trinità: il contrario può rivelarsi un gioco talora pericoloso e così spesso ambiguo.

1 commento
  1. Carmen Zandonai
    Carmen Zandonai dice:

    In questi ultimi giorni, riflettendo su alcune situazioni personali, anch’io ho pensato che fra tutte le cose da cose da raggiungere la carità è davvero la più difficile! Manca sempre qualcosa in noi ..

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