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XXVII Settimana T.O. –
La parabola del Samaritano pieno di <compassione> è la risposta del Signore Gesù alla domanda di un dottore della legge che si interessa alla <vita eterna> e davanti alla risposta che mette insieme all’amore di Dio quello del <prossimo> pone un’ulteriore domanda che riguarda quest’ultimo. Il dottore della legge come anche noi pensa che non sia chiaro chi sia <il mio prossimo> ma forse si illude in realtà di sapere chi è il suo Dio. In ogni modo il Signore <scende> al livello della sua sensibilità e gli rivela, in realtà, senza mortificarlo quale volto di Dio – che si rispecchia nei silenziosissimi gesti del samaritano – può permetterci di ritrovare i suoi tratti sul volto dell’uomo. Il levita <vide>, il sacerdote <vide>, ma il samaritano non solo <vide> ma ne ebbe pure compassione. In questo sta la <rivelazione> di cui parla energicamente Paolo ai Galati che forse – come noi – sono troppo sicuri di conoscere il volto di Dio e fanno fatica non a parlare di <vangelo> ma a vivere di Cristo così come nel vangelo si rivela e rivela il volto di <compassione> di Dio e dell’uomo a sua immagine. I santi padri hanno molto commentato questo vangelo facendo ricorso a tutta la loro immaginazione simbolica per cui Gerusalemme è il luogo della salvezza da cui l’uomo si allontana lasciando il paradiso; i briganti sono le tentazioni diaboliche; il levita e il sacerdote rappresentano l’insufficienza delle convinzioni e delle pratiche religiose; l’olio e il vino sono la grazia e lo Spirito; la locanda è la Chiesa e i due denari sono le Scritture e i Sacramenti. Ma noi tutti siamo ora nella condizione del locandiere chiamato a prendersi <cura> e a dare eventualmente quel <di più> (…) che è la capacità di rischiare nella duplice fiducia verso Dio che si fida e verso il <prossimo> che ci viene affidato. Ancora una volta la verità del <vangelo> è legata non all’evidenza ma a un <di più> che sta tra la venuta di Cristo nella carne che <scende> (Gv 3, 13) per noi e il suo ritorno nella gloria per prenderci con lui: ora tocca a noi prenderci tutta la cura passando dalla domanda teorica sul <chi è…> alla risposta pratica di farci prossimo senza troppe cautele.
Mentre il discorso legale del dottore della legge verte sul prossimo come oggetto d’amore la risposta del Signore Gesù, invece, evidenzia che l’altro – proprio come avviene in seno alla vita divina e alla loro relazione fondata sulla pericoresi – non può che essere sempre e solo soggetto dell’amore da ciò la diversa intonazione della domanda del Signore: <chi è stato il suo prossimo?> (…) come soggetto e non oggetto di compassione: <Il problema non può essere quello di sapere che è il prossimo al quale bisogna fare del bene. Pensare in questi termini sarebbe fare una casistica della carità che è contraddittoria e si annullano reciprocamente. Ciò che conta, non è sapere chi si deve amare, ma amare e basta>1.
1. SIMON LEGASSE, <Et qui est mon prochain ?>, Cerf, Paris 1989, p. 69.






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